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28/08/2018

IL POTERE DELL’INNOVAZIONE

Forbes Italia - DI ALESSANDRO ROSSI

INTERVISTA LUIGI DI MAIO
Tecnologia, cultura, media. Sono tre delle grandi sfide che Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle, vicepresidente del Consiglio, Ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro deve e vuole affrontare. Con un occhio sempre rivolto ai giovani. Ecco il suo progetto perTItalia
Luigi Di Maio, 32 anni, Vicepresidente del Consiglio, Ministro delle Sviluppo economico e del Lavoro, è l'uomo di Governo che più incarna l'immagine del cambiamento: giovane, abile nelle trattative, impeccabile ed elegante, porta avanti le idee del Movimento 5 Stelle improntate ai grandi temi del futuro che prevedono l'innovazione e la cultura applicate all'economia. Ha davanti una sfida ciclopica. Risollevare un Paese come l'Italia che ha grandi risorse, ma è provato da una lunga crisi economica e da profonde divisioni sociali. Forbes lo ha incontrato. Vi definite il Governo del cambiamento. Quanto pesano in questo vostro progetto di cambiamento della società i temi dell'informazione, della cultura, dell'innovazione? Informazione, cultura e innovazione sono stati i capisaldi del dibattito nel Movimento per dieci anni. Cominciamo dalla prima. Davamo per assodato un rapporto con l'informazione convenzionale ma subito, alla nascita del Movimento, e poi sempre più negli anni, abbiamo trovato un argine dall'altra parte. Allora, assodato che lì non c'era modo di veicolare i nostri temi, abbiamo creato un altro modello di informazione. Quello basato sulla rete. Oggi abbiamo un canale con cui quando lanciamo una campagna, per esempio quella dei vitalizi, riusciamo a battere tutto lo share dei tg e dei quotidiani ma anche dei canali generalisti delle tv nazionali. Basta pensare che l'hashtag #byebyevitalizi ha raggiunto 23 milioni di italiani. Ma si tratta di informazione o controinformazione? Oggi è informazione. Tutti i quotidiani si stanno convertendo all'online. Alcuni lo stanno facendo molto bene, altri lo stanno facendo maluccio, nel senso che utilizzano i social per attrarre gente con notizie più o meno improbabili e lo fanno anche le testate nazionali. Però quella è un'altra questione. L'informazione si sta spostando sul web grazie all'innovazione. Questo è il principio generale. Vale per la tv e vale per i giornali: il palinsesto, l'impaginazione ideale per il cittadino sono quelli che si fa da sé. È per questo che ha lanciato l'idea di una Netflix italiana? Netflix è l'immagine del palinsesto personalizzato. Se devo aprire il giornale e devo leggere in base all'ordine che mi ha dato il direttore può funzionare per me che sono un addetto ai lavori, ma chi vuole determinate notizie vuole potersele selezionare. Tanto è vero che stanno nascendo sempre di più le home page dei quotidiani che puoi personalizzare. Quindi quale è il futuro dei media convenzionali? Creare questi contenuti. Lo sto dicendo da Ministro che ha la delega alle Telecomunicazioni: se i media convenzionali riescono a cogliere questa sfida produrranno i contenuti per le piattaforme digitali. Rai fiction non deve produrre solo le fiction per la Rai ma deve produrre e vendere a tutte le piattaforme digitali del mondo perché in Italia abbiamo un know how e un'esperienza che ci consentono di creare ottimi prodotti. Sogno una Rai senza il pastone politico. Vorrei invece che i tg e le reti tv stimolassero un dibattito aumentando il senso critico delle persone. Invece, oggi? Invece oggi la notizia è l'opinione e questo sta distruggendo anche il rapporto tra le persone e la tv e i giornali. Soprattutto vale per i ragazzi. Per tre anni nelle scuole ho raccontato il funzionamento della Camera dei deputati con dei video singolari: facevo vedere delle cose che nessuno aveva mai spiegato. E i ragazzi cosa le dicevano? Quando incontravo questi ragazzi, non solo facevano delle domande veramente acute, ma emergeva chiaramente che il loro ordine di priorità dei temi era totalmente diverso da quello del dibattito pubblico del momento. Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo alla Netflix italiana. Quindi, secondo lei la Rai non andrebbe privatizzata? L'idea di vendere due reti della Rai era nel programma del Movimento del 2009. Poi negli anni, soprattutto entrando in commissione di vigilanza, ci siamo resi conto che prima di qualsiasi progetto di privatizzazione, qualora lo si volesse fare, ce bisogno di renderla competitiva, cioè di renderla un prodotto appetibile perché vendere la Rai così com'è oggi sarebbe una svendita. Nel contratto di governo non abbiamo inserito la vendita dei canali Rai ma il concetto di liberare la Rai, liberarla dalle lottizzazioni e iniziare un processo di digitalizzazione perché è incredibile che la Rai sia una delle grandi reti europee più indietro nel processo di innovazione. Se volete vedere un contenuto, provate ad utilizzare la app o il sito della Rai e scoprirete che è molto indietro rispetto alla Bbc ma anche rispetto a Mediaset in alcuni casi, senza parlare di Sky. Rilanciare la Rai. Lo hanno detto tutti i governi. Il problema non è dirlo ma è farlo... Dobbiamo rimettere la Rai in carreggiata. Prima di tutto dobbiamo fare una ricognizione dei raccomandati che ci sono dentro, poi iniziare un progetto industriale innovativo che riguardi la digitalizzazione. Ai raccomandati cosa fate, li licenziate o li condannate a lavorare? Il tema dei raccomandati si declina in questo modo. Ci sono circa 15 mila dipendenti dentro la Rai e le produzioni vengono tutte esternalizzate. Quindi ci sono un sacco di persone che non fanno nulla. Se invece cominciamo a riportare internamente le produzioni dei servizi cambia tutto. Chi non vuole lavorare si troverà un altro posto. Bene. La rinascita del Paese passa anche e soprattutto dai livelli culturali. L'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti però diceva che con la cultura non si mangia. Aveva ragione? No. Per noi con la cultura si mangia. Oggi l'innovazione e la cultura fanno la differenza. Veniamo da due fasi economiche: l'economia della fatica, quella industriale. Poi è arrivata l'economia dell'intelligenza, quella dei grandi manager, dell'organizzazione aziendale. Adesso siamo in un'altra fase, quella dell'economia cosiddetta del cuore, dell'economia esperienziale, basata sulle esperienze che riescono ad attrarre investimenti. In pratica? Le startup creano idee innovative ed esperienze incredibili: basta pensare a tutto il mondo della realtà virtuale e a tutte le tecnologie applicate ai nostri beni culturali e turistici. Dobbiamo usarle per creare una narrazione per il turista straniero che viene in Italia, cioè gli dobbiamo poter far vivere una storia. Oggi abbiamo una visione dei nostri beni culturali e delle nostre bellezze naturali che è quella della fotografìa. Non funziona più. È come il teatro e il metateatro. Il teatro lo guardi, il metateatro è quando ci sei in mezzo. Se noi vogliamo sviluppare il nostro patrimonio culturale attraverso l'innovazione, tutto questo deve diventare un'esperienza, una grande occasione per il turista o per il cittadino di poter vivere una storia. Tutto questo può costituire un volano pazzesco per la nostra economia. Insomma bisogna saperla raccontare. Innovazione, informazione e cultura devono partire da un presupposto: tutto quello che non comunichi, oggi non esiste. Stiamo andando in