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25/10/2018

Politiche securitarie, alcune disposizioni andrebbero ripensate

Guida al Diritto - Alberto Cisterna

Legislazione / SICUREZZA PUBBLICA E FORZE DI POLIZIA
Il decreto legge ha un "nocciolo duro" di previsioni dichiaratamente orientato verso la riscrittura dell'intero apparato di norme che regolano l'immigrazione, le procedure di asilo, la concessione dei permessi di soggiorno temporanei per esigenze di carattere umanitario, nonché l'esecuzione dei provvedimenti di espulsione.
Decreto legge 4 ottobre 2018 n. 113 le novità Un «decreto sicurezza» è il biglietto da visita con cui ogni Governo appena insediato rende noto il proprio approccio alle tematiche dell'ordine pubblico. È, insieme, un coacervo di norme e un manifesto programmatico che detta lo spartito delle politiche securitarie per la legislatura appena iniziata. Si riparte con il decreto Salvini Il Dl 113/2018 è frutto di una gestazione travagliata, soprattutto nella parte concernente l'immigrazione clandestina e la nota del Quirinale (si veda box a pagina 97) che ha accompagnato la firma del testo governativo segna un'inedita attenzione della Presidenza della Repubblica sul versante delle ricadute applicative del nuovo, più rigoroso, dispositivo legislativo. Quasi che il Colle abbia temuto che, tra le pieghe a maglie strette delle nuove regole, si possano insinuare prassi applicative del ministero dell'Interno ancora più contenitive: «avverto l'obbligo di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano "fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato", pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall'art. 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall'Italia». Il restringimento della rete della protezione umanitaria Come detto il decreto legge ha un "nocciolo duro" di previsioni dichiaratamente orientato verso la riscrittura dell'intero apparato di norme che regolano l'immigrazione, le procedure di asilo, la concessione dei permessi di soggiorno temporanei per esigenze di carattere umanitario, nonché l'esecuzione dei provvedimenti di espulsione. Ad esempio è chiaro che l'erosione e la delimitazione, in termini pressoché tassativi, dei «motivi umanitari» per la concessione dei permessi di soggiorno temporaneo avrà l'effetto di collocare stabilmente nell'area della clandestinità un numero considerevole di immigrati rispetto ai quali la posizione dell'autorità giudiziaria era ritenuta finora particolarmente "lasca" e tollerante. Come ovvio si porrà il problema di espellere rapidamente questi soggetti (il ché è sostanzialmente impossibile stante l'atteggiamento dei Paesi di provenienza o di partenza) o di sopportare i problemi che deriveranno dalla mancanza dei protocolli di assistenza e sopravvivenza, anche minimi, che si annettono alla cosiddetta "protezione umanitaria". L'esclusione di un numero considerevole di clandestini dall'area del controllo, sia pure a fini di assistenza, ne determinerà (con ogni ragionevolezza certezza) la confluenza nel perimetro dello sfruttamento lavorativo o sessuale o in quello della microcriminalità di strada. Si rischia, probabilmente, una vera e propria eterogenesi dei fini perseguiti dal decreto legge, con la tendenziale espansione degli ambiti di illegalità in senso lato. Almeno che, ma francamente è una mera illazione, non si persegua l'intento di un ulteriore inasprimento delle misure di contenimento giovandosi dell'inevitabile recrudescenza, che potrebbe aversi, dei casi di coinvolgimento degli immigrati clandestini o clandestinizzati in episodi di violenza o di diffuso parassitismo sociale. Se resta pienamente legittima la scelta del decreto 113/2018 di restringere la rete della protezione umanitaria (sia pure con l'attenuazione di una nuova ipotesi di cosiddetta "protezione speciale"), è parimenti chiaro che si rende necessario un credibile ed efficiente sistema di espulsioni che, tuttavia, le nuove norme (articolo 4) non possono garantire in assenza di efficaci accordi internazionali. Accanto a questo cluster di norme (dall'articolo 1 al 14), il decreto in esame prende in considerazione un'ulteriore restrizione dei casi di liquidazione del compenso a difensori e consulenti in caso di