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20/04/2021

«Tagliare tasse e spesa o sarà emergenza eterna»

Libero - FAUSTO CARIOTI

L'economista Alessandro De Nicola
Il presidente della Adam Smith Society: «Il blocco degli sfratti è ingiusto, quello dei licenziamenti inutile. Lega, Fi e Renzi ci evitano la patrimoniale»
■ In un Paese di tecnici specializzati in statalismo applicato e vessazione del contribuente, Alessandro De Nicola ha scelto la strada opposta. Avvocato esperto in diritto d'impresa, docente universitario e presidente della Adam Smith Society, è uno dei pochi che ha a cuore la causa della libertà individuale, mai maltrattata tanto come in questo periodo. Agli effetti letali del Covid, infatti, occorre aggiungere la nuova invasione dell'economia privata da parte dello Stato: ora, più spesa pubblica; domani, molto probabilmente, più tasse. Il Fondo monetario ha già proposto di aumentarle, introducendo «un contributo temporaneo alla ripresa dal Covid» a carico dei redditi alti. «Ma finché al governo ci saranno Lega, Forza Italia, Renzi e la pattuglia di centristi liberali», commenta De Nicola, «credo che la patrimoniale sarà evitata. Certo, se ci fosse stato ancora l'esecutivo giallorosso, l'una tantum sui redditi (o patrimoni) dei benestanti sarebbe stata probabile...». Resta il fatto che il debito pubblico sfiora il 160% del Pil e che il patrimonio privato degli italiani è tuttora consistente, soprattutto grazie ai mattoni. Pare il presupposto perfetto per l'ennesima patrimoniale, che molti invocano. «Io credo si debba abbassare la pressione fiscale complessiva e renderla più neutra, nel senso di eliminare le cosiddette fiscalità di vantaggio (investo nel settore X per i vantaggi in termini di tasse e non per la redditività probabile dell'investimento). Poi si può discutere se, ad esempio, una "carbon tax" o un'imposta (debole) su alcuni beni patrimoniali sia più opportuna, se bilanciata da una riduzione sull'imposta sui redditi. Ciò che importa, però, è che il risultato finale abbia il segno meno e che, finito quest'anno orribile, ci sia un taglio della spesa pubblica anche superiore». Il governo Conte ha introdotto il blocco degli sfratti e poi l'ha esteso sino al 30 giugno. È probabile che l'attuale esecutivo lo confermi, in nome del principio per cui la parte debole, l'inquilino, merita una tutela maggiore rispetto alla parte forte, il proprietario. «È una scelta sbagliata. Prima di tutto perché il conduttore non è sempre la parte debole: pensi al caso di un commerciante in pensione che affitta all'agenzia di una banca i locali di quello che era il suo negozio. In secondo luogo perché l'incertezza del diritto farà sì che le case o non verranno più affittate, oppure lo saranno solo ai benestanti o a chi può dare garanzie. Insomma, la conseguenza di questo provvedimento sarà una diminuzione del benessere generale». Sono sospesi anche i licenziamenti. Cosa si attende quando il blocco finirà? «Credo, purtroppo, che ci attenda un aumento della disoccupazione piuttosto sensibile. Avere un mercato del lavoro flessibile, come è ancora negli Stati Uniti nonostante alcuni recenti restringimenti, è il modo migliore per diminuire la disoccupazione: infatti lì, dal picco del primo lockdown di un anno fa, è scesa dal 15 al 6%. Nove punti. In meno di un anno». Da noi, intanto, è in arrivo l'ennesimo "scostamento", ossia un altro balzo del debito pubblico, pari a circa 40 miliardi di euro. Come sono stati spesi sinora i miliardi dei ristori? Vede differenze tra le scelte del governo Conte e quelle fatte da Draghi? «È un po' presto per giudicare la velocità con cui arriveranno i ristori del governo Draghi, anche se per migliorare una gestione fantozziana come quella del Conte bis non dovrebbero essere necessari grandi sforzi...». Quei soldi pubblici sono anche una risposta alle proteste dei non garantiti, scesi in piazza. Che giudizio dà del comportamento dei nostri connazionali in questi quattordici mesi? «Molti italiani si sono comportati con disciplina (dal punto di vista delle precauzioni) ed abnegazione (dal punto di vista dell'impegno nel lavoro), e probabilmente sono stati la maggioranza. Poi ci sono tre minoranze: una prudente nella salute e furbetta nel lavoro, una disciplinata professionalmente e meno