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03/12/2018

Trenta gare d’appalto con il trucco

Il Messaggero

ERA STATA CREATA «UNA RETE DI CONOSCENZE TRA PUBBLICI UFFICIALI E IMPRENDITORI LOCALI DEL SETTORE»
LA SENTENZA
Tre anni e nove mesi per esser stato il centro da cui si dipanava un fitto sistema di intrecci, quello che consentiva la gestione di buona parte degli appalti pubblici banditi dagli enti locali viterbesi dal 2009 al 2011. Roberto Lanzi, funzionario del Genio Civile, il 30 aprile scorso è stato condannato dal collegio del Tribunale a una pena soft; anche se la descrizione che i tre giudici (presidente Maria Luparelli, a latere Giacomo Autizi e Silvia Bartollini) ne fanno, nelle 206 pagine di motivazione, è tutt'altro che morbida.
Lanzi, insieme ad altri 7 imputati, nel 2012 viene rinviato a giudizio per corruzione e concussione. A scoperchiare il vaso di Pandora l'inchiesta Genio e sregolatezza di Procura e Finanza. Quello che la magistratura scopre è un sistema ben oliano di corruzione in cui Lanzi, grazie al suo impiego nell'ufficio del Genio di via Marconi, rappresenta il cuore. Secondo la sentenza il geometra, forte della sua esperienza e professione, favoriva a turno i vari imprenditori che si mettevano d'accordo tra loro per spartirsi le fette della torta (gli appalti). In cambio, il funzionario del Genio civile avrebbe intascato più tangenti.
A mettere nero su bianco l'ipotesi portata avanti per tutto il processo - durato più di sei anni con tre cambi di giudici le motivazioni della sentenza. «Lanzi si è occupato di numerose gare di appalto si legge - maturando una profonda esperienza e creandosi attorno una rete di conoscenze, sia con riferimento ai pubblici ufficiali preposti alle procedure di appalto dai singoli enti, sia con riferimento agli imprenditori locali del settore. Anche grazie a ciò è stato in grado di incidere sulle varie fasi».
Ma come è stato possibile? Innanzitutto perché «svolgeva all'epoca il ruolo di addetto all'ufficio gare», ovvero «la realizzazione di tutte le attività necessarie alle predisposizione di fare di appalto, e di supporto tecnico amministrativo dei Rup, che richiedevano l'ausilio del Genio. In questa veste di funzionario deputato a fornire collaborazione alle stazioni appaltanti, spesso costituite da piccoli comuni, privi al loro interno di professionalità adeguate, si è occupato di numerose procedure maturando una profonda esperienza».
A inchiodare alla giustizia Lanzi però, non sono state solo le prove raccolte in fase di indagine dalla magistratura, ma soprattutto le parole della sua sodale Gabriella Annesi. La collega condannata a un anno e sei mesi - viene prima intercettata dalla polizia giudiziaria mentre afferma: «Quando tu mi dicevi quella gara dalla a quello...». Poi, durante l'interrogatorio di garanzia, conferma ai magistrati di aver ricevuto 7.500 euro da Lanzi, precisando che si trattava di consulenze per il consorzio Cost. «Tentativo scrive il collegio nella sentenza - assai maldestro e privo di formalizzazione in un contratto. Tra l'altro riferiva di essere a conoscenza della condotta illecita del Lanzi, ovvero che questo fosse solito prendere soldi dagli imprenditori interessati alla aggiudicazione dell'appalto».
Gli appalti compromessi finiti sotto processo sarebbero stati 30. Alla fine le condanne sono arrivate solamente per due capi.
Maria Letizia Riganelli
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