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27/07/2018

Cantone: «Il Codice va protetto dai politici, non dalla politica»

Economy - Maurizio Tortorella

GESTIRE LIMPRESA L'INTERVISTA
Intervista esclusiva con il presidente dell'Anac che spiega perché la normativa va adeguata ogni anno, ma senza quegli interventi invasivi o quelle "deroghe" che ad oggi hanno favorito solo i portatori di interessi
«IL CODICE DEGLI APPALTI DOVREBBE ESSERE SOTTOPOSTO SOLTANTO A VALUTAZIONI TECNICHE, E NON ESSERE OGGETTO DI MODIFICHE IN BASE ALL'ORIENTAMENTO POLITICO». Raffaele Cantone è severo sul caos nella normativa che regola gli appalti pubblici. Napoletano, 54 anni, da 27 è in magistratura e da quattro presiede l'Autorità nazionale anticorruzione: in questa intervista esclusiva con Economy fa il punto sulla situazione, racconta nei dettagli la posizione dell'Autorità, e spiega anche che cosa accadrà nei prossimi mesi. Presidente Cantone, com'è possibile che da decenni il Codice degli appalti subisca continue modifiche e revisioni? Non dovrebbero bastare poche regole, stabili e severe, per consentire alle aziende trasparenti e oneste di prevalere su quelle opache e scorrette? Premessa doverosa, visto che molti oggi sembrano dimenticarlo: il Codice del 2016 nasce dalla necessità di recepire più direttive comunitarie in materia di appalti. Ciò detto, condivido in toto la sua analisi: i Codici hanno bisogno di stabilità. Ma si tratta di un settore che non è immutabile nel tempo ed è un volano per l'economia. Quindi piccoli aggiustamenti, se non stravolgono l'impianto, non solo sono fisiologici ma in qualche caso anche auspicabili. È mai stato fatto un calcolo accurato, dalla sua prima introduzione nel 1994, su quante volte sia stato modificato il Codice degli appalti? Non sono in grado di fornirle un numero ma posso assicurarle che, soprattutto negli ultimi anni, non c'è stata manovra finanziaria che non contenesse anche interventi sul Codice, rimettendo puntualmente in discussione le disposizioni in vigore. CI VORREBBERO MENO STAZIONI APPALTANTI MA PIÙ QUALIFICATE, COSÌ DA FAR BANDIRE GARE RILEVANTI SOLO AD ENTI IN GRADO DI PROGETTARE L'effetto è comunque devastante. Oggi, sul web, si trovano guide che propongono, letteralmente, "Ecco che cosa cambia tra il vecchio Codice degli appalti (2016), il nuovo Codice (2016-2017) e il futuro Codice appalti (2018-2019)". C'è da impazzire: la nuova versione assicurerà un po' di stabilità? Le rispondo con una battuta: mi accontenterei che non assicurasse instabilità adesso che il settore è in ripresa, e del resto è risaputo che le modifiche legislative alimentano il mercato editoriale. Ironia a parte, il Codice degli appalti dovrebbe essere sottoposto soltanto a valutazioni tecniche e non essere oggetto di modifiche in base all'orientamento politico. Se lei si trovasse a dover scrivere in libertà le tre o quattro norme-base per il Codice degli appalti, su che cosa punterebbe? Senza dubbio su trasparenza, concorrenza, incentivi per le aziende migliori, tutela delle Pmi e un minor numero di stazioni appaltanti ma più qualificate, così da far bandire gare rilevanti solo ad amministrazioni dalla comprovata capacità progettuale. Sono tutti concetti che il Codice contempla già, anche se poi le norme vanno applicate e, com'è noto, può esserci una grande discrepanza fra enunciazioni di principio e pratica quotidiana. Al Senato, il 14 giugno lei ha detto che nel 2017 gli appalti sopra i 40.000 euro sono tornati a crescere: il 36,2% in più. Merito anche del Codice del 2016. C'è bisogno di una nuova revisione? La ripresa è la risposta migliore a tante critiche: dimostra che serviva semplicemente tempo per assimilare un testo non facile, peraltro entrato in vigore dall'oggi al domani senza un periodo transitorio né un'ora di formazione per chi è tenuto ad applicarlo. Sulle annunciate modifiche, se si tratterà di qualche aggiustamento, non ci vedrei nulla di male. L'Anac stessa ha suggerito di graduare alcuni meccanismi pensati per i grandi appalti ma poco adeguati ai