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10/09/2018

NUOVE MAFIE E COLLETTI BIANCHI

La Repubblica - Luigi Labruna

IN PRIMO PIANO refole
pagina V Come ha portato all'avvicinamento dei popoli, così la globalizzazione ha favorito la reciproca permeabilità di realtà criminali un tempo estranee l'una all'altra e di sistemi bancari, economici e finanziari diversi, conferendo alle prime un più agile dinamismo e maggiori possibilità di sfuggire ai controlli e agli interventi repressivi nazionali e sovranazionali.
Le "nuove mafie" hanno così adottato metodi nuovi abbandonando il ricorso alla violenza fisica, ora utilizzata solo in casi estremi, investendo molto, invece, sulla formazione professionale dei figli e degli aderenti. Ciò ha consentito loro di radicarsi in viluppi inestricabili di attività con altri malavitosi, imprenditori, amministratori, politici, servendosi di insospettabili "colletti bianchi" i quali, fungendo da cerniera tra mondo legale e illegale, mettono a disposizione le proprie tecnicalità, facilitano il riciclaggio, provvedono alla redazione di "speciali" contratti, pilotano appalti, forniscono ai criminali assistenza medica e legale.
Delle misure per contrastare, e se possibile prevenire, tali pericolosi fenomeni si occupa ora "Mafie e libere professioni", di Salvatore D'Alfonso, Aldo De Chiara e Gaetano Manfredi. Un libro di grande interesse, edito da Donzelli, gravido di fonti, statistiche, documenti giudiziari, amministrativi, parlamentari, provenienti da ordini professionali. Istituzioni, queste, dotate di diversi (spesso grottescamente contrastanti) regolamenti, codici etici e previsioni di misure disciplinari. Un caos che gli autori suggeriscono di superare con un Codice delle libere professioni che abbia come riferimento "la deontologia, il potere disciplinare e l'intera struttura di sistema che ricomprende ministero di Giustizia e organismi giudiziari". Tema di decisiva importanza giacché la oscura fase politico-istituzionale in cui viviamo (non solo qui al Sud) rende come annebbiata, in molti, persino la consapevolezza delle proprie responsabilità e dei valori a cui informare il proprio agire.
Gli autori attribuiscono tali carenze anche alla mancanza in molti di una formazione professionale adeguata.
E ciò li spinge ad analizzare (e a enfatizzare) il ruolo che, all'interno di un articolato sistema antimafia, dovrebbero svolgere appunto gli ordini, la ricerca scientifica e gli Atenei. Argomento di cui tratta il capitolo "Etica e legalità vs. mafie: il ruolo dell'Università", in cui si riconosce l'entusiasmo (e l'ottimismo) di Manfredi, il quale - illustrato il lavoro svolto in questo campo dalla Crui che presiede - evidenzia "la necessità di una profonda revisione" di programmi e metodi di formazione che, in armonia con lo spirito della Costituzione, accompagni l'educazione alla legalità e ai sentimenti di giustizia dell'insegnamento universitario, portando all'attenzione della cultura ai massimi livelli il tema del contrasto ai poteri mafiosi. Propositi da condividere, nella speranza, non so quanto fondata, che siano davvero efficaci e vengano realizzati.

Foto: Luigi Labruna professore emerito di Diritto romano, già preside della Facoltà di Giurisprudenza della Federico II e presidente del Cun

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