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03/03/2021

Vaccinazioni al palo: Draghi congeda Arcuri Arriva un generale, l’ordine è cambiare tutto

QN - Il Giorno

di Giovanni Rossi ROMA Altro che Primule vaccinali da archistar disseminate a caro prezzo nel Paese. In un gelido colloquio Mario Draghi licenzia il commissario all'emergenza Domenico Arcuri insediando al suo posto, con procedura d'urgenza, il generale di Corpo d'armata Francesco Paolo Figliuolo, uomo di logistica e missioni speciali. Una scelta forte e ormai inevitabile, comunicata al ministro della Salute Roberto Speranza e al resto del governo a decisione ormai assunta. Un altro segnale, il terzo, di cambiamento di registro dopo la richiesta al Cts di non sollevare polveroni mediatici e dopo la sostituzione di Angelo Borrelli con il rientrante Fabrizio Curcio alla guida della Protezione civile. La testa di Arcuri («onorato di aver servito il Paese» e ora pronto a un ordinato passsaggio di consegne) era sul ceppo da 13 giorni. Da quando Draghi, presentando il suo governo al Parlamento, aveva chiarito: «Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all'interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private. Facendo tesoro dell'esperienza fatta con i tamponi e soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi». Sentita la campanella, Arcuri aveva provato a inabissarsi limitando al minimo le uscite pubbliche. Uno sforzo titanico, dopo mesi di protagonismo a tutto campo originato solo in parte dal ruolo - o dal gioco mediatico con il duo Conte-Speranza - e in percentuale assai più rilevante da una debordante autostima. La fine corsa arriva con uno scarno e spiccio comunicato di ringraziamento di Palazzo Chigi. La rimozione apertamente caldeggiata da Matteo Salvini e Matteo Renzi (ora esultanti) non si traduce nella sparizione dai radar del manager pugliese caro agli ex premier Massimo D'Alema e Giuseppe Conte. Arcuri resta ad di Invitalia e commissario dell'Ilva, due compiti sufficienti a riempire molte vite. Compresa la sua, ribaltata il 18 marzo 2020 dalla chiamata del governo nei giorni del primo drammatico lockdown, con il compito di procurare al Paese mascherine, disinfettanti, guanti, tute, tamponi, reeagenti, attrezzature per le terapie intensive, in deroga alle norme ordinarie e in uno scenario da tragedia che, per onestà, non va dimenticato. Arcuri e la sua struttura promuovono acquisti diretti per 2,8 miliardi (stima Osservatorio Cergas-Bocconi al 31 dicembre scorso), a fronte di 2 miliardi di spesa delle Regioni, di 400 milioni della Consip e di 300 della Protezione civile. Arcuri non si limita ad approvvigionare il Paese: tra gaffe e censure, attacca produttori e speculatori sui costi dei presìdi sanitari quando lo Stato ancora impone l'Iva sulle mascherine; si erge a misuratore degli assembramenti; polemizza con le Regioni sulle terapie intensive; lancia iniziative imbarazzanti come l'acquisto dei banchi a rotelle in classi spesso troppo piccole per i distanziamenti richiesti (almeno 119 milioni di spesa); assiste al flop dell'app Immuni (appena 12.645 positività accertate). Alcune commesse firmate dalla sua struttura risultano poi troppo costose rispetto ad altre simili sottoscritte dalle Regioni. Non solo: mediazioni estere per un totale di 77 milioni di euro (precedenti lo stop al codice degli appalti) pongono Arcuri sotto la lente dei pm di Roma. «Allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione di corrispettivo», annotano i magistrati. Ma i 1.280 contatti telefonici col principale indagato Mario Benotti bruciano definitivamente il commissario che si proclama parte lesa. Troppo determinante la campagna di vaccinazione per delegarla a un uomo così sovresposto che, al di là di meriti, demeriti e coperture targate M5s e Pd, era da tempo sgradito a larga parte del Paese: preoccupato dall'alea sulle somministrazioni e da liste d'attesa in alto mare persino tra le categorie protette. © RIPRODUZIONE RISERVATA