ammissione della parte privata al gratuito patrocinio per le impugnazioni inammissibili o le consulenze superflue (articolo 15). Con la disposizione in commento viene esteso al giudizio civile la misura già prevista nel settore penale. Tuttavia l'esclusione del patrocinio a spese dello Stato, per effetto dell'inammissibilità dell'impugnazione non esonera, comunque, dall'accertare le ragioni della declaratoria di inammissibilità alla luce di quanto stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 16 del 2018 in relazione all'articolo 106, comma 1, del Dpr 115/2002 (norma già in vigore nel processo penale) il quale «non preclude affatto una interpretazione che consenta di distinguere fra le cause che determinano l'inammissibilità dell'impugnazione, tenendo conto della ricordata "ratio legis" ; e ciò si può verificare nel caso in cui la ragione dell'inammissibilità risiede in una carenza d'interesse a ricorrere sopravvenuta per ragioni del tutto imprevedibili al momento della proposizione del ricorso». Il tema della sicurezza pubblica e urbana Il Titolo II del decreto è interamente dedicato alle nuove «disposizioni in materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa» (dall'articolo 16 al 31). Occorre subito dire che l'impostazione del provvedimento in esame si discosta di poco dalle politiche securitarie implementate dal 2008 in poi dai vari Governi. La sicurezza urbana, da un decennio ormai, occupa un ruolo centrale nell'approccio al tema della cosiddetta "sicurezza percepita". L'enorme degrado dei centri urbani, per effetto della drastica riduzione dei trasferimenti finanziari in favore degli enti territoriali, ha accresciuto a dismisura l'impressione di contesti insicuri in cui i cittadini si ritengono alle mercé di malintenzionati. Il tema è ampio e, sia pure per cenni, può dirsi appaia sufficientemente chiaro l'innestarsi di un ciclo negativo in ragione del quale, al degrado urbano da incuria pubblica e privata, si è accompagnato l'insediamento nelle medesime aree di soggetti marginali e di diseredati che mettono in fibrillazione la popolazione residente. La "bonifica" di questi siti dai soggetti pericolosi appare un mero escamotage (si pensi al Daspo e al suo più ampio raggio d'azione) per molti versi ai limiti della compatibilità costituzionale, mentre sono state drasticamente ridotte le risorse messe a disposizione dei comuni per il risanamento delle periferie. Un'antinomia che non può prosciugare la palude dell'insicurezza che trae vero giovamento solo dalla cura delle zone abbandonate e da pratiche di inclusione e assistenza sociale (v. l'articolo 21 che, inevitabilmente, punta a ridurre il "contagio" dei diseredati prevendo il Daspo con riguardo anche a presidi sanitari, aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati, pubblici spettacoli). Una "decontaminazione" territoriale davvero preoccupante (si veda anche l'articolo 30 del decreto in esame che ha modificato l'articolo 633 del Cp con un significativo ricarico sanzionatorio per contenere le occupazioni arbitrarie di immobili). Sul versante della sicurezza urbana l'articolo 18 ha previsto che il personale dei corpi e servizi di polizia municipale dei Comuni con popolazione superiore ai centomila abitanti, addetto ai servizi di polizia stradale e in possesso della qualifica di agente di pubblica sicurezza, quando procede al controllo e all'identificazione delle persone, possa accedere al Centro elaborazione dati del ministero dell'Interno onde verificare la pendenza di eventuali provvedimenti di ricerca o di rintraccio esistenti nei confronti delle persone controllate. Una norma, invero, a lungo auspicata e di cui v'è traccia negli altri decreti sicurezza del 2008 e del 2009. La generale approvazione che la norma riscuote non può far trascurare il rischio aggiuntivo che si innesca nei controlli stradali della polizia locale per la possibilità che vi incappino latitanti o soggetti comunque pericolosi. L'approccio ai controlli di questo genere è, come noto, del tutto diverso tra forze di polizia tradizionali e polizie locali (sia pure dei grandi centri). Esistono protocolli addestrativi, dotazioni di armi e dispositivi di protezione, norme di ingaggio cui (per fortuna) i cittadini non sottostanno