scarica l'app
MENU
Chiudi
10/12/2018

Il governo populista cerca la sponda con il Nord per difendersi da Bruxelles

La Stampa - ALESSANDRO BARBERA

Le promesse agli imprenditori: appalti più veloci, semplificazioni della burocrazia, più sgravi fiscali e risorse alle aziende RETROSCENA
ROMA Avolte il caso è beffardo. Mentre a Roma il governo più populista dell'euro incontra gli imprenditori e annuncia un'iniziativa con i sindacati, Emmanuel Macron, stretto d'assedio dai gilet gialli, fa un gesto fotocopia. «Renzi diceva di non aver bisogno di ascoltare nessuno, io ho bisogno di imparare e di incontrare i corpi intermedi», dice Matteo Salvini. La svolta del presidente francese - accusato di verticismo e scarsa attenzione alla realtà del Paese - era nelle cose. Quella del vicepremier italiano, il Capitano dei selfie e delle dirette Facebook, è in qualche modo sorprendente. Se Macron ha problemi con gli strati più bassi della società, Salvini (e con lui Luigi Di Maio) ha l'esigenza opposta. Prima il decreto dignità, poi una manovra sbilanciata su sussidi e pensioni hanno spinto le imprese alla protesta: l'allarme è scattato dopo l'incontro la scorsa settimana a Torino. «È la prima volta che ci incontrano dal giuramento», fa notare il leader degli industriali Vincenzo Boccia. Il governo non è ancora fuori tempo massimo, ma quasi. «Cambieremo la manovra», ammette Salvini all'enorme tavolo allestito al Viminale, un luogo nel quale solitamente si parla d'altro. Entro questa settimana, al massimo l'inizio della prossima, Giuseppe Conte dovrà tirare le fila della trattativa con l'Europa per evitare la procedura di infrazione. Boccia - e non è il solo - chiede di evitarla, perché la conseguenza potrebbe essere il blocco dei fondi per la coesione, una torta da miliardi di euro. Per il vicepremier la priorità non è però cambiare i saldi della Finanziaria: da questo punto di vista le distanze con Bruxelles restano importanti, al cambio almeno quattro miliardi. Anzi, la sensazione è che Salvini, nonostante la svolta moderata di sabato in piazza, abbia ottime ragioni per tenere in piedi la narrazione sull'Europa matrigna. La priorità è cambiare segno alla manovra, ricostruire il rapporto con il Nord e allo stesso tempo dare forza alle proprie ragioni: violare le regole in nome di una politica economica più attenta alle ragioni della crescita è un ottimo argomento di difesa. Le voci sugli emendamenti che arriveranno con il passaggio al Senato confermano l'assunto: più sgravi alle imprese, tempi più rapidi per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione ai privati, probabile abolizione (o forte riduzione) dell'ecotassa sulle auto a benzina e diesel: una delle tante misure arrivate senza consultazione e che hanno fatto sobbalzare il settore metalmeccanico. Il resto arriverà questa settimana dal consiglio dei ministri: modifiche al codice degli appalti per accelerare le procedure di assegnazione dei lavori pubblici e un pacchetto di semplificazioni burocratiche. Durante il vertice con Salvini Boccia ha chiesto di più: la conferma della detassazione sui premi di produzione e la fine delle dispute sui grandi cantieri. «Il mondo delle costruzioni italiane è già in difficoltà. Più si attende, più finiremo per avvantaggiare i concorrenti esteri», dice amaro uno dei partecipanti. Infine il reddito di cittadinanza: le imprese chiedono di evitare pasticci, mescolando esigenze assistenziali con il mercato del lavoro. Spiega Boccia: «Se si concedono 780 euro per non lavorare c'è il rischio concreto di spingere le imprese a pagare salari che molte di loro non possono permettersi». Salvini fa capire di essere d'accordo, promette di studiare il dossier con attenzione, ma è ancora vicepremier di un governo di coalizione. E così, non appena frena pubblicamente sulle pensioni d'oro - un tema caro a Di Maio - dalla centrale della comunicazione Cinque Stelle arriva l'ennesima velina: «Il reddito di cittadinanza sarà operativo a marzo». Una minaccia, più che una promessa. Twitter @alexbarbera - c

MATTEO SALVINI VICE PREMIER E LEADER DELLA LEGA

Spero che l'Ue non ci chiuda le porte in faccia per uno 0,1% in più o in meno