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09/07/2020

Una matassa di complicazioni non si sbroglia tagliando i fili

MF - Marcello Clarich

Una matassa aggrovigliata non si sbroglia tagliando singoli fili. Questa è invece la via intrapresa, a una prima lettura, dal decreto Semplificazioni approvato «salvo intese» due giorni fa. In realtà il metodo chirurgico per semplificare le procedure amministrative è corretto, se è inserito in una strategia che imposti un'azione risanatrice a medio termine. Occorre infatti rivitalizzare un'amministrazione con funzionari tendenzialmente anziani, privi delle competenze necessarie, demotivati, appiattiti nelle carriere e nelle retribuzioni. Così, per esempio, può essere giusto alleggerire il peso della responsabilità dei funzionari per contrastare il fenomeno della burocrazia difensiva e della paura della firma. Ma perché non istituire un fondo speciale di incentivazione per premiare chi non si sottrae allo sforzo eccezionale richiesto in questa fase e porta a casa i risultati? I 48 articoli del decreto legge disegnano un mosaico di interventi che includono la semplificazione dei procedimenti autorizzatori in tema di reti energetiche e di comunicazioni elettroniche, di bonifiche di terreni inquinati, di valutazione di impatto ambientale, di edilizia ecc. L'impatto concreto delle singole misure richiederebbe un'analisi caso per caso. Anche perché dietro l'apparente semplificazione possono nascondersi nodi non risolti. Alcune norme hanno carattere solo transitorio. Così, per esempio, le deroghe al Codice dei contratti pubblici sono previste fino al 31 luglio 2021. Peraltro, già il decreto Sblocca cantieri dello scorso anno aveva inaugurato la strada delle «norme a tempo», che disorientano gli operatori e rivelano insicurezze e timidezze dei nostri decisori pubblici. Se si voleva innovare davvero, perché non «potare» subito in modo definitivo tante norme del Codice dei contratti pubblici, non imposte dal diritto europeo, che hanno appesantito il sistema? In ogni caso, i problemi strutturali del mercato delle commesse pubbliche, come l'eccessivo numero delle stazioni appaltanti o la frammentazione delle imprese, non trovano risposte. Buona è almeno l'idea di un Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche per consentire il completamento di lavori altrimenti lasciati a metà per anni o decenni. Tutta da verificare è invece l'efficacia del nuovo Collegio consultivo tecnico che dovrà sovraintendere all'esecuzione delle grandi opere, perché non è detto che aggiungendo organi a organi si accelerano i processi decisionali. Buona è anche l'idea di costringere le amministrazioni, in sede di rilascio delle autorizzazioni, di effettuare un'istruttoria completa stabilendo una volta per tutte se l'atto richiesto può essere rilasciato, senza potersi riservare «una carta di riserva» per opporre un nuovo diniego dopo che il primo è stato ritenuto illegittimo da un Tar. Lascia invece il tempo che trova l'obbligo delle amministrazioni di misurare e rendere pubblici i tempi effettivi dei procedimenti amministrativi quando i sistemi di monitoraggio già previsti sono rimasti tutti sulla carta. Qualche considerazione più specifica meritano le modifiche al reato di abuso d'ufficio e al danno erariale che tante attese hanno ingenerato. Scartata l'ipotesi di abolire un reato generico lasciando solo i reati più specifici già previsti dal codice penale (come per esempio, la concussione e il peculato), i ritocchi all'art. 323 non sembrano risolutivi. Infatti, in primo luogo, mentre fino a oggi l'abuso consisteva in atti posti in essere in violazione di «norme di legge o di regolamento», ora viene meno il riferimento a quest'ultimo. C'è da chiedersi se ha senso questa limitazione visto che materie fondamentali sono disciplinate in gran parte da regolamenti (a breve anche il settore degli appalti pubblici). Inoltre, si precisa che la violazione deve riguardare «regole specifiche di condotta» dalle quali non residuino «margini di discrezionalità». Condivisibile è l'idea di dare maggiore certezza, ma, a ben vedere, è proprio la discrezionalità ad agevolare i favoritismi a beneficio di amici, parenti e compagni d'affari. Quanto al danno erariale, anche in questo caso si introducono innovazioni a tempo, fino al 31 luglio 2021. Inoltre, si precisa che la responsabilità del funzionario sorge solo in caso di dolo e non di colpa grave, ma non si rafforza l'obbligo delle amministrazioni di attivarsi in quest'ultimo caso. Se la colpa è davvero grave, non si capisce perché il funzionario debba andare immune da ogni conseguenza. Inoltre, la limitazione al dolo vale solo per gli atti, non per l'inerzia e per le omissioni. Da un punto di vista logico, la distinzione non regge, e l'effetto potrebbe essere solo quello di incentivare atti interlocutori o dinieghi frettolosi. Inoltre, con una mano si alleggerisce la responsabilità, con l'altra si agita ancora lo spauracchio del danno erariale per esempio a carico del responsabile del procedimento di aggiudicazione di un appalto che non lo completi entro sei mesi. Insomma, neppure il Covid-19 ha dato la spinta per superare indugi, timidezze e veti, che peraltro, come insegna l'esperienza, potrebbero essere ancor più forti in sede di conversione parlamentare. (riproduzione riservata)