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01/05/2020

Via il freno alle opere pubbliche, il codice appalti impedisce la ripresa

ItaliaOggi - DOMENICO CACOPARDO

Idea per la ripresa: via il freno alle opere pubbliche. Va stabilito finalmente che le opere pubbliche non si governano con il diritto penale, secondo la deriva giustizialista iniziata a Milano nel '92 e andata avanti sino a Monti e a Enrico Letta. La guerra alla corruzione negli appalti non si vince con le manette, ma con le procedure amministrative. Quelle introdotte con lo sciaguratissimo codice degli appalti di Graziano Delrio con la collaborazione di Raffaele Cantone non sono affatto idonee a garantire gli italiani dalle corruzioni. Anzi in alcune specifiche norme (tutte quelle riguardanti i labili giudizi di qualità) le possono favorire. Cacopardo a pag. 4 Cinque giorni fa abbiamo celebrato la festa della Liberazione, un evento valido per tutti gli italiani, anche per i perdenti della tragica guerra civile. Lo ricordo perché di qui a qualche tempo, quando non si registrerà nemmeno un contagiato (non per un giorno, ma per diverse settimane), potremo gioire della fine della pandemia che, con il mondo, ha sconvolto l'Italia, riducendola, o quasi, nelle condizioni in cui si trovava il 26 aprile del 1945. Dopo tante difficoltà iniziali, con il referendum costituzionale con il quale scegliemmo la Repubblica, abbandonando una monarchia fellona, protagonista della vile fuga da Roma, l'Italia, non solo riprese il suo cammino, ma diventò un esempio mondiale, realizzando quello che i giornali anglosassoni chiamarono il «miracolo italiano». Una delle componenti essenziali del fenomeno fu proprio l'aria di libertà che si respirava ovunque e, in essa, una burocrazia votata a raggiungere lo scopo della ricostruzione, di cui fu protagonista assoluta. I comuni e qualche provincia (le altre erano dotate di fior di uffici tecnici) affidarono al Genio civile la progettazione e la realizzazione dei lavori di ripristino delle infrastrutture danneggiate e di nuove costruzioni, dalle case popolari agli edifici scolastici. È accertato e confermato da tanti studi che l'impulso al volano del rilancio è stato costituito proprio dalla pubblica Amministrazione e dalla sua capacità realizzativa. Ripeto ciò che ho scritto recentemente «Quand le bâtiment va, tout va» (quando l'edilizia marcia, tutta l'economia marcia) per ripresentare il caso «dopo-guerra» e approfondire i termini attuali di un'operazione di questo genere. Allora merito anche di un meccanismo finanziario, inventato dal ministro Tupini con la legge che porta il suo nome (3 agosto 1949, n. 589): lo Stato «prometteva» ai comuni, alle province ed equiparati, un contributo sugli interessi che avrebbero dovuto pagare per ottenere mutui destinati alla costruzione di opere pubbliche. Ente mutuante in primis la Cassa depositi e prestiti e poi altri, comprese le banche ordinarie. In questo modo, la quota interessi da restituire era molto bassa e faceva risultare l'operazione conveniente, soprattutto se l'infrastruttura finanziata era di vero pubblico interesse, cioè tale da migliorare il conto economico di una comunità. In questo modo, per ogni miliardo di lire di contributo annuo se ne potevano mobilitare almeno 20. Va, peraltro, tenuto presente che queste operazioni venivano poste in essere in momenti di inflazione sensibile, elemento che, alla fine, azzerava gli interessi e parte del capitale. Tuttavia, formule del genere (variamente utilizzate, per esempio con il Fie, Fondo investimenti in edilizia [privata]) ebbero molto successo e non c'è ragione per non riproporle -adeguatamente aggiornate- in questa difficile contingenza. È, però, necessario ricordare che il Movimento 5Stelle, forza di maggioranza relativa in Parlamento, ha sostenuto sin dalla nascita, quando il padrepadrone era quel grande pensatore di Beppe Grillo, l'inutilità delle infrastrutture combattendone la realizzazione (vedi il caso della Torino-Lione), la dannosità delle estrazioni petrolifere (che in un Paese come il nostro «estero-dipendente" in materia è peggio di una bestemmia, una colossale bestialità), bloccando anche quelle in Adriatico a favore degli altri stati rivieraschi, e ha addirittura teorizzato la decrescita felice, consistente in una Nazione di non-lavoranti sostenuti tutti da un sussidio statale (pagato non si sa con quali soldi). È anche vero che, piano piano, la realtà ha avuto la prevalenza su tanti assiomi demenziali, addirittura spingendo Luigi Di Maio, il ministro all'accattonaggio che ha trasformato l'Italia in un paese pronto a ricevere l'elemosina da chi è più povero, ad assumere un atteggiamento pragmatico sulla vexata quaestio del Mes il Meccanismo Europeo di Stabilità. Qui occorre aprire una parentesi. Il mondo dei nulla facenti, il mondo di coloro che si sono dedicati alla politica essendo stati incapaci di fare qualcosa di buono nella vita, demonizza da sempre il Mes evocando l'esempio greco. Nessuno di loro ricorda però che la Grecia era uno stato in default che aveva truccato i conti e che nel giro di qualche settimana dallo scoppio della sua crisi non sarebbe stato in condizione di