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06/10/2018

Def, Sud dimenticato niente fondi e progetti

Il Mattino

IL DOCUMENTO
Francesco Pacifico
La parola Sud è citata soltanto tre volte. Quella Mezzogiorno addirittura una. E tanto basta per capire che il Meridione è stato dimenticato nella Nota di aggiornamento al Def. Mancano progetti e riferimenti relativi all'area, non è evidenziata una strategia, non c'è un'analisi sull'impatto dei provvedimenti di carattere nazionale. E non vengono citate le misure sulle quale sta lavorando la titolare del dicastero per la Coesione e il Sud, Barbara Lezzi: cioè la piena applicazione della regola 34 per cento per riequilibrare la spesa, l'estensione dell'incentivo «Resto al Sud» e - soprattutto - la conferma della decontribuzione al 100 per cento per le nuove assunzioni. Misure sulle quali il ministro è pronta a fare battaglia per farle inserire in manovra.
Promette battaglia anche la sua vice, la sottosegretaria Pina Castiello: «Nella nota di aggiornamento ci sono una serie di investimenti infrastrutturali che cadranno al Sud, oltre ovviamente al reddito di cittadinanza. È evidente che il Def approvato è la strategia complessiva del Paese, poi ci sono gli allegati che vanno concretizzati e con questi atti il Mezzogiorno sarà presente in vari settori. E mi batterò per questo». Anche senza esternare la cosa, dal fronte Cinquestelle, molto forte elettoralmente al Sud, è forte il disagio. Ma la senatrice Paola Nugnes invita tutti a confrontarsi con la realtà: «In questa manovra ci sono grandi catalizzatori di spesa e chiaramente vanno penalizzati gli altri capitoli. Spero che sul Sud, nella definizione della Legge di Stabilità, si possa fare di più, ma dobbiamo essere coscienti che abbiamo portato a casa risultati impensabili come il reddito di cittadinanza. Poi, l'anno prossimo e con una ripresa più forte, potremmo aumentare le risorse».
Guardando ai piani della Lezzi, proprio sulla decontribuzione totale, non è presente alcuna volontà del governo di continuare la sperimentazione destinata in scadenza il 31 dicembre. Il ministro vuole rendere strutturale già nella prossima manovra la misura, che però necessità di un finanziamento annuo tra i 600 e i 700 milioni. Nella Nota si legge soltanto l'intenzione di mantenere a livello nazionale per gli under35 «l'esonero dal versamento del 50 per cento dei complessivi contributi previdenziali» per chi assume nel 2019 e 2020 con contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Va detto che nell'elenco delle grandi opere pubbliche sono sottoposte al vaglio dell'analisi costi-benefici (come la Tav Torino-Lione, il Terzo valico ferroviario o la Pedemontana lombarda) non sono citate infrastrutture del Sud. Neppure il contestato gasdotto Tap, che spunterà in Puglia. Il che vuol dire che l'alta capacità Napoli Bari, quella tra Battipaglia e Reggio Calabria o la Jonica con i loro investimenti complessivi per quasi dieci miliardi non sono in discussione. Anche se, senza l'allegato alle infrastrutture, sarà difficile capire quando andrà all'area.
Totalmente assente poi un capitolo destinato al riequilibrio della spesa tra Sud e Nord. La Lezzi spinge per un'applicazione completa della regola del 34 per cento, per portare in ogni comparto un terzo degli investimenti complessivi verso il Mezzogiorno. Invece nella Nota non va oltre nella tabella delle «azioni strategiche» «il Credito d'imposta su investimenti privati» e l'«attuazione dei Patti per il Sud». Su questo fronte il ministro è pronta a rivedere, i programmi concordati dal suo predecessore Claudio De Vincenti, considerandoli troppo settoriali e localistici.
Da capire poi l'impatto delle misure di carattere più nazionale sul Sud. È il caso delle modifiche al Codice degli appalti, considerato troppo farraginoso per le stazioni appaltanti. Poi, sul fronte della lotta alla povertà, molto più fare il reddito di cittadinanza. Nel Mezzogiorno ci sono più indigenti che al Settentrione (due milioni contro 1,8), ma l'intensità della povertà assoluta è più accentuata al Settentrione. Quindi, per capire quanti saranno i beneficiari meridionali sui 6,5 milioni totali, bisognerà aspettare i decreti attuativi e il peso che nella selezione delle domande avrà l'Isee. Più limitato l'impatto di Quota cento: secondo le stime che girano al ministero del Lavoro dovrebbero essere intorno agli 80mila i soggetti, soprattutto dipendenti pubblici, che riusciranno ad andare in pensione a 62 anni e con 38 anni di contributi.
L'economista Luca Bianchi, direttore dello Svimez, dice che «il nodo è la quantificazione delle infrastrutture. Perché le politiche che servono al Mezzogiorno sono di sviluppo, mentre il reddito di cittadinanza, misura che a meno non dispiace, si sofferma soltanto sul campo assistenziale».
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