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09/04/2021

«Tempi brevi e procedure semplificate: rischiamo di spendere solo metà fondi»

Il Mattino

Nando Santonastaso
Presidente Buia, sul futuro del Codice degli appalti si dividono anche le Authority: l'Anac lo difende, l'Antitrust lo abolirebbe. Cosa sta succedendo?
«Sono anni che abbiamo sollevato certi problemi, prima nessuno ci seguiva, ora a quanto pare tutti vengono sulle nostre posizioni anche se con pareri diversi risponde Gabriele Buia, presidente dell'Ance, l'Associazione nazionale dei costruttori edili -. Premesso che la polemica non ci appassiona, noi crediamo che l'Italia in materia di appalti debba avere regole chiare ma soprattutto semplici. Lo continueremo a chiedere in ogni occasione».
La sintesi però appare ancora lontana.
«È vero, da una parte, come diciamo noi, si sollecitano semplificazioni per rendere più percepibili i contenuti del Codice; dall'altra parte, si arriva a proporre di buttare tutto all'aria e di ricominciare daccapo. Ma questa prospettiva ci spaventa, si rischia veramente di creare un black out nelle stazioni appaltanti. E badi bene, non parliamo solo delle grandi committenze di profilo nazionale: penso soprattutto alle migliaia di Comuni che svolgono lo stesso ruolo. Ecco perché bisogna rendere le cose più semplici».
Magari applicando per intero, come si propone da più parti, le norme del Codice europeo degli appalti?
«Anche qui, bisogna che si faccia chiarezza. Oggi il Codice degli appalti italiano contiene già una buona percentuale di norme recepite da quello europeo. Pensare di ricorrere solo ad esse, sperando magari di renderle subito operative, è una pia illusione perché il processo non è automatico, se non per qualche operatore che lavora all'estero. Di sicuro non lo è per il sistema italiano, significherebbe creare altri problemi anziché risolverli».
È per questo che l'Ance spinge sulle semplificazioni: ma dove pensate di poter cambiare il Codice?
«Intanto parliamo di un Codice che in pratica è già stato svuotato, non ha più niente del testo originario: derogato continuamente dallo Stato, dopo le nostre denunce sui rischi relativi ai tempi e al peso della burocrazia, è stato modificato nel 2017, un anno dopo la sua entrata in vigore. Poi è arrivato lo Sblocca-cantieri, e subito dopo il Decreto semplificazioni, mentre sono rimaste sulla carta le linee guida dell'Anac. A questo punto ci è sembrato giusto oltre che inevitabile proporre semplificazioni concrete, partendo dal presupposto che i problemi della durata di una gara di appalto sono a monte della procedura, non nel mezzo. Perché sono procedure lunghe e gli stessi enti appaltanti impiegano anni per avere le autorizzazioni ai progetti già presentati».
Per semplificare si era pensato di limitare a 5 il numero massimo delle imprese partecipanti alla gara ma voi avete sempre detto di no.
«E lo ribadiamo. Noi vogliamo che sia riconosciuta la possibilità alle imprese di partecipare, altro che limitare. Per noi conta la trasparenza, le imprese devono potersi misurare sulle competenze, sulla professionalità. E invece si pensa di accelerare i tempi riducendo la partecipazione, credendo che il problema sia questo».
Il Pnrr però è alle porte, bisogna far ripartire l'Italia e i suoi cantieri.
«Per la verità non abbiamo ancora visto un testo scritto. A parole sembra che ci sia molta disponibilità a semplificare le procedure. Ma mi auguro che parliamo di quelle a monte della gara, della possibilità di garantire le risorse necessarie ai Comuni, dei tempi brevi degli enti preposti per esprimere i loro pareri: questo sì semplificherebbe le cose e ci permetterebbe di spendere i soldi. Altrimenti, è bene che lo si sappia, con le attuali regole si potrà spendere solo il 48% dei fondi del Recovery Plan. Il governo, spero, sappia cogliere questa opportunità e non cerchi di limitare la concorrenza, concentrando il grosso degli investimenti per le infrastrutture solo in uno o pochi operatori. Questo ci sta preoccupando molto».
La strada del ponte Morandi è impercorribile, dunque?
«Assolutamente sì. Inapplicabile, chi racconta che il modello da seguire è quello non sa di cosa sta parlando. Ormai lo dicono in tanti. Parliamo di una meteora che non ha niente a che vedere con l'ordinarietà delle procedure italiane. Oggi dobbiamo intervenire sapendo che i tempi devono essere ridotti e semplici ma senza limitare la concorrenza. Molte delle risorse in arrivo con il Recovery Plan devono essere indirizzate sulla manutenzione dell'ordinario: le infrastrutture servono, ci mancherebbe altro, ma non vorrei continuare a vedere ponti che crollano. Quando si mette mano a questi investimenti non si può prescindere dal tessuto produttivo in cui si caleranno: e quello italiano è fatto di tantissime imprese medie e piccole, non solo di grandi».
Intuisco che non è favorevole almeno adesso neanche al ponte sullo Stretto.
«Senza infrastrutture non si cresce ma se si fa solo una grande opera e poco o nulla per mettere in sicurezza il patrimonio infrastrutturale esistente, mi pare che ci si debba fermare a pensarci».
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