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10/06/2019

Tute blu in piazza «ridiamo voce al lavoro»

Corriere del Mezzogiorno Economia

Territorii nodi
Venerdì 14 i metalmeccanici scioperano per otto ore. Nella sola Campania le aziende in difficoltà sono 43 La piattaforma che Fim, Fiom e Uilm presenteranno al governo e al sistema delle imprese parla, tra l'altro, di riduzione delle aliquote Irpef e aumento dei salari
Venerdì 14 è un giorno che può definirsi «storico» per il movimento sindacale. Segna infatti il ritorno, dopo dieci anni, di uno sciopero generale unitario dei metalmeccanici. Otto ore di astensione dal lavoro, con tre manifestazioni a Milano per il Nord, Firenze per il Centro e Napoli per il Sud. Di nuovo in piazza tutti assieme, come ai tempi gloriosi della Flm, per il lavoro, lo sviluppo e una politica industriale vera, per dire «basta ad un governo che - secondo Fim, Fiom e Uilm - impoverisce i lavoratori e attacca i diritti». «Un governo - come ha sentenziato il leader della Uil Barbagallo qualche giorno fa - che voleva eliminare la povertà, invece sta eliminando il lavoro».

A Napoli le delegazioni sindacali del Mezzogiorno porteranno con loro il fardello di tante situazioni di crisi aperte e non risolte. Il leader della Uilm della Lucania Marco Lomio ricorda che «dobbiamo dare voce al lavoro, partendo dalle emergenze che viviamo in Basilicata, dalla Ferrosud alla ex Blutec, dalla ex Firema all'assenza di un indotto per la Fca di Melfi in grado di far fronte alle sfide del futuro, dal disastro del settore ferroviario, dove gli investimenti sono rivolti solo ai grandi player dimenticando le piccole e medie industrie al comparto petrolifero, che continua a distribuire royalties senza nessun fine legato allo sviluppo». I dati nazionali parlano di una produzione al ribasso del 5,5%, la diminuzione tendenzialmente più forte dal 2012, soprattutto a causa del crollo del settore auto, che perde un 19,4% su base annua. A livello manifatturiero, la metallurgia scende del 2,3%, l'elettrodomestico del 5,1%, i macchinari e l'elettronica del 2,2%. Numeri che nel Sud diventano ancora più pesanti, e che disegnano prospettive preoccupanti. Basti pensare che nella sola Campania le aziende in difficoltà sono ben 43, la stragrande maggioranza delle quali per mancanza di commesse. Si va, citando quelle più grandi, dalla Jabil Caserta alla Jabil Italia, anch'essa in Terra di Lavoro, con rispettivamente 340 e 530 addetti, alle prese con contratti di solidarietà da 8 anni circa, alla cig in Fca fino a settembre 2019 per la crisi del mercato dell'auto, dalla Nuova Sinter di Napoli in curatela fallimentare dal 2016 alla Tta Adler in contratto di solidarietà per i 152 dipendenti da settembre 2017 e sotto la spada dei licenziamenti, alla Whirpool da pochi giorni a rischio chiusura.


«Sono dati - dice il leader regionale della Fim Cisl Giuseppe Terracciano - che testimoniano la drammatica situazione in cui versa il comparto, ed il nostro territorio in particolare, per la spaventosa carenza della manovra economica del governo in materia di investimenti produttivi a vantaggio di interventi esclusivamente assistenziali che non avranno effetti sulla crescita. Il 14 saremo in piazza per capovolgere questa tendenza e rivendicare misure espansive capaci di dare impulso allo sviluppo industriale dell'intero Paese, a partire dal Mezzogiorno».


Altrettanto preoccupante si presenta la situazione nell'altra grande regione del Sud continentale, la Puglia. Nei tre segmenti industriali principali automotive (CNHi di Foggia e Lecce - Bosch e Getrag di Bari), aero-spazio (Leonardo a Foggia, Grottaglie, Taranto, Brindisi e Lecce) e siderurgia a Taranto (stabilimento a ciclo integrale più grande in Europa) e nelle piccole imprese collegate, negli ultimi anni si sono persi migliaia di posti di lavoro. Emblematici appaiono i casi delle aziende dell'appalto del gruppo Leonardo con circa 700 posti andati in fumo per processi di internalizzazione di attività effettuate dalla stazione appaltante e la vicenda ex-ILVA che ha visto (con l'accordo del 6 settembre sottoscritto al Mise) la gestione dello stabilimento passare nelle mani della multinazionale Arcelor Mittal, il colosso per eccellenza per acciaio prodotto, creando, seppur momentaneamente, 2600 esuberi rimasti in cigs, poi scesi a 1600 perché più di mille hanno aderito agli incentivi all'esodo. Negli anni dell'Ilva commissariata nelle aziende dell'appalto e dell'indotto si sono persi altresì 3000 posti a causa delle cessazioni di attività e delle ristrutturazioni aziendali. Restano infine ancora aperte le vertenze simbolo della Om Carrelli a Bari e della Marcegaglia a Taranto che ha visto la chiusura dei rispettivi stabilimenti. «È evidente per quanto ci riguarda - sottolinea il numero uno regionale della Fiom Cgil Giuseppe Romano - che al netto delle rivendicazioni generali legate alla centralità delle produzioni industriali, degli interventi sulla fiscalità del lavoro, delle rivendicazioni salariali, della necessità di aumentare i livelli di salvaguardia della sicurezza e della salute, lo sciopero dei metalmeccanici per noi ricopre un significato ancora più specifico, che parte dalla necessità di avere politiche industriali che si pongano l'obiettivo di un nuovo modello di sviluppo in senso eco-compatibile, sostenibile ambientalmente e in grado di creare nuova e buona occupazione».


La piattaforma che Fim, Fiom e Uilm presentano al governo e al sistema delle imprese parla, tra l'altro, di riduzione delle aliquote Irpef e aumento dei salari, di incremento di investimenti pubblici e privati e reindustrializzazione delle aree in crisi, di detrazione degli investimenti dai vincoli comunitari e sviluppo di infrastrutture energetiche, digitali e dei trasporti, di rilancio della filiera manifatturiera e contrasto alla «controriforma» del codice degli appalti, di garanzie nella salute e nella sicurezza delle persone, di riforma degli ammortizzatori sociali, di incentivazione di contratti di solidarietà finalizzati alla riduzione degli orari e all'occupazione giovanile.


Un manifesto per la svolta. Lo sciopero riuscirà a dare la «spallata» ad un sistema che mostra segni autentici di difficoltà? Dalle risposte che arriveranno dipenderà probabilmente la speranza di far ripartire il Mezzogiorno, e con esso il Paese, verso un nuovo e meno oscuro futuro.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marco Lomio Uilm Basilicata, Giuseppe Terracciano Fim Cisl Campania

Foto: di Luciano Buglione


Foto: Uilm Basilicata


Foto: Fim Cisl Campania