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17/08/2021

Terzo settore al bando

Corriere della Sera - A. Rin.

Le gare di finanziamento favoriscono i grandi e scoraggiano i più piccoli: colpa di regole fatte per escludere i furbetti e concentrate solo sui risultati. «Chi si occupa di marginalità va sostenuto a prescindere» Enrica Baricco «Con Next Gen Eu servirà personale qualificato e tutti dovranno strutturarsi»
«A ndare
avanti così è uno stillicidio. Piuttosto chiedo soldi a un privato e a lui rendiconto tutto e presento i risultati a fine progetto». Lo dice a denti stretti, il rappresentante di un'importante ente benefico torinese, eppure traspare ugualmente tutta l'amarezza per le difficoltà che incontra nel reperire finanziamenti. Non è da solo però. A fargli compagnia sono in tanti: piccoli e grandi attori del Terzo settore torinese, duemila realtà con le 430 coop sociali in grado di fatturare quasi un miliardo.

E che da un po' di tempo a questa parte ribolle, perché si trova sempre più in difficoltà nel compilare i bandi per ricevere le risorse a sostegno dei propri programmi. Ministeriali, europei, regionali, delle fondazioni: tutti indistintamente presentano testi complicati e puntuti che fra rendicontazione, adesione a piattaforme e illustrazione degli esiti scoraggiano l'adesione. Oppure chiedono di presentarsi in cordata allora in caso di vittoria i soldi vanno divisi.


«Sicuramente i bandi sono complessi, ma c'è anche un problema dimensionale: le realtà più piccole fanno fatica perché non hanno personale dedicato e con esperienza», conferma Dario Odifreddi, presidente di Piazza dei Mestieri, secondo cui i temi da affrontare sono due: «In primo luogo il controllo della spesa dovrebbe guardare all'efficacia anziché a questioni di natura amministrativa: se fai un bando per generare occupazione, devi essere misurato per quello anziché quante ore fai».


C'è insomma un irrigidimento amministrativo anche se il Terzo settore è molto restio a farsi parametrare sugli esiti. «In secondo luogo il bando non è più uno strumento adeguato», è tranchant Odifreddi. «Ci sono strutture come Cottolengo e Sermig che vanno sostenute a prescindere perché su di loro si innesta il welfare territoriale, il bando semmai è utile per selezionare nuovi soggetti».


Oggi purtroppo si sconta l'ingessatura su controllo e procedure operata da Bruxelles qualche anno fa e a cui si sono adeguate tutte le istituzioni, pubbliche e private. Quando però l'Europa nell'agenda comunitaria è uscita da questa logica, nessuno l'ha seguita: «Tentiamo, complicando aspetti procedurali, di evitare che qualcuno faccia il furbo, invece succede il contrario».


In Legacoop Piemonte per affrontare i bandi si sono organizzati con una struttura apposita, Inforcoop, partecipata anche da Cna. E così 4 piccole cooperative hanno vinto le risorse del bando Seeds di Compagnia di San Paolo, su cui poi Coopfond ha aggiunto altro denaro.


Stefania Giudice, responsabile area Socio Assistenziale in Inforcoop, lo dice chiaro: «Negli ultimi 7 anni le fondazioni hanno privilegiato un rapporto duraturo con enti del Terzo settore, dunque soggetti come il nostro hanno avuto meno opportunità di fungere da server alle piccole organizzazioni. Ora per fortuna qualcosa è cambiato e molte fondazioni mettono a disposizione degli "helper"». Le piccole coop a volte rinunciano perché partecipare al bando diventa un'impresa titanica: determinare i costi diretti, indiretti, calcolare le quote individuali da caricare sui cedolini: la contabilità di un'azienda con servizi e stipendi richiede competenze diverse da quelle di rendicontazione di un bando. «Le fondazioni guardano molto agli indicatori di esito, ma non è semplice ad esempio misurare l'impatto del contrasto alla povertà in tre anni di progetto: lo vedi dopo cinque anni semmai. Per fortuna ora ci sono progetti a più lunga distanza con passi diversi che consentono una valutazione corretta, Compagnia di San Paolo e Fondazione Crc stanno introducendo società di ricerca che accompagnano la misurazione del social impact».


E l'arrivo dei fondi di Next Generation Eu non migliorerà le cose. «Anzi, ci saranno tanti finanziamenti a disposizione, di conseguenza servirà personale qualificato e nei prossimi due anni questo costringerà tutti a strutturarsi», considera Enrica Baricco, fondatrice di Casa Oz. L'istituzione da lei presieduta si sostiene per un terzo con donazioni di privati, per un terzo con quelle delle aziende come Skf e per un terzo con fondi delle fondazioni. «I più piccoli vanno aiutati a professionalizzarsi: concorrere per un bando significa avere persone competenti cioè caricarsi di un costo importante. Il Terzo settore è in prima fila nell'aiutare i più fragili, se soffre, soffrono tutti».


Mario Calderini, ordinario di Social Innovation al Politecnico di Milano, ha invece una posizione che lui stesso definisce «mediana»: «Il Terzo settore è fatto di cerchi concentrici: quelli più interni che si occupano di marginalità a cui imporre di camminare con le proprie gambe è una crudeltà inutile; e quelli più esterni a cui invece ha senso imporre forme di ingegneria finanziaria».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I numeri Fonte: Camera di Commercio di Torino L'Ego-Hub I soggetti: cooperative, startup di innovazione sociale, associazioni di volontariato Imprese sociali Terzo settore non imprenditoriale Organizzazioni di volontariato 5 mila realtà in Piemonte COOPERATIVE SOCIALI IN PIEMONTE: 2 mila nel Torinese 1,9 miliardi di euro di fatturato 53.500 addetti 919 cooperative sociali regionali COOPERATIVE SOCIALI A TORINO: 430 attività 23.400 addetti 945 milioni di euro di fatturato Piemonte Torino Piemonte provincia di Torino 120 227 215 22 15 16 7 64 Startup innovative a vocazione sociale Società Benefit Italia Piemonte provincia di Torino di cui certificate B-Corp 4 2 580 296 3.300 Piemonte 1.182 provincia di Torino

Foto:

Dario Odifreddi, presidente

di Piazza
dei Mestieri


Foto:

Mario Calderini, docente di Social Innovation
al Politecnico
di Milano