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23/01/2019

I giudici danno ragione a Trump: niente soldati trans nell’esercito

La Verita' - GABRIELE CARRER

La Corte suprema con 5 sì e 4 no ripristina il bando sospeso dai tribunali federali
• La Casa Bianca ha ragione: il bando che vieta alle «persone transgender che richiedono 0 che hanno operato una transizione di genere» di far parte dei corpi militari è ripristinato. Parola della Corte suprema degli Stati Uniti. Il collegio si è spaccato, con quattro togati contrari e cinque favorevoli. A opporsi sono stati i giudici liberai, mentre tutti quelli conservatori si sono espressi per il ripristino della norma, bollata nel marzo scorso da Nancy Pelosi, all'epoca leader della minoranza democratica alla Camera dei rappresentati oggi speaker della stessa Aula, come «vigliacca e disgustosa». La deputata italoamericana aggiunse che «nessuno che abbia la forza e il coraggio di servire nelle forze militari dovrebbe essere respinto per ciò che è». Ieri la Corte suprema ha dato il via libera al bando voluto da Donald Trump, che, essendo presidente degli Stati Uniti, è anche il commander in chief, cioè il comandante supremo delle forze armate a stelle e strisce. Il collegio non ha però approvato le restrizioni del divieto voluto da The Donald, bensì si è limitato a ordinare che queste entrino in vigore nonostante siano contestate in varie corti inferiori. In precedenza, infatti, diversi tribunali federali avevano, in presenza di ricorsi, bloccato il provvedimento sulla base di una presunta incostituzionalità della norma rinviando la decisione alla Corte suprema. La quale però ieri ha deciso che le restrizioni diventeranno effettive anche nei casi in cui siano state intentante cause. Il divieto prevede che le persone transgender in attesa di cure per passare da un genere all'altro 0 che già vi si sono sottoposte non possano arruolarsi nelle forze armate statunitensi. Il divieto ha però alcune eccezioni, per chi già lavora nell'esercito avendo dichiarato il genere cui si sente di appartenere e per chi sarà disposto a lavorare «nel proprio sesso biologico». Trump aveva annunciato nel luglio 2017 via Twitter la decisione di cancellare la politica della precedente amministrazione, quella guidata dal presidente democratico Barack Obama, che aveva aperto all'arruolamento di soldati transgender prevedendo, inoltre, che fosse l'esercito a pagare le spese mediche dei militari che volevano sottoporsi alla transizione. Un mese dopo quel tweet, The Donald aveva firmato un memorandum ordinando all'esercito di tornare all'approccio pre Obama ma finì per scontrarsi con il Pentagono. Infatti, il dipartimento della Difesa si oppose alle indicazioni di Trump manifestando la propria determinazione a mantenere nelle file dell'esercito i transgender già in servizio. E le recenti dimissioni del capo di gabinetto John Kelly e del numero uno del Pentagono James Mattis raccontano di un establishment militare, un tempo visto dal presidente come funzionale al suo progetto e alla sua visione politica, che sta sempre più prendendo le distanze dall'amministrazione Trump. La decisione presa ieri dalla Corte suprema ha ripercussioni sul piano giuridico, anche in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. I quattro giudici liberai avrebbe preferito congelare il divieto in attesa degli appelli pervia dell'abilità dimostrata in questi mesi alla Casa Bianca dal presidente Trump di ridisegnare gli equilibri della giustizia federale. Inoltre, tra i quattro voti contrari c'era anche quello di Ruth Bader Ginsburg, 85 anni e uno stato di salute non eccezionale (ha saltato molti dibattiti nelle ultime settimane dopo un intervento invasivo a fine dicembre). Se dovesse lasciare la Corte per motivi di salute, il presidente potrebbe dover scegliere il suo terzo giudice (ha già nominato Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh) spostando gli equilibri sul 6 a 3 a favore dei conservatori. È dai tempi dì Ronald Reagan che un presidente non nomina più di due giudici e Trump è soltanto al primo mandato. Per questo il mondo democratico, sperando di riconquistare la Casa Bianca il prossimo anno (si vota il 3 novembre 2020), sta facendo pressioni sul giudice Ginsburg affinchè non lasci la Corte prima dell'insediamento di un nuovo presidente previsto per il 20 gennaio 2021. S RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: IRREMOVIBILE Donald Trump

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