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20/02/2021

Tav, Ponte, lavoro: primi fronti nel governo Tra i sottosegretari conferme e rientri

Il Sole 24 Ore - Emilia Patta

I PARTITI
Grillo difende la svolta M5S «Non siamo più marziani» In tutto 31 dissidenti: espulsi Soddisfazione del Capo dello Stato per la larga maggioranza nei voti di fiducia ottenuta da Draghi
«Oggi, alle 21,55, la sonda Perseverance atterrerà su Marte. Alla stessa ora, la Perseveranza atterrerà su un altro Pianeta. La Terra. Più precisamente alla Camera dei deputati. I Grillini non sono più marziani. I Grillini non sono più marziani». È sempre il fondatore e garante Beppe Grillo a cercare di portare quiete nel M5s riprendendone le redini anche a costo di mettersi contro Davide Casaleggio, che sembra strizzare l'occhio ai dissidenti "dibattistiani". E annunciando che i grillini non sono più marziani intende dare la sua impronta alla svolta definitiva: il M5s diventa una forza moderata, green e governista con la prospettiva (almeno questa è la speranza di Grillo) che possa essere guidata in un prossimo futuro dal premier uscente Giuseppe Conte.

Ma la svolta non è indolore: i dissidenti che hanno votato no al governo Draghi saranno espulsi (15 al Senato 16 alla Camera) e già si stanno attivando per un coordinamento unico: a Palazzo Madama stanno provando a prendersi, tramite Elio Lannutti, il simbolo di Italia dei valori e a Montecitorio si sta studiando un'operazione simile. Una vera e propria scissione, dunque, proprio mentre il movimento ha archiviato con il voto su Rousseau la figura del capo politico per scegliere una direzione collegiale di cinque membri che saranno eletti nei prossimi giorni.

Il governo Draghi parte sì con una larghissima maggioranza - solo Fratelli d'Italia si pone all'opposizione («ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati», ha detto Giorgia Meloni in Aula rivendicando la scelta di mantenere un'opposizione all'"alleanza repubblicana") - ma al prezzo del caos e della scissione nel principale gruppo parlamentare. Un caos che ricasca anche sul Pd, che con Nicola Zingaretti si sta spendendo molto per mantenere viva l'alleanza giallo-rossa (Pd, M5s e Leu) in vista delle prossime comunali di primavera. Ma bastava ascoltare ieri sera le dichiarazioni di voto della neo-maggioranza draghiana alla Camera per capire che le differenze e le contrapposizioni che hanno caratterizzato questa legislatura, tra il Conte 1 e il Conte 2, restano tutte. Solo il capogruppo del Carroccio Riccardo Molinari elenca una serie di questioni che sono un pugno nell'occhio per il già sofferente M5s, che con Davide Crippa si limita da parte sua ad avvertire che «il reddito di cittadinanza non si tocca»: sbloccare subito le grandi opere a cominciare da Tav e Terzo valico, rivedere la riforma della prescrizione voluta dall'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. Non solo. La Lega mette sotto accusa anche il codice degli appalti caro al Pd. Della necessità di rivedere la prescrizione in un'ottica garantista e non più giustizialista parlano anche la capogruppo di Italia Viva Maria Elena Boschi, che chiede a Draghi anche di attuare integralmente il Family act approntato nel Conte 2 dalla riconfermata ministra Elena Bonetti, e il capogruppo in pectore di Forza Italia Roberto Occhiuto, che rilancia pure il divisivo Ponte sullo stretto. Mentre la sinistra di Leu, con Federico Fornaro, chiede a gran voce la proroga del blocco dei licenziamenti e la valorizzazione del piano per la sanità del "suo" ministro Roberto Speranza.

Insomma, l'opera di sintesi per il neopremier non sarà facile. A partire dal completamento della squadra, tra viceministri e sottosegretari, che dovrà essere messo a punti nei prossimi giorni (l'ipotesi è quella di un Consiglio dei ministri già lunedì, o comunque all'inizio della prossima settimana). Stavolta saranno i partiti a proporre le loro rose. E stando agli schemi che circolano sembrano essere molte le possibili riconferme anche per la seconda fascia del governo: per il Pd Matteo Mauri all'Interno, Antonio Misiani all'Economia, Salvatore Margiotta alle Infrastrutture, Sandra Zampa alla Salute, Anna Ascani all'Istruzione e Simona Malpezzi ai Rapporti con il Parlamento. Per il M5s potrebbero restare Laura Castelli all'Economia, Giancarlo Cancelleri alle Infrastrutture e Pierpaolo Sileri alla Salute, mentre Stefano Buffagni potrebbe rientrare al nuovo ministero dell'Ambiente, Transizione ecologica ed energia (tra gli altri nomi pentastellati ci sono Marta Grande, Francesca Businarolo, Vito Crimi, Mirella Liuzzi, Luigi Gallo). Per la Lega si fanno molti nomi che già erano nella squadra del Conte 1: Nicola Molteni agli Interni, Massimo Bitonci all'Economia, Claudio Durigon al Lavoro ed Edoardo Rixi alle Infrastrutture. Per Forza Italia, infine, si fanno i nomi di Francesco Paolo Sisto, Gilberto Fratin, Francesco Battistoni e Andrea Mandelli. Mentre per Italia Viva sono in pista Davide Faraone e Gennaro Migliore.

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I SOTTOSEGRETARI GIANCARLO CANCELLERI Infrastrutture (M5S) Tornerebbe nel ministero dove già stava nel Conte 2 CLAUDIO DURIGON Lavoro (Lega) Potrebbe tornare nel posto che ricopriva nel Conte I MARINA SERENI Esteri (Pd) Verrebbe riconfermata nell'incarico che aveva nel Conte 2 GENNARO MIGLIORE Giustizia (Italia Viva) Incarico già ricoperto nei governi Renzi e Gentiloni

I SOTTOSEGRETARI

GIANCARLO

CANCELLERI

Infrastrutture (M5S)

CLAUDIO DURIGON

Lavoro (Lega)

MARINA

SERENI

Esteri (Pd)

GENNARO

MIGLIORE

Giustizia (Italia Viva)