in caso di semplici controlli rivolti alla gestione del traffico e della circolazione stradale. "Militarizzare" i controlli di polizia locale, quale inevitabile effetto dell'accesso allo Sdi-Ced, è una scelta da rimeditare, probabilmente, per scongiurare che si inneschino fenomeni di presidio incompatibili con un tranquillo e sicuro svolgimento della vita nelle città. Meno dirompente e più circoscritta, invece, è la dotazione in favore della polizia locale delle pistole Taser, per adesso prevista solo in via sperimentale (articolo 19), giacché questo limita l'uso delle armi di fuoco in contesti che non necessitano di un tale intervento (molestie, litigi, aggressioni per strada ect.). L'articolo 23 modifica il decreto legislativo n. 66 del 1948, introducendo un notevole inasprimento delle pene in materia di blocchi stradali. La nuova norma incriminatrice, infatti, punisce «chiunque, al fine di impedire od ostacolare la libera circolazione, depone o abbandona congegni o altri oggetti di qualsiasi specie in una strada ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata» con la reclusione da uno a sei anni. La contestuale abrogazione dell'articolo 1- bis del medesimo decreto del 1948, introdotto con l'articolo 17 del Dlgs 507/1999 - il quale prevedeva che «chiunque, al fine di impedire od ostacolare la libera circolazione, depone od abbandona congegni o altri oggetti di qualsiasi specie in una strada ordinaria o comunque ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata, è punito, se il fatto non costituisce reato, con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da lire due milioni a lire otto milioni. Se il fatto è commesso da più persone, anche non riunite, si applica la sanzione amministrativa del pagamento di un somma da lire cinque milioni a lire venti milioni» - non solo incasella il blocco stradale tra il novero dei delitti, ma gli conferisce anche un eccezionale upgrading sanzionatorio. Lo stesso articolo 23 del decreto 118/2018 ha, poi, modificato l'articolo 4, comma 3, del Dlgs n. 286 del 1998, per cui ora «impedisce l'ingresso dello straniero in Italia anche la condanna, con sentenza irrevocabile, per uno dei reati previsti dalle disposizioni del titolo III, capo III, sezione II, della legge 22 aprile 1941, n. 633, relativi alla tutela del diritto di autore, e degli articoli 473 e 474 del codice penale, nonché dall'articolo 1 del decreto legislativo 22 gennaio 1948, n. 66». "Vu cumpra" e proteste per strada dei clandestini, spesso esasperati, vengono così parificati, equiparando alla vendita di prodotti contraffatti sulle spiagge gli immigrati di Rosarno o di Castelvolturno che, vittime di soprusi e sfruttamento, bloccano qualche via. Resta da vedere l'applicazione che della nuova norma verrà fatta in relazione alle proteste sindacali o sociali di altro genere che, non poche volte, sfociano nel blocco della circolazione (si veda Cassazione, sezione V, 7 febbraio 2001 n. 21228, m. 21902801). Le modifiche al Codice antimafia Le modifiche al codice antimafia appaiono, tutto sommato, marginali. L'articolo 24 si limita a prevedere che in caso di conferma del decreto di prevenzione impugnato, la Corte di appello ponga a carico della parte privata che ha proposto l'impugnazione il pagamento delle spese processuali. Il nuovo articolo 17, comma 3- bis , del codice limita in modo significativo l'assoggettamento del questore e del direttore della Dia al controllo del procuratore distrettale. La legge n. 161 del 2017 aveva previsto, infatti, una comunicazione obbligatoria a cura delle autorità amministrative di prevenzione in favore del titolare giurisdizionale del potere di proposta delle iniziative assunte (sia in positivo con il deposito della proposta che in negativo con l'archiviazione del procedimento). Il decreto n. 113 del 2018 ha sensibilmente circoscritto questo dovere di comunicazione la cui violazione comportava «l'inammissibilità della proposta». Al venir meno della (impropria) sanzione processuale, l'articolo 24 del decreto 2018 ha accompagnato l'obbligo di invio di una comunicazione, meramente, «sintetica» al cui arrivo spetta questa volta al procuratore della Repubblica nei dieci giorni successivi comunica(re) all'autorità proponente l'eventuale