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22/01/2019

Carta dei diritti, risposta alla precarizzazione

Il Manifesto - Mario Pierro

La proposta
Per la prima volta la consultazione del sindacato non è stata diretta alla definizione di un accordo o un contratto e ha coinvolto un milione e 150 mila persone
ovantasette articoli, in sessantaquattro pagine, la "Carta dei diritti universali del lavoro" è stata un'iniziativa inedita nella storia della Cgil. Per la prima volta una consultazione del sindacato non è stata diretta alla definizione di un accordo o un contratto e ha coinvolto un milione e 150 mila persone in quella che la segretaria generale Susanna Camusso ha definito nel gennaio 2016 la discussione sulla "direzione politica e strategica della confederazione". Nel corso di centinaia di assemblee, e di un tour di 200 tappe tra grandi e piccole città, 40 mila chilometri percorsi da Nord a Sud, la Cgil ha presentato la riscrittura dello statuto dei lavoratori approvato nel 1970 in assemblee tenute nelle fabbriche e negli uffici, agli iscritti e ai cittadini. Un itinerario, mirato all'estensione dei diritti delle persone e dei lavoratori, finalizzato alla definizione di una proposta di legge di iniziativa popolare. In questa cornice di partecipazione è rientrato anche quello di contrasto diretto alle politiche del lavoro del Partito Democratico e dei due governi che hanno adottato e applicato il Jobs Act. Il sindacato ha raccolto 1,1 milioni di firme per ciascuno di questi tre quesiti referendari: la cancellazione dei voucher lavoro (i buoni da 10 euro che si compravano in tabaccheria); la responsabilità sociale negli appalti per evitare i subappalti che travolgono i diritti e i salari dei lavoratori; il ripristino del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa - l'articolo 18 - nelle aziende fino a cinque dipendenti, abolito dal Jobs Act e dalla "riforma" Fornero. La legislazione del 1970 fissava questo limite a 15 dipendenti. Alla base di questo documento c'è il principio per cui esistono diritti fondamentali che vanno riconosciuti a tutte le persone, indipendentemente dalla loro posizione da lavoratori autonomi o subordinati, "fissi" o precari. È un'innovazione giuridica importante, con una lunga storia di incubazione anche nel dibattito del sindacato, dichiarata già nella prima parte di un testo che ne contempla tre. A tutti vanno garantiti i diritti al riposo, al sapere, alla salute, all'equo compenso e al sostegno al reddito, il diritto alla tutela pensionistica e agli ammortizzatori sociali. Dopo trent'anni di precarizzazione selvaggia della vita al lavoro, è la prospettiva di una ricomposizione oltre il mercato del lavoro, a partire dai soggetti, e non solo dalle loro identità produttive. Questo approccio permette di prospettare alcuni nuovi strumenti nella contrattazione. Nel mandato Camusso si è molto discusso di una sua interpretazione "inclusiva", intesa cioè a coinvolgere nella negoziazione tutte le figure del lavoro, a cominciare dagli autonomi. Questa estensione della partecipazione, e della possibilità del conflitto sindacale, riguarda anche il riordino delle "tipologie contrattuali" ipotizzato nella terza parte della carta che valgono sia per i lavoratori privati, sia per quelli pubblici. Il progetto è contrastare la credenza ideologica per cui l'aumento della "flessibilità" - leggi precarietà - porti alla crescita occupazionale ed economica. In realtà questo approccio ha avuto - e continuerà ad avere, in mancanza di cambiamenti significativi - un effetto sostitutivo tra lavoro stabile e precario. La combinazione tra la legge di iniziativa popolare sulla carta dei diritti e i quesiti referendari è stata il secondo tempo politico sul lavoro della legislatura iniziata nel 2013 e terminata nel 2018. Per la Cgil ha segnato la risposta all'offensiva contro i diritti dei lavoratori, inizialmente subita con l'approvazione del Jobs Act. Un percorso difficile, e non concluso, che ha fatto fibrillare la scena politica dopo il rovescio subito da Matteo Renzi e dal Pd al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. L'opzione del triplice referendum - dovevano essere quattro se fossero state raccolte le firme per l'abolizione di un altro pilastro del renzismo: la cosiddetta "Buona scuola" - è stata progressivamente depotenziata. L'11 gennaio 2017 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito sull'articolo 18 "a causa del suo carattere propositivo, che lo rende estraneo alla funzione meramente abrogativa assegnata all'istituto di democrazia diretta" del referendum. Per la Consulta il problema era la riduzione da quindici a cinque dipendenti del limite dei dipendenti oltre il quale il datore di lavoro dovrebbe reintegrare i lavoratori ingiustamente licenziati. "Altro sarebbe stato se il quesito referendario avesse chiesto l'integrale abrogazione del limite occupazionale - si è letto nella motivazione - perché in questo caso si sarebbe mirato al superamento della scelta stessa del legislatore di subordinare la tutela reale ad un bilanciamento con valori altri". Nei fatti, un suggerimento di correzione alla Cgil. Il sindacato ha fatto ricorso alla Corte di giustizia europea. Lo strumento referendario, usato per affermare i contenuti della "Carta dei diritti" attraverso battaglie normative puntuali e esemplari, ha spinto il governo Gentiloni, a maggioranza Pd, ad abolire la normativa sui voucher per evitare la consultazione sui ticket lavoro approvata dalla Corte costituzionale. Inizialmente è stata una vittoria del sindacato. Dopo poche settimane il governo propose una nuova legge sui voucher. Azione che rese evidente la volontà di evitare l'opposizione a uno dei provvedimenti più criticati degli ultimi anni. Dopo il Jobs Act, un altro sopruso: evitare lo svolgimento del referendum, negando ai cittadini la possibilità di difendere i propri diritti. La Cgil manifestò il 17 giugno 2017. Quella sui voucher è una fissazione per tutti i governi. Nell'ambito del cosiddetto "decreto dignità", approvato dal governo Lega-Cinque Stelle nell'agosto 2018, sono stati estesi in agricoltura e nel turismo. Nel corso della campagna elettorale i Cinque Stelle avevano annunciato la loro "abolizione".