più piccoli, che sono la maggioranza. Pensi al rifacimento di una strada: che senso ha impedire il massimo ribasso, se il tipo di intervento non richiede chissà quale innovazione o non ci sono particolari margini di miglioramento del progetto? Il decreto correttivo del 2017, lei ha detto, è stato provocato da «non sempre giustificate critiche». A che cosa si riferiva? Poco dopo l'entrata in vigore del Codice si è fatto un battage adducendo il calo del mercato alla dannosità delle nuove regole e si sono individuati alcuni presunti responsabili, come i paletti per le gare sotto-soglia o l'offerta economicamente più vantaggiosa. L'appalto integrato, in passato responsabile del lievitare dei costi delle opere pubbliche con varianti «impreviste», è uscito dalla porta ma è rientrato dalla finestra col correttivo. Invece, in tema di rallentamento dei tempi, abbiamo scoperto che in molti casi tante amministrazioni, pur potendo, non ricorrono alle procedure semplificate. Che lei sappia, l'ultima "retromarcia" sul Codice ha avuto origini lobbystiche? Mi pare naturale che i portatori di interessi organizzati facciano pressione sui decisori. L'importante è che questi ultimi non perdano di vista l'interesse generale a vantaggio di quello particolare. E non so se è sempre avvenuto. Lei ha detto anche che nel correttivo 2017 del Codice sono riapparse «deroghe ad hoc»: si riferiscono a soggetti identificabili? Di certo alcune categorie hanno fatto sentire la loro voce. Ma ci sono state deroghe ad hoc, "anomale"? Sulla scia degli scandali Expo e Mose, il Codice era nato con lo slogan «basta deroghe», perché si erano rivelate il grimaldello per fatti di corruzione. Ben presto però, dalle Universiadi di Napoli ai Mondiali di sci di Cortina, sono riapparse. Insieme a una serie di interventi mirati. Penso all'obbligo per i concessionari di bandire l'80% dei lavori: prima ancora che il provvedimento entrasse in vigore, sono stati paventati migliaia di licenziamenti senza nemmeno spiegare su quali basi venivano calcolati. Per settimane si è andati avanti fra allarmi e minacce di sciopero, finché la norma è stata cambiata e i tempi per bandire per le concessioni in scadenza sono saliti da 24 a 36 mesi. Altro caso: la finanza di progetto. L'impegno massimo dello Stato è passato dal 30 al 49%. Ma in un'opera in cui la parte pubblica mette metà delle risorse, dov'è il rischio d'impresa? In Italia si fa un gran parlare di apertura al mercato, ma l'impressione è che piaccia solo quando riguardano gli altri. C'è anche chi ha criticato l'Anac per presunti ritardi nella stesura delle linee guida del Codice. È così? SullAutorità, non so quanto in buona fede, è fiorita una serie di leggende metropolitane come questa. Per fortuna parlano i numeri: di dieci linee guida da redigere per legge, l'Anac ne ha licenziate sette. Altre sette, benché non obbligatorie, sono state elaborate per aiutare gli operatori su temi particolarmente sensibili. Consideri fra l'altro che il correttivo ci ha costretti a riscriverle quasi tutte quante. Mancano tre provvedimenti: uno sarà approvato a breve, un altro è in attesa del parere del Consiglio di Stato e per l'ultimo, sulla qualificazione delle stazioni appaltanti, serve prima un decreto del governo. Il Codice del 2016 prevedeva, tra l'altro, tre novità: 1) la scelta dei commissari di gara attraverso l'estrazione da un albo gestito dall'Anac, 2) il «rating» d'impresa, 3) l'obbligo di progettazione esecutiva. Rischiano di non essere confermate? Non ho notizie in tal senso, ma spero non saranno toccate perché si tratta di aspetti cruciali. Su questi aspetti lAnac ha acquisito un know-how che è a disposizione del governo e, se ci sarà richiesto, siamo disponibili a dare indicazioni su possibili semplificazioni da attuare. Può dire, per ognuna di queste innovazioni, quali saranno i tempi di applicazione e i vantaggi? Nei prossimi mesi prenderà il via l'Albo dei commissari tenuto dall'Anac, pensato per evitare nomine pilotate tramite sorteggio. Il "rating d'impresa" premia le aziende che