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06/01/2020

Una mano dagli investimenti privati

Formiche - Carlo Secchi

ECONOMIA
VICE PRESIDENTE DELL'ISPI
Il fabbisogno di infrastrutture non riguarda prevalentemente ciò che manca, bensì il mantenimento in buone condizioni di quanto già c'è e il suo adeguamento alle nuove esigenze e alle nuove tecnologie disponibili. Questo, naturalmente, implica un fabbisogno enorme a fronte delle carenze croniche della finanza pubblica. Per cui, l'unica via d'uscita è quella del coinvolgimento degli investitori privati, soprattutto per i progetti a lungo termine Il principale squilibrio del settore delle infrastrutture riguarda il loro stesso fabbisogno, che va distinto in varie componenti. Abbiamo anzitutto urgenza di nuove infrastrutture, dove vi sono carenze evidenti, ma anche bisogno di una corretta manutenzione di quelle che già ci sono, oltre che necessità di un loro upgrading per adattarle a quanto le nuove tecnologie richiedono e impongono. Per l'introduzione delle auto elettriche, ad esempio, ci sarebbe bisogno dell'installazione delle stazioni di rifornimento lungo l'intera rete stradale, un investimento cospicuo da affrontare. Oppure, qualora si diffondesse l'uso dei big data e dell' Internet of things , avremmo necessità di migliorare i circuiti di guida per adeguarli alle suddette innovazioni. Il medesimo discorso potrebbe valere per le ferrovie. Se si vuole migliorare il funzionamento del sistema, al di là della necessità di creare nuove infrastrutture e di garantire una corretta manutenzione di quelle già esistenti, occorre introdurre sistemi di controllo del traffico adatti allo scopo. Il fabbisogno non riguarda prevalentemente ciò che manca, bensì il mantenimento in buone condizioni di quanto già c'è e il suo adeguamento alle nuove esigenze e alle nuove tecnologie disponibili. Questo, naturalmente, implica un fabbisogno enorme a fronte delle carenze croniche della finanza pubblica, sia in Italia sia in tutta Europa. Per cui, l'unica via d'uscita - peraltro già individuata e intrapresa all'inizio della seconda metà del secolo scorso, quando si dovette ricostruire l'Italia dopo la Seconda guerra mondiale - è quella del coinvolgimento degli investitori privati, soprattutto per i progetti a lungo termine. Anche qui, però, bisogna distinguere tra chi investe i capitali e chi si occupa della gestione. Dal punto di vista dei primi, ovvero i fondi pensione, le compagnie di assicurazione sulla vita e tutta quella serie di investitori che guardano al lungo periodo sono molto interessati a progetti che hanno una vita utile, attiva, e decennale. Differente è il discorso per quanto riguarda invece la gestione di queste infrastrutture, fatta attraverso il sistema delle concessioni. Cosa impedisce, però, uno sviluppo adatto alle esigenze? Il fatto che il contesto sia stato pensato più per l'intervento pubblico (al di là delle concessioni) che per l'intervento privato. Bisogna lavorare, dunque, sulla qualità dei progetti e sul quadro regolatorio, altrimenti nessuno, o ben pochi, avranno voglia di imbarcarsi in attività di questo tipo. Il financial gap è molto ampio rispetto a quello che il settore pubblico, nazionale o europeo, riesce a mettere a disposizione . Se dunque poniamo il tema delle carenze infrastrutturali interne, dobbiamo tenere a mente che questo è cross-border , ovvero di collegamento con gli altri Paesi, dato che non è nostra intenzione vivere isolati dal resto del mondo. Urge dunque affrontare la questione dei grandi trafori, dei valichi e dell'interconnessione della nostra rete infrastrutturale con quella degli altri Paesi. Un problema ancora più complesso, perché abbiamo a che fare, oltre al tema finanziario, con delle tematiche regolatorie differenti da Paese a Paese. Per cui tutte le procedure, da quelle di appalto a quelle di protezione ambientale, rischiano di introdurre ulteriori farraginosità e ritardi che bloccano arterie molto importanti. Il dibattito a livello europeo è centrato su come mobilitare risorse finanziarie private a questi fini, ma anche su come fornire un quadro normativo armonioso in materia di permessi, appalti e questioni di carattere aziendale, onde evitare che le tempistiche, già dilatate, si amplino ulteriormente. È un lavoro di cui la Commissione europea dovrà occuparsi. L'approccio auspicabile è che non si trattino gli investitori privati come fossero la stazione appaltante del ministero delle Infrastrutture, poiché necessitano di progetti sviluppati con grande attenzione e nel dettaglio, oltre che di un business plan solido e strutturato e, soprattutto, un quadro regolatorio certo e non transitorio. Inoltre, per quanto riguarda gli investimenti finanziati dal settore pubblico, occorre dotarsi di un "codice degli appalti" che metta al centro l'esigenza di una spedita attuazione delle opere, accompagnata da forme di tutela dei terzi e dell'interesse pubblico (prevenzione della corruzione, ecc.) che siano certamente efficaci, ma non tali da bloccare l'esecuzione dei lavori. Occorrerebbe infatti evitare da un lato che l'iter dei ricorsi blocchi sine die l'esecuzione dei lavori (mentre, ad esempio, se accolti, potrebbero dar luogo a forme di risarcimento) e dall'altro che l'accertamento di eventuali responsabilità penali sia rigoroso, ma nel contempo si contemperi con la necessità di completare gli investimenti.
_"Occorre evitare da un lato che l' iter dei ricorsi blocchi sine die l'esecuzione dei lavori e dall'altro che l'accertamento di eventuali responsabilità penali sia rigoroso, ma nel contempo si contemperi con la necessità di completare gli investimenti"_