una direzione in cui presto anche la fabbrica di scarpe avrà il responsabile editoriale perché tutto ormai è comunicazione. Anche noi facciamo tante cose ma perché il cittadino le percepisca come un vantaggio le deve conoscere. Se non le conosce non le percepisce. È il tema centrale di questo periodo, la lotta tra la realtà e la percezione. Sì. La vera sfida politica oggi è tra numeri e percezione. Tutti dicono: dovete spiegare ai cittadini che percepiscono quel problema che i numeri sono diversi. Io invece dico un'altra cosa. Ci dobbiamo chiedere: perché rispetto ai numeri c'è una percezione dieci volte più grande? Perché, qualcuno soffia sul fuoco? Non è così. È un'altra questione. Da una parte abbiamo i problemi delle persone che sono sofferenze, quindi sono emozioni, dall'altra parte abbiamo i numeri che sono algidi. Se si minimizza l'emozione e la sofferenza di una persona, (che può essere il lavoro per il figlio che non si riesce a trovare o il problema della strada con le buche) dicendo di non preoccuparsi perché i numeri sono questi, la politica si allontana dai cittadini. Negli ultimi anni è successo questo. Esatto. Quindi il mio obiettivo come Ministro del Lavoro ma anche dello Sviluppo economico è non parlare con il Pil o con i dati occupazionali, ma cercare di assicurare la vicinanza dello Stato rispetto a quelle sofferenze. Non tutte si possono risolvere subito ma almeno dovete sapere che il ministro quando ci sono dei problemi viene da voi per parlare e vedere di risolvere la questione. C'era un tempo in cui Grillo diceva che con una stampante 3D si potevano fare tante cose. È arrivato quel tempo oppure era solo una grande provocazione? In questo palazzo c'è l'Ufficio brevetti. Qui si brevettano tutte le invenzioni che vengono fatte in Italia. Nell'Ufficio brevetti il mondo del 3D sta diventando veramente cruciale. Nel senso che anche le invenzioni che non riguardano le stampanti 3D molto spesso vengono proprio da quel tipo di stampanti. Mi ricordo sempre quando Grillo, ormai diversi anni fa, disse che c'era una compagnia aerea che stava cominciando a produrre i motori degli aerei con le stampanti 3D. Ci furono editoriali su tutti i giornali italiani che prendevano in giro Grillo. Oggi non solo si stampano i motori degli aerei, ma sta cambiando il flusso merci a livello internazionale perché sempre in più casi non si trasferisce più la merce, ma soltanto il file e lo si stampa in loco. Questo non vale solo per i prodotti in acciaio. Sono nate le stampanti 3D per le case. Questo ci pone un grande problema, che io sto già affrontando perché è il mio grande cruccio, di come si trasformeranno i lavori. Beh, come potremmo dire, scomodando Humphrey Bogart, è il progresso bellezza, e tu non ci puoi far niente. Sì, è il progresso, ma non è vero che non possiamo fare niente. Quella stampante che oggi è in grado di costruire una casa non è proprio il modello di stampante come lo conosciamo per produrre gli oggetti, ma lo è a tutti gli effetti. In provincia di Caserta ce una tra le più grandi stampanti 3D d'Europa per prodotti al titanio. Oggi tutte queste tecniche sono delle isole in giro per l'Italia così come tante altre innovazioni che però non sono in rete. Mettere in rete le stampanti. Sembra quasi che voglia allestire un ufficio. (È una battuta...) Il grande ufficio dell'Italia innovativa. (Anche la mia è una battuta). Però mettendo in rete tutte queste innovazioni possiamo: primo, far trasferire know how e farle lavorare tra di loro. Secondo: possiamo capire quali lavori si stanno perdendo e quali invece sono richiesti intorno a questo mondo. Il saldo però rischia di essere sicuramente negativo. Non è detto. L'Italia non ha niente di cui preoccuparsi