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29/07/2018

«A rischio la formazione della nuova forza lavoro»

Il Mattino

«Resistere in queste condizioni per l'intera filiera delle costruzioni è ogni giorno più difficile. È rimasto in piedi soprattutto chi ha potuto trovare lavoro fuori ma è devastante veder scomparire aziende con tradizione più che decennale a Napoli e nel Sud. Fallite, chiuse, indebitate», dice con profonda amarezza Federica Brancaccio, presidente dell'Associazione dei costruttori napoletani e presidente nazionale di Federcostruzioni.
La ripresina non riesce a invertire la tendenza?
«Paghiamo l'indebolimento complessivo del tessuto economico. Anche la nascita di nuove imprese, che per fortuna non mancano, deve misurarsi con lo stesso scenario. La ripresa ha i suoi tempi e se la crescita non accelera i problemi delle nuove aziende saranno gli stessi. Non si riuscirà a ricostruire presto quello che si è perso: parlo di una generazione di addetti all'edilizia ormai scomparsa».
Nel senso che manca la materia prima sul piano occupazionale?
«Nel senso che non sarà possibile in tempi normali formare sul campo geometri o ingegneri esperti, come avveniva prima della crisi, perché ci si forma in cantiere e le attività restano ancora poche. Assistiamo ad una mancanza di ricambio che forse è persino più grave della drammatica congiuntura di settore».
Colpa del nuovo Codice degli appalti o della scarsa propensione all'innovazione di molte imprese, specialmente al Sud?
«Che il nuovo Codice degli appalti abbia rallentato la filiera dell'edilizia è purtroppo noto: è stato vistoso il calo degli appalti pubblici al Sud, soprattutto nell'anno in cui è entrato in vigore il codice. Vanno segnalate, infatti, la difficile cantierizzazione delle opere e la lentezza della capacità di spesa degli enti locali. Certo, anche l'utilizzo di Industria 4.0 che comunque avrebbe dovuto incidere molto sull'innovazione tecnologica dell'intera filiera è stato finora parziale: è un modello culturale che come sistema ci impegniamo a facilitare».
Ma l'edilizia è ancora strategica per l'economia del Paese? Lo stop alle grandi opere, anche già finanziate, può essere il colpo mortale per il settore?
«L'edilizia resterà strategica per il Paese: pensi che il 90% di servizi e forniture del nostro settore è acquistato dal territorio nazionale. La qualità e la riqualificazione del patrimonio immobiliare delle nostre città sono e saranno decisive per migliorare lo standard della nostra vita. Il problema è che senza il sostegno del pubblico, e parlo di infrastrutturazione adeguata dei territori, il privato che opera nell'edilizia non riuscirà a risollevarsi definitivamente. Occorre soprattutto una visione ampia e d'insieme per rimettere in moto il nostro comparto. E basta guardare proprio alla Campania per rendersene conto».
Si riferisce ai tanti progetti e piani integrati che sono sul tavolo dei maggiori enti locali della regione?
«Penso alla Buffer zone di Pompei, al Masterplan del litorale domizio-flegreo, a Bagnoli, alla Zes: c'è tanto da fare che quasi sembra un paradosso parlare di crisi. Ma serve coerenza, serve un tavolo di confronto unico nel quale tutti gli attori facciano finalmente rete».
Toninelli sembra avere aperto sul futuro dell'edilizia partendo proprio dalla spinta all'innovazione: basta?
«Nel messaggio inviato a Federcostruzioni ha confermato questa disponibilità ribadendo l'importanza dell'edilizia in uno scenario, appunto, più votato all'innovazione. Ma su altri punti, come il consumo di suolo, è necessario un confronto».
Perché in uno stato di crisi così evidente avete garantito aumenti salariali con il rinnovo del contratto avvenuto proprio in questi giorni?
«Intanto il contratto era scaduto dal giugno 2016 e si doveva rinnovare. Ci siamo confrontati a lungo con i sindacati e al nostro interno. Alla fine è prevalsa la tesi che bisognava comunque investire sul futuro, garantendo più welfare e opportunità per un ricambio generazionale tra i lavoratori in favore dei più giovani. Una scelta di ottimismo: c'è bisogno anche di questo adesso per voltare pagina o provare almeno a farlo».
n.sant.
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