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27/07/2018

Appalti, riformare il codice ma senza iniziare da capo

La Gazzetta Del Mezzogiorno

LETTERE ALLA GAZZETTA
Il governo sembra intenzionato a intervenire presto sul tema del Codice appalti con l'obiettivo di dare un segnale di semplificazione, senza tuttavia arretrare sul fronte dell'anticorruzione. Sembrano queste le premesse per trovare soluzioni che non facciano ripartire da zero la complessa macchina del Codice appalti e correre il rischio, come si suol dire, di buttare via il bambino con l'acqua sporca. Il nuovo Codice dei contratti pubblici ha - e lo abbiamo detto in più occasioni - molti difetti, ma ha anche moltissime potenzialità. L'azzeramento del codice condurrebbe ad una nuova stagione di incertezze interpretative ed applicative ancor più grave di quella trascorsa. Allo stesso tempo in molte parti il Codice riprende le dettagliate direttive europee in materia che, fintanto che l'Italia resterà in Europa, sono cogenti e non possono essere disattese dagli Stati membri, pena l'avvio delle procedure di infrazione. Oggi le norme europee e quelle italiane mettono a disposizione delle stazioni appaltanti una molteplicità di strumenti, alcuni molto complessi ma, tuttavia, indispensabili per l'acquisto di innovazione e la promozione della qualità. Gli strumenti, tuttavia, non bastano se non si possiedono le competenze necessarie per riuscire a sfruttarne le caratteristiche. Per riuscire ad ottenere risultati migliori di quelli che si sono sempre ottenuti occorre un sistema che si adegui alle innovazioni; un sistema che non si trincera dietro la burocrazia difensiva, che non stia sempre con lo sguardo rivolto alle proprie spalle per trovare conforto nelle pratiche ripetitive e consolidate senza chiedersi se abbiano o meno dato buoni frutti e se possano essere migliorate. Le nuove direttive europee e il nuovo codice offrono moltissimi spunti nella direzione dell'innova zione, ma occorre un potente cambiamento culturale che promuova la condivisione delle buone pratiche, perché solo così si potrà effettivamente crescere. L'Italia è in perenne ritardo nelle infrastrutture, che sono un fattore di competitività dell'economia e di qualità della vita dei cittadini; il livello di manutenzione del patrimonio pubblico è indecente e la crescita manca di un pezzo fondamentale, gli investimenti pubblici, che hanno un moltiplicatore elevato sul Pil e un impatto rilevante sull'occupazione. Un po' di stabilità nelle regole è fondamentale per qualsiasi settore economico, tanto più per uno così complesso e delicato. Allo stesso tempo se si hanno più a cuore i risultati che i proclami, le cose da fare sono: abbreviare i tempi che passano dal momento in cui un'opera viene deliberata e il bando di gara; porre fine alla inadeguatezza dei progetti, in particolare dei progetti esecutivi, che quasi solo per le grandi opere vengono sottoposti a processi di validazione adeguati e indipendenti; creare un gruppo di lavoro che analizzi caso per caso gli appalti bloccati e i cantieri fermi per sciogliere i nodi e farli andare avanti. Adoperarsi per rendere sempre più efficaci, consapevoli e attendibili le valutazioni degli aspetti qualitativi invece di puntare ad un sistema certamente oggettivo e non discrezionale come quello del prezzo più basso, che tuttavia spingeva (ed ha spinto) le imprese verso una crisi economica spesso irreversibile, ha favorito implicitamente comportamenti devianti e scorretti e ha alterato la competizione ogni qual volta non vi fosse un progetto definito in ogni aspetto così che realmente l'unica variabile fosse il prezzo. Occorre, quindi, incoraggiare (e anche formare) le stazioni appaltanti ad individuare criteri di valutazione delle offerte che realmente privilegino l'aspet to qualitativo della prestazione consentendo agli operatori economici che partecipano alle gare pubbliche di offrire alle stazioni appaltanti le migliori soluzioni progettuali e vederle effettivamente premiate.

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