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05/06/2019

una trappola perfetta imprigiona il movimento

Il Piccolo di Trieste - renzo guolo

Il tentativo del premier Giuseppe Conte, di rinsaldare attorno a sé una maggioranza che non riesce a trovare coesione è subito fallito, come dimostra la nuova, immediata, rottura in Consiglio dei ministri sul codice degli appalti, appena alleviata da una successiva mediazione sottoscritta a denti stretti dalle controparti.Il capo del governo ha messo sul piatto le sue dimissioni, chiedendo a Matteo Salvini e a Luigi Di Maio di porre fine alla conflittualità che paralizza l'esecutivo ma, a parte l'insolita procedura - meglio era se fosse passato per le Camere oppure salito al Colle e non avesse utilizzato per lavare i panni sporchi una conferenza stampa-, Conte non poteva sciogliere il nodo politico emerso nelle urne. Certo, il presidente del Consiglio è sembrato ritagliarsi un ruolo per il futuro, presentandosi come "tecnico" capace di negoziare con l'Europa se, come pare, questa aprisse una procedura d'infrazione che saldata con le tensioni sui mercati potrebbe mettere all'angolo l'Italia. Ma le condizioni perché possa essere varato un nuovo governo tecnico sono oggi assai problematiche: né la Lega, né il Movimento 5 Stelle potrebbero sostenerlo senza pagare, come accadde al Partito democratico con Mario Monti, prezzi politici e di consenso elevati.La realtà è che il risultato delle europee ha cambiato tutto, innescando dinamiche sino a un certo punto controllabili. Sono emerse non solo le diverse linee politiche, ma anche i differenti interessi sociali e territoriali. La Lega è ormai il primo azionista di maggioranza e può dettare l'agenda. Davanti a questo "prendere o lasciare", che riduce a simulacro i precedenti rapporti di forza, la pretesa di Di Maio di rifarsi al contratto, in versione originale o aggiornata, è pura illusione. Anche perché i Cinquestelle non paiono avere alcuna arma negoziale. Se resistono alle pressioni leghiste, Salvini può far saltare il banco, andare al voto e conquistare la maggioranza assoluta allargando le alleanze al centro e a destra; se restano immobili, proni alla Lega, in un operazione di puro potere che salvaguarda esclusivamente grisaglie e scranni parlamentari, affondano nel consenso e il tramonto è solo ritardato di qualche mese.La trappola in cui i pentastellati si sono infilati è perfetta e non possono uscirne attraverso vuote parole. O sparigliano il gioco, con una spericolata inversione a U, dandosi un nuovo gruppo dirigente, rompendo con la Lega, passando per le urne, accettando di tornare all'opposizione e, da lì, ricostituire, se ci sono le condizioni, un rapporto con il Pd; oppure sono destinati a implodere. E, dal momento che questa disperata ma vitale reazione non sembra alla portata di chi li guida, l'esito pare del tutto scontato.Quello che colpisce in questa sorta di cronaca di una morte annunciata di un movimento che tutto diceva di voler cambiare, è l'assoluta mancanza di strategia che non sia quella di rimanere abbarbicati a un governo dal quale ogni giorno Salvini marca le distanze preparando il grande botto finale. Nel momento e nelle condizioni che riterrà più opportuni. Una stoccata finale, e un'agonia, che pagherà innanzitutto il Paese. - BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI