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05/06/2019

Codice fatto a pezzi subappalti più facili

La Repubblica - Marco Ruffolo

l'analisi
Il compromesso politico depotenzia le norme. Sulle autostrade gli industriali dicono no allo scudo che salva funzionari e revoche
Roma - Il compromesso tra Lega e Cinque Stelle fa a pezzi il codice degli appalti. Non lo cancella, né lo sospende del tutto, come chiedeva Matteo Salvini, ma lo depotenzia fortemente. L'unica certezza (stando almeno all'impegno congiunto preso dai capigruppo del Senato dei due partiti) è che i subappalti non saranno completamente liberalizzati, avranno di nuovo un tetto, sia pure elevato dal 30 al 40%, il che consentirà comunque un maggiore utilizzo. Contro la loro completa liberalizzazione, con i relativi rischi di infiltrazioni mafiose, si era schierato un vasto fronte politico ed economico, con i costruttori dell'Ance in testa. Il testo definitivo del nuovo emendamento al decreto sblocca-cantieri sarà presentato questa mattina in commissione Bilancio del Senato. La nota dei capigruppo parla di "sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese". Ma stando alle prime dichiarazioni, sembrano venir meno (così come prefigurava l'emendamento leghista) alcune importanti garanzie di trasparenza, come quella che costringeva le stazioni appaltanti a selezionare i commissari di gara all'interno di un albo tenuto dall'Autorità anti-corruzione. Li potranno scegliere tranquillamente al loro interno: una porta spalancata ai conflitti di interesse con tutti i rischi del caso. Come il rischio di bandi di gara che somigliano molto ad "abiti su misura", con la sostanziale indicazione di chi dovrà vincere.
Si torna poi all'appalto integrato: finora il codice assegnava alle amministrazioni pubbliche il compito di approvare i progetti esecutivi prima di affidare i lavori alle imprese vincitrici della gara. Ora ci penseranno le imprese a fare tutto loro, esattamente come una volta. In passato era sufficiente che ogni amministrazione facesse un progetto generico, era poi la ditta che si aggiudicava l'appalto a progettare ed eseguire, con la conseguenza che si moltiplicavano le varianti e insieme ad esse tempi e costi delle opere. Ora verrà riesumata, almeno fino alla fine del 2020, quella pratica discutibile, che in molti casi produceva non un'accelerazione dei lavori ma un loro drammatico rallentamento. Inoltre, come ha più volte sostenuto Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, nell'appalto integrato «la commistione tra progetto e opera rischia di incidere sulla qualità dei lavori. E di farci fare molti passi indietro».
Passi indietro la cui logica sottostante è che siccome ci sono molti ostacoli nel mettere in pratica le riforme previste dal codice degli appalti, si decide semplicemente di cancellare quelle riforme. Se è difficile creare l'albo dei commissari di gara (garanzia di indipendenza di giudizio), non è che si introducono per loro adeguati incentivi: non si fa più l'albo. Se i Comuni non riescono a fare i progetti esecutivi dei lavori, non è che si cerca di fornire loro gli strumenti adeguati per farlo: si affidano i progetti direttamente alle ditte che vincono l'appalto. E se finora, per ovviare alla bassa competenza o alle scarse risorse di talune amministrazioni, le si obbligava, per lavori di un certo rilievo, a ricorrere a stazioni appaltanti centralizzate, adesso quell'obbligo è caduto del tutto. Con il rischio, che è quasi una certezza, che molti piccoli Comuni non riusciranno a far partire alcun cantiere.
Un'altra prevedibile rentrée è quella del criterio del massimo ribasso. Anche questa è una prassi che abbiamo ben conosciuto in questi decenni: vinceva la ditta che offriva il prezzo più basso, con l'inevitabile conseguenza di successivi rialzi o di lavori di pessima qualità. Se nel testo finale passeranno le intenzioni leghiste, il massimo ribasso tornerà per lavori fino a 2 milioni di euro. Solo al di sopra di quella soglia scatta il criterio della "offerta economicamente più vantaggiosa" che dovrebbe tenere conto anche della qualità: il prezzo conterà fino al 30% nella aggiudicazione, e i Cinque Stelle garantiscono che il suo peso non sarà elevato al 49%, come inizialmente previsto.
C'è poi una proposta di modifica che trova la forte opposizione di Confindustria: quella che elimina la colpa grave, e quindi il danno erariale, per i funzionari pubblici che revocano i contratti di concessione autostradale, purché i decreti di revoca siano vistati dalla Corte dei Conti: «una norma irragionevole, che modificherebbe nei fatti i contratti in essere con l'effetto di aumentare fortemente la percezione di inaffidabilità del nostro Paese».