per la semplice ragione che siamo il Paese della creatività e delle innovazioni. Forse è la prima volta dopo 40 anni di dipendenza dai modelli industriali a catena di montaggio che gli italiani possono tornare a lavorare nelle aziende per creare innovazione. Sta tutto nella conversione, cioè noi dobbiamo convertire delle competenze e per questo la prima cosa che ho fatto è stato mettermi al lavoro per i centri per l'impiego che saranno il grande strumento per convertire le professionalità. Finora sono stati dei gran carrozzoni. I miei predecessori hanno investito nelle leggi e quindi dicevano alle Regioni che cosa dovevano fare per i centri per l'impiego. Le Regioni andavano davanti alla Corte costituzionale, facevano ricorso e vincevano perché le politiche attive del lavoro sono di competenza regionale. Io sto investendo in un'altra cosa: le relazioni con gli assessori regionali. Li ho già riuniti diverse volte e periodicamente valutiamo lo stato di avanzamento dei lavori. Ogni Regione ha un problema sui centri per l'impiego diverso da un'altra perché ci sono questioni totalmente differenti. E oggi cosa cambia? Oggi il Ministero ci mette i soldi ma li vincola a determinati investimenti. Abbiamo bisogno innanzitutto di professionalità che non siano da vecchio collocamento. Stiamo facendo una ricognizione di quelle che mancano. Lo psicologo del lavoro, prima di tutto, perché chi entra nel centro per l'impiego è disperato, ha bisogno di essere rianimato psicologicamente. E poi le figure dei formatori devono essere in grado di percepire questi cambiamenti che stiamo vivendo che non valgono solo per le stampanti 3D. Per esempio, c'è da formare la persona che lavorava sulla catena di montaggio del tubo catodico e che oggi potrebbe andare a lavorare in un'azienda di alta elettronica che magari sta facendo i chip per i visori. Quella persona ha bisogno di formazione perché la domanda di lavoro ce. ma lui non è formato adeguatamente. Sì, ma il problema è sempre quello: la tecnologia distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea. O no? Quando ho lanciato l'idea della Netflix italiana sono venuti alcuni parlamentari e mi hanno detto: "Mediaset ha migliaia di dipendenti, Netflix in Italia ne ha quattro: perché lei sta investendo in quel modello? Dovrebbe investire nell'altro". Il tema non è che noi stiamo investendo o disinvestendo, il tema è che il futuro sta andando in quella direzione. Cosa dobbiamo aspettarci? Dobbiamo prepararci a quello che non dico io ma dicono Bill Gates, Mark Zuckerberg, Richard Branson: dobbiamo convertire le figure professionali che servono. Per esempio avremmo bisogno di tanti ragazzi che vengono dagli istituti tecnici preparati per usare i macchinari di industria 4.0 e non li abbiamo. Dobbiamo però anche tenere presente un'altra cosa, cioè che ci attende una tale epoca di trasformazione per cui il sostegno al reddito per assicurare questa transizione sarà fondamentale. Sento odore di reddito di cittadinanza... Il reddito di cittadinanza non è lo strumento per dire alla gente: prima lavoravi ora non lavori più. È per dire: tu hai perso il lavoro, io ti devo formare per affrontare le nuove sfide del futuro. Mentre ti formi ti do il reddito e poi ti reinserisco. Però è chiaro che il rapporto non è pari. La stampante 3D oggi sostituisce IO lavoratori e ne ha bisogno di due. Questo rapporto dobbiamo tenerlo ben presente ed è per questo che noi faremo sempre più investimenti. Di che tipo? Da settembre qui al Ministero facciamo partire un fondo d'investimento di venture capital per le start up innovative che metta insieme investitori privati e Casse di previdenza dei professionisti che hanno fondi disponibili. Un fondo garantito