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22/06/2019

La Lega è cosa loro

Left

IN COPERTINA POLITICA
L'arresto di Siri e una lunga serie di altri casi portano alla luce rapporti quanto meno discutibili e poco trasparenti fra esponenti della Lega e criminalità organizzata. Mentre il ministro dell'Interno combatte la mafia solo a parole, i soci di governo grillini tacciono di Giulio Cavalli
Si sciacqui la bocca chi accosta la Lega alla mafia» dice Matteo Salvini in quasi tutte le conferenze stampa degli ultimi giorni. E una schiera di cronisti proni pronta a ritrasmettere a tutto volume queste parole del ministro dell'Interno, come se bastasse la sua autoassoluzione per nascondere il marcio che continua ad uscire da un partito che è riuscito nella miracolosa impresa di rivendersi nuovo nonostante decenni di berlusconismo e un presente che fa accapponare la pelle. L'arresto di Paolo Arata, ad esempio, ha che fare con la mafia fin dall'accusa. Si rimane garantisti, certo, e l'arresto non equivale a una condanna ma l'accusa di intestazione fittizia, con l'aggravante di mafia, corruzione e autoriciclaggio è bell'e scritta, e il fatto che secondo i magistrati lo stesso Arata sia socio occulto del re dell'eolico Vito Nicastri fa pensare inevitabilmente alla criminalità organizzata. Sono anni che Vito Nicastri viene considerato la testa di legno del boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro e sono anni che i giudici di Palermo lo ritengono uno dei finanziatori della sua latitanza oltre che essere il suo prestanome. Non so come il ministro Salvini chiamerebbe un'indagine del genere ma ciò che è certo è che se la stessa cosa fosse accaduta prima di questo "benedetto" governo del cambiamento sicuramente ci sarebbero state schiere di antimafiosi pronte a suonare la carica, e probabilmente anche lo stesso Salvini avrebbe colpito e affondato qualsiasi suo avversario. Per non parlare dei Movimento 5 stelle, che sulla questione antimafia ha sempre combattuto fin dalla nascita e che ora finge di non sapere di avere come alleato un partito che inevitabilmente, al sud, ha raccolto la parte peggiore di quello che era Forza Italia (con tutti i rapporti più torbidi) e che sembra una versione moderna della vecchia Democrazia cristiana: una De 2.0 che non si preoccupa della qualità dei voti ma solo della quantità, come Andreotti insegnava ai suoi. E Paolo Arala è lo stesso uomo che ha scritto un pezzo del programma del partito in vista delle elezioni del 4 marzo 2018. Era un collaboratore di Salvini ed è legato a doppio filo a quell'Armando Siri costretto a dimettersi dal ruolo di sottosegretario con l'accusa di essersi intascato una mazzetta da 3Qmila euro. Qualche settimana fa, invece, il Tribunale di Genova ha condannato a tre anni e cinque mesi anche il viceministro leghista alle Infrastrutture Edoardo Rixi nel processo per le cosiddette spese pazze in Regione Liguria (i fatti risalgono agli anni 2010-2012). Poi c'è Christian Solinas, eletto questa primavera governatore leghista della Sardegna e tuttora parlamentare del Carroccio, in barba all'articolo 122 della Costituzione e con tutto quell'atteggiamento di casta che questi avevano promesso di sconfiggere. E c'è il sindaco di Legnano Gianbattista Fratus, attualmente ai domiciliari, accusato di corruzione elettorale e nomine pilotate. Anche Fratus ha deciso di non dimettersi: fa il sindaco da casa. Sembra incredibile ma è così. Poi c'è Massimo Garavagiia, viceministro all'Economia che è attualmente indagato per danno erariale e i capigruppo alla Camera Riccardo Molinari e Paolo Tiramani che sono stati condannati, sempre per le spese pazze, questa volta in Regione Piemonte. Sempre per "spese pazze", ma questa volta in Regione Lombardia, è stato condannato a un anno e otto mesi Massimiliano Romeo. Ah, tra le altre cose Romeo è anche capogruppo al Senato della Lega. Se non hai un'indagine o una mezza condanna evidentemente non si riesce ad avere ruoli di responsabilità, all'interno