sussistenza di pregiudizi per le indagini preliminari in corso. «In tali casi, il procuratore concorda con l'autorità proponente modalità per la presentazione congiunta della proposta». Un par condicio che introduce un'inedita simmetria tra organi amministrativi e autorità giurisdizionale, "costretta" a una cooperazione nel momento della proposta di prevenzione. Va da sé la totale pretermissione, sin dal 2017 invero, dell'unico organismo giudiziario al contempo titolare sia del potere di coordinamento nazionale che di quello di proposta di prevenzione: la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Nella prospettiva, questa volta corretta, di colpire anche i colpevoli dei reati a) di cui all'articolo 640, secondo comma, n. 1), del codice penale, commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico e b) di cui all'articolo 640bis del codice penale, il nuovo articolo 24 ha riscritto l'articolo 68 Codice antimafia includendo nei divieti e nelle decadenze ivi regolati («concessioni, autorizzazioni iscrizioni, attestazioni, abilitazioni, erogazioni e via seguitando) anche coloro che abbiano riportato sentenza definitiva o, ancorché non definitiva, confermata in grado di appello per uno dei citati reati, oltre che per quelli (tradizionali) di cui all'articolo 51, comma 3- bis del codice di procedura penale. Una tendenza, questa, in linea con le statuizioni del disegno di legge cosiddetto "spazzacorrotti" che ha appena iniziato l'iter parlamentare e sulla quale sono indispensabili, comunque, più approfondite riflessioni di politica criminale. Le sanzioni per i subappalti illeciti L'articolo 25 modifica le «sanzioni in materia di subappalti illeciti» previste dall'articolo 21, comma 1, della legge 646/1982. Era da oltre un ventennio che si sollecitava il legislatore a intervenire su questa disposizione che risale agli albori della normativa antimafia. L'articolo 416- bis del Cp era stato appena coniato e la disposizione che puniva con il solo arresto da sei mesi a un anno e con l'ammenda «chiunque, avendo in appalto opere riguardanti la pubblica amministrazione, concede anche di fatto, in subappalto o a cottimo, in tutto o in parte, le opere stesse, senza l'autorizzazione dell'autorità competente» apparve da subito insufficiente a contenere la capacità espansiva delle associazioni mafiose nel delicato snodo degli appalti pubblici. La nuova soglia edittale agevola sicuramente l'intervento repressivo sotto il profilo cautelare, mentre sul versante, strategico, delle intercettazioni la modifica può essere utile a patto di voler considerare quello dell'articolo 21 oggi modificato, come pare, un delitto contro la pubblica amministrazione (si veda l'articolo 266, comma 1, lettera b) , del Cpp). V'è da chiedersi se rispetto alle attuali condizioni di operatività del sistema mafioso e di quello, parallelo e limitrofo, della corruzione una così tardiva modifica dell'articolo 21 possa comunque rivelarsi utile. Invero appare praticamente impossibile che, oggi, si possa realizzare la condotta punita dall'articolo 21 delle legge 646/1982 («chiunque... concede anche di fatto,... senza l'autorizzazione dell'autorità competente») in ragione del sistema di tracciamento nel settore degli appalti pubblici che impedisce la possibilità di un accesso ai cantieri senza il rilascio delle prescritte autorizzazioni. Realisticamente non v'è alcuna chance di sottrarsi ai protocolli di verifica previsti dalla legislazione primaria (si veda Dlgs 18 aprile 2016 n. 50) e secondaria (si veda decreto ministero Interno 21 marzo 2017) e di potersi insediare nell'esecuzione di opere pubbliche secondo lo schema di cui all'articolo 21 citato. La circolarità informativa L'articolo 27, sotto il titolo «Disposizioni per migliorare la circolarità informativa», ha modificato l'articolo 160 del Rd 773/1931 (testo Unico pubblica sicurezza) imponendo agli uffici giudiziari, in luogo della trasmissione del solo dispositivo delle sentenze irrevocabili, l'obbligo di trasmettere ogni quindici giorni, anche per via telematica, il dispositivo delle sentenze di condanne irrevocabili a pene detentive al questore della provincia in cui il condannato ha la residenza o l'ultima dimora e al direttore della Direzione investigativa