che crea redditività e loro investono, modello Macron in Francia. I francesi hanno impegnato 4 miliardi. In Italia, ad ora, abbiamo solo 180 milioni di venture capital su questo progetto. Il fondo va aumentato e servirà per creare nuovo lavoro. Sono molti soldi, ma non moltissimi, vista la fame di lavoro che c'è in Italia. Oltre al fondo pensiamo ad un'altra cosa. Le start up hanno un problema di alta mortalità. È vero che non c'è un sistema di sostegno e di accompagnamento come in altri stati, però ce anche il problema della mission. Ci sono dei settori dove le start up vanno bene, altri dove invece incontrano molte difficoltà. Per esempio funzionano bene nei settori della sanità, della scuola, dei beni culturali: se noi le finanziamo, prima ci aiutano a capire questi settori e poi ci consentono di detenere i brevetti. Molte start up hanno creato delle innovazioni e le hanno brevettate all'estero perché in Italia costa troppo. Una delle cose che voglio fare è proprio abbassare i costi dei brevetti. Ci sono dei Paesi come l'Olanda che hanno tagliato così tanto i costi da diventare dei paradisi dei brevetti. Se uno brevetta un'invenzione italiana in un Paese straniero, quell'invenzione è di quel Paese. Nuovo lavoro solo con le start up? Sarà sufficiente? Anche le infrastrutture e gli investimenti al Sud serviranno per creare nuovo lavoro. Però teniamo presente che nei prossimi anni, il 60% dei lavori così come li conosciamo si trasformerà, quelli che soprawiveranno saranno sempre più quelli legati all'intelletto, alla sensibilità. E a tutti gli altri, a quelli poco scolarizzati, cosa gli facciamo fare? Se investiamo in innovazione tecnologica e nei beni culturali abbiamo un potenziale enorme. Tanto per intenderci, la città di Rimini, in un anno, ospita un numero di turisti pari a quelli che visitano l'intera Sicilia. Quindi abbiamo dei margini immensi per potenziare le imprese legate al mondo dei beni culturali, turismo e intrattenimento. Se noi investiamo in innovazione, creando percorsi esperienziali, possiamo aumentare i dipendenti in maniera esponenziale perché in questi settori vale il rapporto personale, che non è sostituibile con le macchine: è relazione, è guida, è racconto. Al nostro Paese mancano anche molte infrastrutture... È vero, mancano le infrastrutture soprattutto al Sud. Faremo un piano di investimenti. Stiamo già liberando quelli a disposizione degli enti locali che erano bloccati dal Codice degli appalti. Ci sono risorse economiche bloccate nelle casse dei Comuni e delle Regioni perché il Codice degli appalti è troppo complicato e i dirigenti e i sindaci hanno paura a firmare le delibere. Questi interventi ci consentiranno di far salire il numero degli occupati. E ridare fiato ad alcune imprese. L'altra grande sfida per l'occupazione è proprio quella del mondo dell'impresa. Io sono molto preoccupato per l'emigrazione giovanile non solo perché i ragazzi stanno andando all'estero, ma perché stiamo perdendo lo spirito imprenditoriale: il giovane è impresa di per se stesso, l'idea giovane è l'idea imprenditoriale. Con l'emigrazione giovanile stiamo impoverendo il tessuto delle imprese e delle idee innovative che è alla base del nostro sistema produttivo: piccole imprese da massimo dieci dipendenti per il 95% del tessuto produttivo. Questo mondo qui lo dobbiamo riattrarre. E cominciare a investire nelle nuove autostrade che sono la banda ultra larga e il 5G. Un po' di tempo fa lei ha detto che vorrebbe regalare mezzora di internet a chi non ce l'ha. E si sono sprecate le ironie. Qualcuno pensava che volessi regalare mezzora gratis a chi ha già internet. Non avevano capito nulla. Il tema del 5G vale per le imprese ma poi c'è un'altra storia: garantire