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09/06/2019

Bettin, morte e rabbia nella notte di Marghera

Il Mattino

Generoso Picone
C'è ancora qualcosa che brucia nella pagina di Gianfranco Bettin. Qualche cosa «che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi, che ci faccia sentire che esistiamo», come si leggeva nella citazione di Primo Levi dalla poesia «Dateci», in esergo al romanzo d'esordio del narratore e saggista veneziano, appunto Qualcosa che brucia, pubblicato da Garzanti nel 1989. A 20 anni di distanza, Bettin ritorna a Porto Marghera ma è un ritorno letterario perché lui dal luogo delle sue origini non si è mai mosso e ha continuato a studiarlo, a scomporlo, a sottolinearne l'eterna emergenza ambientale, a denunciarne la deriva sociale provocata dalla dismissione produttiva e in Cracking (Mondadori, pagg. 189, euro 17) racconta l'epopea del Petrolchimico attraverso la storia di un uomo che l'ha attraversata e ne celebra il disperato epilogo.
Celeste Vanni è un operaio in pensione. Marghera gli ha impresso la sua identità molteplice: orfano ragazzino di operaio, dopo aver abbandonato la scuola ha maturato la sua esperienza nelle bande criminali della zona e si è salvato grazie al matrimonio con Rosi, al lavoro in fabbrica e alla comunità di compagni. Lassù sulla ciminiera dove si è arrampicato per sventolare una vecchia tuta blu piena di stemmi dal Club Alpino alla squadre di calcio e basket di Marghera, dal Leone alato di Venezia al logo dell'azienda e alla sigla del sindacato con due scritte bianche sulla manche: una dice «Duri i bianchi» e si tratta di un'antica esortazione veneziana a resistere, l'altra rimanda alla canzone di Bruce Springsteen «No retreat, baby, no surrender».
È il Donnarumma all'assalto del Petrolkimiko, nell'esplicito e dichiarato omaggio di Bettin al personaggio di Ottiero Ottieri: 20 anni dopo Qualcosa che brucia fa esplodere così la sua rabbia, facendosi simbolo della storia dell'impianto un tempo tra i più grandi e importanti al mondo e oggi invece al centro di affaristiche operazioni di bonifica, oggetto d'attenzione spietata del rampante business dei rifiuti, obiettivo di interventi speculativi ma perfetti a norma di legge, finti appalti e strategie finanziarie malavitose che scandiscono la nuova notte di Marghera.
L'elemento di continuità con il passato è la morte: il Petrolchimico è ancora un killer puntuale, ne muore Rosi, muoiono i compagni di Celeste e i lutti di Porto Marghera si intrecciano con quelli provocati dallo spaccio di droga imperante nel quartiere e non soltanto lì. Se in Qualcosa che brucia Bettin faceva dire al protagonista «Questa non è più la mia guerra e non sarà nemmeno la mia pace», ora Celeste Vanni in Cracking si impone come il testimone dolente di una sconfitta e offre il suo corpo da referto di una storia al termine. Gianfranco Bettin narra con passione, cura e precisione competente nel delineare temi e questioni. Porto Marghera è il suo campo letterario per eccellenza, scrivere per lui rappresenta misurarsi costantemente con ciò che da lì viene. Arriva così al centro del problema, al cracking, alla sua azione fondamentale che trasforma le frazioni grosse del petrolio in altre più agili, ottenendo idrocarburi leggeri e ricavando dalla rottura delle molecole più pesanti gli alcheni composti da soli atomi di idrogeno e carbonio.
Un cambio di stato che delinea un'altra chimica, un mondo nuovo. Anche Celeste nella vita aveva fatto un paio di volte cracking, a quel punto succederà altre volte, deve pensare mentre lascia sventolare la sua tuta blu. Almeno, un'apertura alla speranza.
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