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15/10/2018

Vita da vigilante: “A rischio per mille euro”

La Repubblica - Elis Viettone

Il racconto
Cinque su 100 le aziende leader del mercato dominato dal ricorso ai subappalti. Un fenomeno su cui indaga l'Antitrust
Turni fino a 16 ore, armati ma senza giubbotto antiproiettile né radio, a sorveglianza di banche, stabili, cantieri, centrali energetiche, uffici. Oppure a trasportare valori a ranghi ridotti, su blindati con solo uno armato e l'altro alla guida. Sono le guardie giurate private, i vigilantes. Un settore, il loro, che dal decreto Maroni del 2010 ha visto il moltiplicarsi di imprese che offrono servizi di sicurezza, rispondendo agli appalti con la logica del minimo ribasso. E a farne le spese sono le stesse guardie. Solo a Roma parliamo di circa 10mila persone.
Non basta lo stato di agitazione e il tavolo aperto 28 mesi fa per il rinnovo dei contratti - con uno sciopero lo scorso 4 maggio e il prossimo incontro fissato per il 24 ottobre a Roma - a far ben sperare i dipendenti del comparto.
Senza mezzi termini parlano di "vigilanza connection", ovvero un consolidato network di poche e ben note imprese che si aggiudicano tutti gli appalti, salvo poi subappaltarli ad altre aziende. I vigilantes romani che hanno accettano di raccontarlo a Repubblica non se la sentono di dire i propri nomi né quelli delle imprese per cui operano.
A interessarsi al sistema degli appalti del settore, del resto, è già stata l'Autorità garante per la concorrenza che il 21 febbraio ha avviato un procedimento formale contro le cinque principali società di vigilanza private in Italia, ovvero Vigilanza Srl, Istituti di Vigilanza Riuniti S.p.A. (Ivri), Sicuritalia, Italpol e Coopservice, che, sospetta l'Agcm avrebbero per anni fatto cartello per aggiudicarsi le «gare pubbliche di importo rilevante». Le ultime tre mantengono un'ampia fetta del servizio su Roma e sono leader per pattugliamenti, vigilanza, anti-rapina e trasporto valori, su un totale di circa cento licenze attive oggi nella Capitale, contro la decina di fine anni Ottanta.
Ma mentre pochi grandi gruppi riescono a mettere le mani su appalti pubblici milionari, le guardie giurate si vedono ridurre all'osso mezzi e risorse.
«Ho visto più volte - racconta Marco - società che avevano il subappalto per la sorveglianza di alcuni istituti bancari far eseguire la bonifica dei luoghi a una ditta e poi far coprire l'orario di anti-rapina sub appaltando a loro volta ad aziende che impiegavano giovani apprendisti di 20 anni, con turni anche di 16 ore e ai quali non veniva fornito nemmeno l'equipaggiamento di base: giubbotto antiproiettile e radio». Storture, si dirà, per un lavoro che spesso si svolge in solitudine come accade per la vigilanza notturna a cantieri, centrali elettriche o fabbriche, cambiando spesso area, con alte dosi di stress quando i tentativi di furto sono frequenti, a fronte di uno stipendio che va dai 1.058 euro a un massimo di 1.258, dopo quattro anni. Una casistica delle malattie professionali per questa categoria non esiste neppure.
Ed è difficile compilarne una perché le guardie vanno poco o nulla dal medico, se non per le visite obbligatorie. «Ai primi sintomi di fragilità - spiega una delle guardie - il rischio è che una perizia dello specialista ci reputi incompatibili con l'utilizzo dell'arma. Questo equivale per noi a perdere il lavoro».
Tra i servizi più rischiosi c'è ovviamente il trasporto valori ormai quasi per prassi svolto solo in coppia: l'autista non può lasciare il furgone blindato incustodito, l'agente armato da solo deve caricare e scaricare valori senza la possibilità di agire in sicurezza. «Un esempio? Lo svuotamento dei bancomat all'interno di un grande centro commerciale - racconta un terzo collega - Impossibile guardarsi le spalle, ogni giorno dobbiamo sperare che nessuno ci spari. Perché, ricordiamoloportare un'arma di per sé significa poter ricevere una pallottola».

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