l'accesso a internet a ogni cittadino. Per farlo dobbiamo cambiare le normative sul wi-fi in Italia perché sono troppo restrittive. Se mi trovo in autostrada e accendo il cellulare, anche lì prende una rete wi-fi. Se riusciamo a creare delle porte sulle attuali reti private wi-fi per permettere in maniera selezionata, quando ne hai bisogno, soprattutto con gli enti pubblici che hanno wi-fi ovunque, ma li tengono chiusi (e a volte ne hanno anche più di uno nello stesso edificio) noi garantiamo l'accesso a Internet. A questo si aggiunge l'idea del 5G che spero possa portare alla cittadinanza digitale. Tu nasci hai una carta d'identità elettronica e unito il tuo diritto di poter accedere per mezzora, un'ora al giorno a Internet per i servizi pubblici. Voltiamo pagina. Lasciamo il futuro e torniamo nel presente dove ce il grande tema dei contributi pubblici ai giornali. La questione dei giornali ha a che fare con la democrazia. Nel senso che negli anni il contributo pubblico che è stato dato soprattutto alle grandi testate, secondo noi, ha condizionato la libertà di queste testate. Perché creava una dipendenza, come (non sto divagando) togliendo la pubblicità del gioco d'azzardo non abbiamo solo eliminato una parte di dipendenza dei cittadini dal gioco d'azzardo ma anche liberato una parte dell'informazione dalle lobby di quel settore, perché quelle lobby utilizzano molti soldi sotto forma di inserzioni pubblicitarie. Il problema è: se un giornale è letto è perché quel giornale piace e quindi il lettore è l'azionista principale. Se in questo meccanismo entra il finanziamento pubblico diretto allora, a quel punto, chi è l'azionista? Il lettore o chi ha erogato il finanziamento? Ma togliendo il finanziamento pubblico non si mettono a tacere tante voci plurali dell'informazione? L'informazione è una scienza. Quindi ci possono essere anche dieci voci ma non è detto che quella sia pluralità, magari quello è solo rumore. Detto questo, il finanziamento pubblico già è stato ridotto ma vogliamo ridurlo il più possibile e investire nei progetti giovani, però senza creare dipendenza. Cioè se dei giovani stanno facendo una start up sul giornalismo gli diamo i fondi per incoraggiare il progetto, per andare a regime, stabilizzarsi sul mercato e poi fargli prendere il largo. Magari se questo prodotto è specializzato ha più facilità di avere successo. La carta ha ancora uno spazio? Oggi il quotidiano cartaceo è la lettura preferita del mondo politico, non del cittadino. Leggono il giornale i dirigenti del ministero, ma soprattutto i livelli alti, perché i giornali si sono messi in testa di orientare più la linea politica del Paese che raccontare i fatti. Credo che il finanziamento pubblico come lo intendiamo noi possa servire a disintossicare le imprese editoriali dalla politica e garantire una fase di stabilizzazione sul mercato. Secondo le regole del Movimento, lei e molti altri parlamentari finirete la vostra carriera politica con questa legislatura. Cosa pensate di fare della regola dei due mandati? Credo che questa legislatura ci servirà per cambiare tante cose in Italia e io vorrei mantenere la regola dei due mandati. Non ho intenzione di cambiarla. Spero, in questi cinque anni, di riuscire a invertire la rotta del Paese e instradare una serie di strumenti sociali per permettere ai cittadini di avere un po' di serenità. C'è un ampio substrato sociale nella parte più bassa della società che è penalizzata fortemente dai livelli di povertà e di miseria. Se riusciamo a risolvere anche parte dei problemi di queste persone creeremo più domanda interna e riusciremo a mettere in circolo domanda e felicità. Poi ci sarà di sicuro chi sarà in grado di portare avanti il lavoro. ©

