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20/01/2019

Il Salone del 2016 salvato dalla campagna elettorale

La Stampa - luca ferrua giuseppe legato

Chiamparino voleva liquidare la Fondazione e saltare un'edizione: ma a Torino si votava
La campagna elettorale per le elezioni amministrative (perse da Piero Fassino contro Chiara Appendino) fu decisiva per il salvataggio dell'edizione 2016 del Salone del Libro. Lo si apprende dagli atti dell'inchiesta sulla kermesse culturale che vede 29 indagati a vario titolo per turbativa d'asta, peculato e falso ideologico in atto pubblico sui bilanci redatti tra il 2010 e il 2015. Il fondo eroso

A giugno 2015 Rolando Picchioni, storico patron della manifestazione, informò l'assemblea dei soci che le perdite (circa 900 mila euro) avevano completamente eroso il Fondo di dotazione della Fondazione. Un passaggio che di fatto azzerò le possibilità del pubblico di intervenire in modo strutturale per il salvataggio. Sia Piero Fassino che Sergio Chiamparino converranno infatti in quella circostanza (a verbale): «Il pubblico - dirà Fassino - più di tanto non può fare».

Cominciano cosi le trattative con Intesa Sanpaolo. Ma pochi mesi dopo emergerà - ancora prima dell'accordo su nuovi vitali contributi della banca (500 mila euro, di cui 100 mila a titolo di sponsorizzazione) che è stata la ragion politica delle elezioni a evitare che il Salone saltasse. Lo dice il governatore Sergio Chiamparino (mai indagato) a febbraio 2015 all'assessore regionale Antonella Parigi: «Io se dovessi fare quello che ritengo più giusto come socio fondatore, avrei mandato in liquidazione la Fondazione avrei fatto saltare l'edizione 2016». La prospettiva però è rischiosa e anche Chiamparino lo sa: «Ma vedi dato che noi viviamo in questo mondo, poi dobbiamo sempre salvare tutto, evitare i traumi». E - in sintesi - spiega che la soluzione migliore sarebbe nominare un commissario liquidatore che «prende in mano la cosa, liquida tutte le vicende e poi quando ci saranno le correzioni saltiamo l'edizione 2016... Non muore nessuno se per un anno o due, anzi».

Più trasparenza

Per Chiamparino sarebbe stata necessaria più trasparenza: «L'unica trasparenza - dice a Parigi - era avviare una procedura, perché qualsiasi società con quei dati lì non può stare in piedi. Quindi è evidente che non c'è bisogno neanche di fare la due-diligence. Non potendolo fare per ragioni legate alle elezioni, rinviamo! Almeno rinviamo il problema a dopo l'edizione 2016». Un posizione netta, un bagno di realtà in una fase in cui il Salone sembrava insalvabile. Fassino non si arrese e mise in pratica tutto quanto in suo potere per evitare che la kermesse saltasse.

La cronaca raccontò che il Salone si salvò, ma Fassino perse comunque le elezioni. Nel frattempo iniziò una lunga rincorsa per fare entrare Intesa Sanpaolo come socio-sponsor della kermesse. Secondo la procura (pm Gianfranco Colace, affiancato negli ultimi mesi dai colleghi Marco Gianoglio ed Enrica Gabetta) con un bando su misura e quinti «turbato». Da Fassino, Parigi, Coppola, Milella e altri.

Il gelo con Reschigna

Secondo la ricostruzione degli inquirenti l'ex sindaco di Torino fu il protagonista delle trattative con i vertici della banca. Una necessità dettata dai conti e che dipendeva anche - come dirà in un'intercettazione telefonica l'assessore regionale alla Cultura Antonella Parigi a Fassino - dal fatto che in Regione l'assessore Reschigna «non vuole assegnare soldi al comparto». Un ulteriore segnale che dentro la giunta Chiamparino non tutti erano d'accordo sul possibile salvataggio del Salone 2016.

«Ci sto lavorando» replica l'allora sindaco alla Parigi animata come lui dal sacro fuoco del Salone da salvare. Tanto che quando Giovanna Millela, allora presidente del cda gli scrive di essere a Roma alla fiera «dei piccoli editori» rappresentandogli che tutti le stanno chiedendo «se il salone si fa o no?» l'ex sindaco replica secco all'sms: «Ma certo che si fa! Mercoledì ci sentiamo».

Le trattative proseguono serrate. A fine dicembre l'ex assessore Maurizio Braccialarghe chiama Milella e la informa che il sindaco le ha detto che «Bazoli (allora presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, ndr) ha ordinato a Coppola di perfezionare l'atto che a lui va bene». Mentre in un sms Angela La Rotella (di Fondazione per la Cultura) scrive a Milella: «Cara Giovanna su Intesa ti prego di stare ferma. Se ne sta occupando il sindaco direttamente con Meloni (allora capo delle relazioni esterne) e Bazoli. Non parlarne con Coppola poi ti spiego a voce ...». Una volta ottenuto il via libera dei vertici bancari, ci si accorge però che l'operazione - senza un bando - non può andare in porto. Lo dice Milella al consigliere del cda Roberto Moisio: «Dobbiamo farlo subito. Stasera arriva il testo, altrimenti senza bando non entrano». Dalla tensione appare chiaro che senza quei 500 mila euro il Salone non era in condizione di aprire, forse neanche di accendere la luce.

I dubbi dei pm

Condizioni disperate di quelle che possono far commettere errori. E proprio qui iniziano i dubbi della procura. Legati all' ipotesi che il bando abbia recepito quasi in toto gli accordi che c'erano già nella bozza di convenzione in esclusiva con Intesa Sanpaolo. Interessante la frase di Milella a un funzionario del Miur: «... nel senso che non ci devono essere altre banche, queste cose qua! Insomma: è venuta fuori adesso che per regola, se vogliono l'esclusiva, bisogna fare il bando». Il 14 aprile 2016, all'apertura delle buste c'è solo Intesa. Per la procura è una turbativa d'asta.

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