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28/08/2018

«Il futuro è il rammendo delle periferie»

QN - La Nazione

di FRANCO ANTOLA - LA SPEZIA - RICUCITURA delle frange. O, per dirla con Renzo Piano, rammendo delle periferie. La parola chiave anche alla Spezia per Francesca Zani, giovane presidente dell'Ordine provinciale degli Architetti paesaggisti pianificatori e conservatori è questa. E c'è molto da lavorare, soprattutto per rimarginare ferite vistose, anche se non tutte - osserva Zani - attribuibili più che a vere e proprie colate di cemento a un consumo di territorio legato all'eccessiva espansione dell' «edilizia grigia», quella dei servizi e delle infrastrutture come strade e parcheggi. Eppoi serve una visione generale del contesto territoriale. Alla Spezia si è costruito troppo? Non in senso stretto, secondo Zani: «Il consumo di suolo è stato importante e non è il caso di abusarne oltre, ma i danni si sono fatti anche in altro modo, per esempio con le colline terrazzate e il sistema di convogliamento a valle. O come alle Cinque Terre dove, a dispetto di un'opinione molto diffusa, abbiamo il paesaggio più antropizzato, proprio per il terrazzamento che dal mare sale fino alla sommità della montagna. Abbandonarlo significherebbe rassegnarsi ai crolli e alla rovina, per questo serve la presenza delle persone che si predano cura del territorio con i necessari interventi, e questa non la vedo come speculazione edilizia. Eppoi, sia chiaro, non è che alla Spezia manchi il verde, considerati i polmoni di cui la città dispone, come i giardini e l'area di Mazzetta. Si tratta semmai di preservarli adeguatamente. E non è detto che l'ideale sia sempre essere circondati dal verde: il bosco che avanza senza controllo significa abbandono delle colture, e quindi dissesto». Gli architetti cosa chiedono? «Più rigenerazione che nuove costruzioni; dove c'è domanda, si può valutare. E' auspicabile comunque che vengano messi a punto strumenti idonei, incentivi fiscali compresi: oggi demolire e ricostruire ha la stessa complessità di realizzare un edificio nuovo. Le competenze le abbiamo, siamo a disposizione». A proposito di competenze, come è cambiata la professione di architetto? «Si è molto evoluta, negli ultimi vent'anni. Prima con il processo di informatizzazione, che però è stato un passo formale, nel senso che ha cambiato i sistemi di rappresentazione. La vera svolta è arrivata con il cosiddetto Bim, Building Information Modeling, cioè la rappresentazione digitale delle caratteristiche fisiche e funzionali di una struttura. Un processo che utilizza un modello contenente tutte le informazioni che riguardano l'intero ciclo di vita di un'opera, cioè tutta la filiera dal progetto alla costruzione, fino alla sua demolizione e dismissione». Il problema maggiore da affrontare per un professionista? «Oggi l'architetto può contare su una formazione multidisciplinare e ha la possibilità di legare tutti i contributi della filiera in una visione d'insieme, ha bisogno di un aggiornamento continuo, certo. Il vero problema è la burocrazia soffocante, che spesso mortifica la sua professionalità progettuale». Gli architetti sono troppi o troppo pochi? «Se guardiamo a Spezia e all'Italia in generale possono sembrare troppi, ma i campi sono vastissimi e abbracciano il designer, le aziende di produzione di materiali, settori specialistici come la nautica e l'insegnamento». E il rapporto con la committenza? «La strada migliore è quella del concorso di progettazione, tante amministrazioni la usano. In più, il codice degli appalti ha scardinato la vecchia impostazione, dove si sceglieva in base al fatturato, privilegiando i grandi studi. Oggi non è più così. Del resto la nostra è una prestazione intellettuale e come tale non può essere valutata in termini di fatturato. Fino a qualche anno c'erano pochi grandi studi e stop; poi si è avuta una maggiore parcellizzazione. Oggi anche i piccoli possono lavorare bene in rete con i grandi. Ecco, il segreto è fare rete».

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