antimafia, ma anche l'obbligo - per le cancellerie presso la sezione misure di prevenzione e presso l'ufficio Gip del tribunale - di comunicazione di copia dei provvedimenti ablativi o restrittivi, emessi nell'ambito delle rispettive attribuzioni, alle questure competenti per territorio e alla Direzione investigativa antimafia». Come al solito ne risulta esclusa la Procura nazionale la quale dovrebbe accedere a questi provvedimenti in via autonoma nell'ambito delle funzioni di collegamento investigativo sue proprie. Gli "scioglimenti" per mafia L'articolo 28, a sua volta, prende in considerazione lo scioglimento per mafia delle amministrazioni locali, territoriali e sanitarie, prevedendo che - qualora dalla relazione del prefetto emergano, riguardo a uno o più settori amministrativi, situazioni sintomatiche di condotte illecite gravi e reiterate, tali da determinare un'alterazione delle procedure e da compromettere il buon andamento e l'imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi a esse affidati - il prefetto, sulla base delle risultanze dell'accesso, al fine di far cessare le situazioni riscontrate e di ricondurre alla normalità l'attività amministrativa dell'ente, individua - fatti i prioritari interventi di risanamento indicando gli atti da assumere, con la fissazione di un termine per l'adozione degli stessi e fornisce ogni utile supporto tecnico-amministrativo a mezzo dei propri uffici. Decorso inutilmente il termine fissato, il prefetto assegna all'ente un ulteriore termine, non superiore a 20 giorni, per la loro adozione, scaduto il quale si sostituisce, mediante commissario ad acta , all'amministrazione inadempiente. Un sistema di warning certo volto a contenere i casi di scioglimento e dare modo alle amministrazioni di sanare le disfunzioni accertate in sede di accesso prefettizio. Resta il dubbio circa la concreta possibilità che gli uffici territoriali del Governo siano effettivamente in condizione di coadiuvare gli enti territoriali in percorsi di questa complessità, soprattutto sotto il profilo contabile e finanziario. Le prefetture, nell'ultimo decennio, sono state trasformate in veri e propri presidi dell'azione di indirizzo politico governativo nei più svariati settori e certo ne appare urgente una complessiva riorganizzazione dotandole di professionalità e risorse adeguate ai nuovi, complessi compiti di amministrazione attiva. La funzionalità del Ministero Il Titolo III, infine, reca disposizioni per la funzionalità del ministero dell'Interno nonché sull'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) (dall'articolo 32 al 38). Messe da parte le questioni concernenti la riorganizzazione dell'amministrazione civile del ministero dell'Interno (articolo 32), il pagamento dei compensi per il lavoro straordinario delle forze di polizia (articolo 33), l'incremento dei richiami di personale volontario del Corpo nazionale dei vigili del fuoco (articolo 34), il riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate (articolo 35) che poco o nulla hanno a che vedere con la decretazione d'urgenza in materia di sicurezza e molto riguardano istanze delle burocrazie ministeriali alla continua ricerca di tranquillizzanti coperture micro-legislative per sottrarsi ai compiti di alta amministrazione che su esse graverebbero, l'articolo 36 procede all'ennesimo tentativo di «razionalizzazione delle procedure di gestione e destinazione dei beni confiscati». Un terreno sempre instabile in cui il legislatore, malgrado il corposo intervento del 2017, non riesce ancora a trovare un punto di equilibrio tra istanze di sicurezza e flessibilità di assegnazione dei cespiti in confisca. A parte un'ulteriore contrazione dell'area degli incarichi di amministrazione giudiziaria (con la modifica degli articoli 35 e 38 codice), l'articolo 36 del decreto n. 113 del 2018 ridisegna la trama degli adempimenti per il trasferimento e l'assegnazione dei beni in confisca, tentando (ancora una volta) un complesso equilibrio tra la necessità di isolare i cespiti dai mafiosi che ne disponeva e l'urgenza di assicurarne la conservazione e la produttività economica. L'articolo 37, correlativamente, modifica di nuovo le disposizioni relative all'«organizzazione» e all'«organico dell'Agenzia» nazionale