del partito leghista. Poi ci sono i 49 milioni spariti, e su questo se n'è già scritto e parlato tantissimo. Ma è sui territori che la Lega mostra la sua vera anima di partito pronto ad accogliere anche personaggi discutibili: il deputato calabrese Furgiele ha come suocero Salvatore Mazzei (mafioso condannato in via definitiva) e grazie a un'indagine della trasmissione Report si è scoperto che il parlamentare risulta domiciliato in un locale confiscato alla moglie. Sempre in Calabria è uomo di Salvini anche Michele Marciano, lo stesso intercettato nel 2006 a casa del boss Cosimo Alvaro a cui offriva ' disponibilità". In Puglia c'è il senatore Roberto Marti, finito in un'inchiesta sull'assegnazione delle case popolari. Secondo gli inquirenti si sarebbe «prodigato per fare avere una casa al fratello di un boss». Vincenzo Nespoli (ex parlamentare di An e Pdl) prima di diventare simpatizzante leghista di Afragola, è stato condannato in secondo grado per bancarotta fraudolenta. Suo nipote Camillo Gracco, che ad Afragola è assessore per la Lega, ha dichiarato che è stato proprio lo zio ex parlamentare ad aiutarlo a «mettere giù la lista elettorale». Ad Avellino invece è stato eletto con la lista leghista Damiano Genovese, figlio di Amedeo Genovese, ritenuto capo clan. Il figlio, sia chiaro, non ha mai preso le distanze dal padre ma si è prodigato a dichiarare che «per noi niente era vero di quelle accuse». A posto così, come se niente fosse. E non conta il principio di opportunità. No. In Sicilia è nato tutto con il movimento "Noi con Salvini" che è stato il primo contenitore di voti, anno prima della nascita ufficiale della Lega per Salvini Premier (quella attuale). Il primo segretario di "Noi con Salvini" è stato Angelo Attaguile, catanese, un'ex democristiano che è transitato anche dall'Mpa di Raffaele Lombardo. A Maletto (in provincia di Catania) Antonio Mazzeo è stato "aiutato" in campagna elettorale da suo zio acquisito Mario Montagno Bozzone su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio. Lui si difende dicendo che i parenti non si scelgono. E la questione politica si è chiusa così. A Palermo ci sono i due fratelli Salvino e Mario Caputo: dopo la condanna del primo per tentato abuso d'ufficio il secondo si è candidato alle regionali e secondo i magistrati avrebbe messo in atto un inganno néi confronti degli elettori invitati a scrivere semplicemente "Caputo" sulla scheda. I due fratelli attualmente sono agli arresti domiciliari. In Calabria, per la precisione a Rosarno, il responsabile della sezione locale leghista è quel Vincenzo Gioffrè (candidato e non eletto alla Camera), lo stesso che a soli 19 anni ha fondato una cooperativa agricola con un personaggio legato alla 'ndrangheta. Secondo alcuni atti giudiziari, Gioffrè sarebbe stato tra gli armieri della cosca. Nel 2012 è stato indagato dalla procura antimafia di Reggio Calabria per favoreggiamento alla 'ndrina di Rosarno. Ma, dice Salvini, che con lui ministro «per la mafia è finita la pacchia». Sarà. Quello che è certo è che con l'abolizione di alcuni punti del codice degli appalti, per cui ora viene molto più facile fare affidamenti diretti (che per le mafie sono il pane quotidiano) e lo stesso Decreto sicurezza favorisce la concentrazione dei migranti in quei grandi centri d'accoglienza che le cronache ci insegnano sono un boccone geloso per mafiosi e costruttori, rispetto a progetti di accoglienza diffusa. E tutti i segnali fanno intendere che la stagione politica della Prima Repubblica non sia mai finita, ha solo cambiato colore e, come sempre, ha deciso di salire sul carro del vincitore. Come da sempre fanno le mafie, in tutti i partiti. Solo che della Lega non si può dire senza sfidare le ire del ministro dell'Interno perché lui è davvero convinto che la mafia si sconfigga a colpi di click. Beato lui. E poveri noi.

Foto: Matteo Salvini all'uscita da palazzo Chigi La stagione politica della Prima Repubblica non è mai finita, ha solo cambiato colore