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05/12/2019

Un cammino virtuoso per il sistema degli appalti

La Gazzetta Del Mezzogiorno - ALESSANDRO BOTTO

L'INTERVENTO
Da più parti, e non da ora, si lamenta l'ina deguatezza del nostro sistema degli appalti e delle concessioni, di fatto bloccato o comunque ingessato a tal punto da impedire che possa fungere da volano per la ripresa economica. E', infatti, sotto gli occhi di tutti che spesso le opere pubbliche non riescono a vedere la luce nei tempi previsti e con i costi preventivati (le citazioni dei singoli casi sembrano superflue) e che i servizi e le forniture, insieme ai lavori pubblici, siano oggetto di continue indagini sia di carattere penale che contabile. Insomma, un quadro abbastanza sconfortante che provoca ulteriore sfiducia da parte dell'opi nione pubblica nell'operato delle pubbliche amministrazioni. Quali possono essere le cause di tale stato di cose? Cosa si può fare per cercare di invertire il trend negativo? Queste sono le domande chiave che sorgono spontanee, specialmente dopo che innumerevoli modifiche normative si sono susseguite in questi ultimi anni, tanto da dare vita ad un vero e proprio ginepraio normativo (non si dimentichi che appena tre anni fa, nell'aprile del 2016, l'entrata in vigore del Codice dei contratti pubblici era stata sbandierata come la panacea dei problemi del settore che avrebbe segnato la nuova alba di un radioso futuro). Per cercare di rispondere a tali domande s'impone una riflessione preliminare e di carattere generale, poiché alla base del livello d'ingessamento ormai non più sopportabile c'è un atteggiamento culturale sbagliato, che poi si declina nella varie scelte che vengono concretamente operate giorno per giorno. Tale atteggiamento, peculiare del nostro ordinamento nazionale, fa leva sulla individuazione come principale (talvolta unico) obiettivo della normativa di settore la lotta alla corruzione, tanto che le soluzioni normative vengono calibrate su questa esigenza, dimenticando del tutto che, invece, l'obiettivo principale dovrebbe essere quello della efficienza del sistema, mentre la lotta alla corruzione dovrebbe essere un importantissimo driver per disciplinare il momento patologico. In altre parole, non si può dettare un'intera disciplina di settore avendo in mente di regolare (e reprimere) un mondo di corrotti e corruttori: la normativa deve essere tarata sul momento fisiologico, scegliendo le migliori soluzioni per raggiungere gli obiettivi di policy. Saranno poi altri strumenti (amministrativi e penali) appositamente individuati a dettare la disciplina della deviazione patologica, senza invero poter piegare tutta la disciplina di settore a questi ultimi fini. Se volessimo fare un esempio marinaro, è come se, volendo andare a pesca di un determinato tipo di pesce, anziché attrezzarci per pescare quel tipo di pesce (mediante gli idonei strumenti e studiando le sue abitudini, i luoghi di passaggio ecc.) decidessimo di munirci di una rete a strascico a maglie fitte: in questo modo è molto probabile che pescheremo (anche) quel tipo di pesce, ma contestualmente avremo distrutto l'ecosistema dei fondali, con desertificazione degli stessi. Ebbene, questo è proprio l'effetto cui stiamo assistendo: la desertificazione intesa come blocco delle procedure di appalto, anche perché i funzionari pubblici onesti (che non dimentichiamolo sono la stragrande maggioranza, perché fa notizia l'albero che casca, ma non la foresta che cresce) sono giustamente impauriti e, prima di compiere qualsiasi atto che possa generare responsabilità, cercano di ottenere un avallo di copertura al proprio operato (il famoso blocco della firma di cui tanto si parla). Solo se riusciremo a convincerci della necessità di operare una rivoluzione culturale che ci porti ad immaginare modelli di possibile efficienza e su questi a tarare la normativa e a dismettere il pregiudizio che ad occuparsi di appalti siano solo malfattori e faccendieri, potremo forse riprendere un cammino virtuoso. Altrimenti qualsiasi modifica normativa non potrà che ulteriormente ingessare un sistema molto sofferente, sul modello di quel tipo che, una volta caduto in un banco di sabbie mobili, più si agitava e più finiva per essere avviluppato dal fango. (*Docente LUISS Roma)