consentendole nuovamente, dopo una francamente sorprendente altalena di interventi normativi, di disporre di (quattro) sedi secondarie e cercando di giungere, finalmente, alla copertura degli organici previsti per l'ente, anche tramite incentivi economici. Una conclusione si impone e la sinossi del decreto n. 113 del 2018 non consente di individuare né soluzioni definitive ai problemi (invero complessi) che il Governo intende affrontare né prospettive lineari. Ancora una volta preoccupa il ricorso sistematico al sistema di prevenzione per collaudare nuovi modelli criminologici e nuove soglie soggettive di allarme sociale. Il giudizio della Corte di Strasburgo è stato, sinora, abbastanza mite sul versante patrimoniale della prevenzione, mentre ha colpito con durezza il sistema della prevenzione personale (si pensi solo alla nota sentenza De Tommaso). Dilatare il pantheon dei destinatari di queste misure potrebbe compromettere il regime d'eccezione sinora tollerato dai giudici europei e questo senza considerare - sul versante dell'immigrazione - il monito del Quirinale alla prudenza e alla temperanza. •
La "bonifica" delle periferie appare un mero escamotage, mentre sono state ridotte le risorse a disposizione dei comuni
LA MISSIVA DI MATTARELLA A CONTE Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha emanato in data odierna il decreto legge in materia di Sicurezza e Immigrazione e ha contestualmente inviato una lettera al Presidente del Consiglio Prof. Giuseppe Conte. Qui di seguito il testo: « Signor Presidente , in data odierna ho emanato il decreto legge recante: « Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata ». Al riguardo avverto l'obbligo di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano «fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato», pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall'art. 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall'Italia». • Palazzo del Quirinale, 4 ottobre 2018
Limitato in modo significativo l'assoggettamento del questore e del direttore Dia al controllo del procuratore
PIÙ STRUMENTI INTEGRATI PER AUMENTARE LA QUALITÀ DELLA RISPOSTA SETTORE Organici e dislocazione dei presidi di polizia SETTORE Coordinamento delle Forze di polizia con Polizie locali e Forze Armate MISURA ATTIVITÀ DI POLIZIA > Aumento del numero dei presidi e degli operatori di polizia FATTIBILITÀ Linee strategiche per gli interventi in materia di sicurezza > Competenza ministero dell'Interno (Dlgs 177/2016, articolo 3) per la disclocazione delle Forze; > Vincoli di bilancio non consentono un aumento significativo degli organici Fattibilità bassa con risultati di lungo periodo MISURA POSSIBILI ALTERNATIVE Previsione di standard minimi. Ad esempio, numero di presidi e numero di operatori forze di polizia/numero abitanti per le aree soggette al degrado Fattibilità alta con risultati nel breve periodo > Aumentare la sinergia tra le Forze di polizia e le Polizie locali su tutto il territorio nazionale. > Ridefinire in maniera diretta e unitaria il ruolo, la qualifica specifica e la dipendenza istituzionale degli operatori di polizia locale, superando una volta per tutte la possibile dicotomia tra funzioni di polizia locali e funzioni di polizia amministrativa locale. > La nuova normativa dovrebbe affrontare altri temi di rilevanza per le amministrazioni locali e per le polizie locali quali: 1. le funzioni ausiliarie di polizia amministrativa locale rese da altri dipendenti pubblici; 2. la cooperazione tra polizia locale e Forze di polizia dello Stato; 3. la disciplina dell'armamento e delle uniformi; 4. l'accesso alle banche dati, comprese quelle del ministero dell'Interno; 5. la definizione delle politiche nazionali della sicurezza, delle politiche locali per la sicurezza e delle politiche; 6. l'individuazione degli accordi tra Stato, regioni e autonomie locali come strumento specifico della cooperazione interistituzionale; 7. l'istituzione di un numero di telefono unico nazionale. Fattibilità media con risultati di lungo periodo Fonte: Relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sullo stato delle periferie - Roma, 5 febbraio 2018
Preoccupa il ricorso al sistema di prevenzione per collaudare nuovi modelli criminologici