hanno mostrato maggiore affidabilità per rispetto dei tempi e qualità dei lavori, ma serviranno tempi più lunghi: è un istituto nuovo e complesso e servirà predisporre un adeguato applicativo informatico come database. L'obbligo di progettazione esecutiva è già in essere e punta a fare in modo che alle gare siano presentati progetti completi, limitando quegli extra-costi "imprevedibili" con cui spesso un'azienda recupera il ribasso offerto in sede di gara. Lei intravede nella prossima revisione del Codice qualche innovazione positiva? Non ho notizie sulle modifiche. Sia ai ministri con cui l'Autorità si interfaccia nella sua attività, come il ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli e la titolare della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno, che al titolare degli Interni Matteo Salvini e allo stesso premier Giuseppe Conte, ho detto però che lAnac è pronta ad accogliere con favore qualunque semplificazione che snellisca le procedure. Altra cosa, ovviamente, sarebbe una retromarcia sulle innovazioni più significative. Lei ha detto che quest'anno, grazie a una norma della Legge di bilancio 2017, l'Anac passerà nel sistema delle autorità indipendenti: che cosa cambierà? Da poco l'Anac è inquadrata nell'ordinamento vigente per le Authority, ma i dipendenti non ancora. Dopo aver garantito l'indipendenza della governance, la norma garantirà anche una effettiva indipendenza del personale. Purtroppo resta il limite dei vincoli di spesa, incompatibili con una vera autonomia. Benché non gravi sulle casse dello Stato, infatti, per legge l'Anac può spendere solo una piccola parte delle proprie risorse. E questo si riflette sulle carenze di organico, alla luce dei tanti compiti assegnati all'Autorità negli ultimi anni: dovremmo essere in 350 e siamo 290. Ma pochi fondi disponibili vuol dire poche assunzioni. Il 6 giugno, alla Camera, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto: «Dall'Anac non abbiamo i risultati che ci attendevamo». Il 14 giugno si è corretto: «L'Anac è uno strumento che riteniamo molto utile sul piano della prevenzione e del contrasto alla corruzione». Che cosa gli ha fatto cambiare idea in soli otto giorni? Il premier mi ha assicurato che non intendeva attaccare l'Anac. E la sua presenza alla Relazione annuale al Parlamento, insieme a una folta delegazione di ministri, è un segnale d'attenzione importante. Ci si può anche ritenere insoddisfatti, ma se in tre anni l'Italia ha recuperato 15 posizioni nelle classifiche internazionali, è evidente che c'è la percezione del nostro lavoro. Il fatto è che con la prevenzione non si ha mai la prova del contrario: così come nessuno potrà mai dire se il lavoro dell'intelligence ha sventato un attentato, è impossibile certificare se una verifica dell'Anac ha impedito una tangente. Anche perché nulla è in grado di evitare al 100% la corruzione, e chi dice il contrario mente. L'Expo aperto in tempo, il commissariamento del Mose, l'alta sorveglianza sulle grandi opere, gli arbitrati bancari: l'Anac fa tante cose e non tutti sono tenuti a conoscere i risultati nel dettaglio. Inoltre su alcuni temi sensibili occorre riserbo. Ad esempio per impedire infiltrazioni criminali nella ricostruzione (post terremoto, NdR), l'estate scorsa abbiamo mandato la Guardia di Finanza nei cantieri delle casette. Sono emersi elementi interessanti, ora al vaglio di varie Procure. È poco noto, ma non mi pare di poco conto.
PER VIA DEGLI SCANDALI EXPO E MOSE IL CODICE ERA NATO CON LO SLOGAN 'BASTA DEROGHE'. MA SON RIAPPARSE, INSIEME AD INTERVENTI MIRATI

PIÙ TRASPARENZA, PIÙ CONCORRENZA, PREMIARE IL MERITO E TUTELARE LE PMI: FOSSE PER ME,I LO RISCRIVEREI COSI


IL GOVERNO SA CHE ANAC È FAVOREVOLI A SEMPLIFICARE PER SNELLIRE LE PROCEDURE, MA NON A RETROMARCE SULLE INNOVAZIONI PIÙ SIGNIFICATIVE

Foto: Qui a fianco il premier Giuseppe Conte, guida del governo a maggioranza leghista-pentastellata in carica da giugno. A destra Giulia Bongiorno, ministro della Pubblica Istruzione

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