"Rai fiction non deve produrre solo per la Rai ma vendere i suoi prodotti a tutte le piattaforme digitali del mondo, valorizzando competenze di alto livello"

"Innovazione, informazione e cultura devono partire da un presupposto: tutto quello che non comunichi, oggi non esiste"

"Mi sono messo al lavoro sui centri per l'impiego che saranno il grande strumento per convertire le professionalità"

"Avremmo bisogno di tanti ragazzi che vengono dagli istituti tecnici preparati per usare i macchinari di industria 4.0 e non li abbiamo"


Il cammino di un leader Il suo liquido amniotico è stata la politica. Appena il tempo di nascere all'ospedale di Avellino, e poi via, nella casa di famiglia a Pomigliano dArco, con papà Antonio, piccolo imprenditore edile, e mamma Paolina Esposito, insegnante di italiano e latino al liceo. Poi sono arrivati i due fratelli minori Rosalba, oggi architetto e Giuseppe, web manager. Luigi Di Maio, 32 anni, leader del Movimento 5 Stelle, Vicepresidente del Consiglio dei ministri, Ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, ha bevuto il latte della Pomigliano operaia, il più grande polo industriale del Sud con le fabbriche della Fiat, Finmeccanica e Avio, l'immigrazione dei manager che venivano da Nord: da Milano, da Torino e da Pisa. Poi è cresciuto a pane e rappresentanza studentesca, al liceo ma anche all'università dove ha sempre avuto un ruolo di leader. Un predestinato. In mezzo ha fatto tanti lavoretti per mantenersi agli studi anche se non è arrivato a conseguire la laurea. Cameriere, muratore, steward allo Stadio San Paolo ("la cosa che mi ricordano sempre Silvio Berlusconi e il governatore della Campania, Vincenzo De Luca", scherza Di Maio). Ma soprattutto l'inizio di un'attività da web manager con alcuni amici che ha lasciato quando è stato eletto in Parlamento. ("Per non danneggiarli nella loro attività con la politica", scherza ancora Luigi, ma poi neanche tanto). Nella sua formazione hanno avuto un ruolo importante le idee di suo padre, dirigente locale di Alleanza nazionale, ma soprattutto quelle di due professori del liceo classico, uno socialista e uno comunista berlingueriano che, racconta Luigi, "si beccavano tutti i giorni, ma erano grandi dispensatori di saggezza. Ricordo ancora una frase che mi colpì particolarmente del professore berlingueriano. Mi disse: "vedi, la politica non è destra o sinistra, ma riuscire a far funzionare la scuola tutti i giorni". Il carattere paziente, invece, l'ha preso dalla madre. Di Maio si mise alla testa di un movimento

"Oggi il quotidiano cartaceo è la lettura preferita del mondo politico, non del cittadino"


studentesco che iniziò una lotta convinta e gentile per far costruire un nuovo plesso scolastico a norma. Si protestava, però fuori dall'orario delle lezioni. Andò a finire che anche i professori si unirono ai ragazzi e dopo tre anni dall'inizio della protesta, l'ex studente, ormai Vicepresidente della Camera, Luigi di Maio, venne chiamato a posare la prima pietra del nuovo istituto. Al Movimento 5 Stelle ci è arrivato in occasione del Vaffa Day di Beppe Grillo a Bologna, l'8 settembre 2007, spinto dall'amico Dario De Falco, con cui ha condiviso tutte le battaglie e che oggi è il capo della sua segreteria. Di Grillo mi piacevano le idee: le proposte erano via i vitalizi, basta con i condannati in parlamento, quelle tematiche che sono all'origine del Movimento", racconta Luigi. Nel 2013 il salto, inatteso, in Parlamento. I risultati delle elezioni locali non avrebbero mai consentito a Di Maio di diventare deputato, ma alle politiche andò diversamente e il Movimento 5 Stelle divenne il primo partito italiano. La sua natura di leader lo ha portato poi alla candidatura alla Vicepresidenza della Camera dei Deputati nella passata legislatura: "Non ci conoscevamo tra noi neoeletti", racconta Di Maio. "E un'amica mi disse: candidati, quel posto è fatto per te. Le diedi retta e mi candidai. Spiegai ai miei colleghi cosa volevo fare da Vicepresidente della Camera. Ottenni il 70% dei voti". La carica istituzionale gli ha dato grande visibilità, esperienza e autorevolezza fuori e dentro il Movimento. Un buon rapporto con Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio e la partecipazione al Direttorio del Movimento 5 Stelle hanno rinforzato la sua posizione. I militanti, nel settembre dello scorso anno a Rimini, lo elessero capo del Movimento. Quel giorno Grillo gli disse: "Ora tocca a te". In seguito ci hanno pensato 11 milioni di italiani che gli hanno dato fiducia e il loro voto, confermando il Movimento 5 Stelle primo partito italiano e consentendogli di andare al Governo del Paese.

Foto: In alto, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte.


Foto: Nella pagina a fianco, Luigi Di Maio ritratto nella sede del Ministero dello Sviluppo economico in via Veneto a Roma.


Foto: In alto, Luigi Di Maio e sullo sfondo Beppe Grillo.


Foto: Nella pagina a fianco, Luigi Di Maio ritratto nella sede del Ministero dello Sviluppo economico in via Veneto a Roma.


Foto: Nella pagina a fianco, Luigi Di Maio con Davide Casaleggio.


Foto: SETTEMBRE, 2018 FORBES I 37

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