pagare lo stipendio ai dipendenti pubblici né di comprare le medicine per gli ospedali. La tragedia greca, quindi, non derivava dal Mes, ma dalla politica economica dei suoi governanti di destra e di sinistra accomunati dalla cecità di fronte ai fatti concreti e reali (cecità che si è manifestata e si manifesta anche in Italia, soprattutto dal 2018, al netto del Covid-19). Per questo è intervenuta l'Europa con il Meccanismo e una troika di governo. La severità dell'intervento è sotto gli occhi di tutti. Un mio collega magistrato greco, del mio medesimo livello retributivo apicale s'è visto ridotto lo stipendio al 20% di quello tabellare e le altre riduzioni, nel pubblico impiego sono state altrettanto drastiche. Oggi, la Grecia risanata, viaggia a ritmi di sviluppo ben più consistenti di quelli italiani avendo conquistato il fattore positivo che a noi manca da troppo tempo: la competitività. Rimane in piedi un'osservazione critica, rispetto alla quale obiezioni e argomenti a favore si equivalgono: l'utilizzazione di parte ingente dei quattrini comunitari per ristorare i crediti delle banche tedesche e francesi (poco le italiane marginalmente esposte in Grecia). Ho evocato questo argomento caldo, proprio in relazione alla emergente (con due passi avanti e uno indietro) flessibilità grillina. Date le debolezze culturali di impostazione, il bene primario oggi per i seguaci del comico genovese, è il rimanere al governo (al potere) e il distribuire regali alla propria costituency, cioè il proprio elettorato a prevalenza parassitaria. Per questa ragione, credo che, in fin dei conti, non saranno di ostacolo a un importante piano di opere pubbliche, finanziato con il recovery found europeo. L'utilità generale, per tutti i paesi dell'eurozona, di un piano del genere può far ritenere il percorso per arrivare al recovery found meno difficile di quanto si possa immaginare. E qui, tuttavia, si pone un'alternativa: chi li utilizzerà, in concreto, questi fondi? Gli stati o l'Unione? Vista la situazione italiana, è evidente che la soluzione europea sarebbe la migliore. Sarà certo sgradita al sottogoverno nazionale (di cui fanno parte maggioranza e opposizione per le rispettive posizioni di potere nello Stato e nelle regioni), ma tuttavia rimane l'impossibilità per questo Stato di dare il via a qualsiasi ipotesi di piano di infrastrutture. A meno che... A meno che si prenda consapevolezza che lo Stato e le opere pubbliche non si governano con il diritto penale, secondo la deriva giustizialista, iniziata a Milano nel 92 e andata avanti sino a Mario Monti e a Enrico Letta. La guerra alla corruzione negli appalti non si vince con le manette, ma con le procedure amministrative. Quelle introdotte con il codice degli appalti dello sciaguratissimo Graziano Delrio (una specie di Attila in libera circolazione nel mondo politico), con la collaborazione di Raffaele Cantone (peraltro non particolarmente esperto dei procedimenti amministrativi e delle trappole insite in quelli attuali) non sono affatto idonee a garantire gli italiani dalle corruzioni. Anzi in alcune specifiche norme (tutte quelle riguardanti i labili giudizi di qualità) le possono favorire. Per questa ragione, per diventare utilizzatori e protagonisti del «recovery» dobbiamo attrezzarci subito in tre modi: adottando un piano ambizioso di alcune centinaia di miliardi di euro di opere pubbliche di carattere nazionale (dall'alta velocità ferroviaria al Sud, al rinnovo della rete ferroviaria in Sicilia; dalla nuova aggiornata edilizia scolastica alle nuove infrastrutture informatiche, insomma un piano più ambizioso possibile). Un corollario potrebbe essere l'istituzione di un fondo di rotazione nazionale, autoalimentato dai ritorni degli investimenti e dalla restituzione dei prestiti. Il secondo modo consiste in nuove norme semplici per la gestione degli appalti. Con una provocazione: è una bestialità che favorisce gli accordi illegali, impedire l'appalto al massimo ribasso. Basterebbe accompagnarlo a garanzie integrali sui risultati, non sugli stati di avanzamento. Si aprirebbe così la vera concorrenza, quella che, negli appalti pubblici manca da decenni. Il terzo punto è il più rivoluzionario: ridimensionare la burocrazia, soprattutto regionale, che affossa le attività produttive del Paese e ogni spirito di iniziativa. Pensate che questo governo sia in condizione di decidere su questo terreno? Nonostante la volenterosa ministra Paola De Micheli temo proprio di no. © Riproduzione riservata
Le opere pubbliche non si governano con il diritto penale, secondo la deriva giustizialista, iniziata a Milano nel 92 e andata avanti sino a Monti e a Enrico Letta. La guerra alla corruzione negli appalti non si vince con le manette, ma con le procedure amministrative. Quelle introdotte con lo sciaguratissimo codice degli appalti di Graziano Delrio con la collaborazione di Raffaele Cantone (peraltro non particolarmente esperto dei procedimenti amministrativi e delle trappole insite in quelli attuali) non sono affatto idonee a garantire gli italiani dalle corruzioni. Anzi in alcune specifi che norme (tutte quelle riguardanti i labili giudizi di qualità) le possono favorire