accorta nelle precauzioni e una terza indisciplinata e scansafatiche». La narrazione di un popolo disobbediente contrapposto a uno Stato modello non la convince? «Per nulla. Anche perché i comportamenti meno virtuosi sono stati aiutati da alcuni provvedimenti e atteggiamenti delle autorità pubbliche: un misto di inefficienza, vacuità ed arroganza che ha minato la fiducia. Questo senza dimenticare che c'è pure chi si è sacrificato anche a costo della vita, come molti sanitari». Il 26 aprile inizia la riapertura delle attività commerciali. Era indispensabile chiudere totalmente i cinema, i teatri, le palestre, i ristoranti la sera? «In certe fasi sì. Tuttavia, soprattutto ora, non c'è ragione di proibire attività all'aperto e ai vaccinati. Se apro un cinema al 30% della capienza, con mascherine, impianto di aerazione e gel in abbondanza a chi ha almeno avuto una dose di vaccino, che rischio reale di contagio c'è? E se il teatro, il ristorante, lo stadio è all'aperto, ora che il clima in Italia sta rendendo possibile usufruire di tutto ciò? Aperture limitate non solo servono allo spirito di alcuni, ma alle tasche impoverite di tanti altri». Per la pubblica amministrazione serviranno 150mila assunzioni l'anno, sostiene il ministro Renato Brunetta. Lei lo ritiene un investimento o il proseguimento del vecchio andazzo? «Purtroppo non conosciamo ancora i dettagli del piano. Sappiamo, però, che ci sono circa 3milioni e 200 mila impiegati pubblici, dunque è ragionevole pensare che ogni anno, in media, tra i 120 e i 130mila di loro vadano in pensione, cambino lavoro o smettano per altri motivi. Quindi, se parlassimo di uno sforzo straordinario di un paio d'anni per ringiovanire la pubblica amministrazione con personale più qualificato cui si aprano percorsi di carriera e incentivi determinati dal merito (e non dall'anzianità, come ora) potrebbe essere giustificabile. A patto, s'intende, che dal terzo anno si ricominci con un blocco parziale del turnover. Altrimenti rischia di essere la solita infornata senza ricadute positive». Il reddito di cittadinanza sarà rifinanziato, anche se come misura di «politica attiva» per il lavoro ha fallito. È uno strumento da riformare o da abrogare? «Lo si dovrebbe ridisegnare come un'imposta negativa, sul modello proposto da Milton Friedman. Sotto un certo livello di reddito si integra la differenza tra il reddito di una persona e la soglia minima stabilita, con una percentuale di soldi a carico dello Stato, in modo che non si disincentivi la persona a trovarsi un lavoro, come succede con il reddito di cittadinanza». Questo per l'assistenza. E per le politiche attive del lavoro? «Quelle bisognerebbe rifarle completamente, affidandole a specialisti privati in concorrenza tra loro e non ai poveri pellegrini dei navigator, che non essendo stati capaci di trovare un lavoro per sé, dovrebbero trovarlo agli altri...». Assieme a Carlo Cottarelli, lei ha presentato alcune linee guida per la riforma della giustizia. La chiave consiste nell'incoraggiare i comportamenti virtuosi dei magistrati e scoraggiare quelli deleteri. In concreto? «Per semplificare, si tratta di affidare le funzioni gestionali a manager e non a magistrati. Di premiare i giudici veloci e bravi, ovvero quelli che non emettono sentenze - o, se pm, richieste di condanna - che vengono sempre ribaltate o rigettate. E di fermare la carriera dei magistrati lenti e con claudicante conoscenza del diritto». Bloccare la carriera dei pm i cui imputati vengono regolarmente assolti fa quindi parte della ricetta? «Direi di sì. Aiutandoli a studiare di più, nel frattempo». Il codice degli appalti e le altre norme nate con l'intento di fermare la corruzione sono compatibili con la macchina veloce che dovrebbe investire i soldi in arrivo dalla Ue? «No. Anche se la soluzione di applicare sic et simpliciter la direttiva Ue sugli appalti, senza ulteriori aggravi, è un po' semplicistica, la direzione giusta è certamente quella». La guerra al contante dichiarata dal governo Draghi è uno strumento intelligente contro l'evasione fiscale o un'altra zavorra per l'economia? «Ho sentimenti contrastanti. Istintivamente provvedimenti che limitano la libertà personale e tracciano i movimenti e le scelte delle persone mi rendono sospettoso. Ma almeno vorrei vedere evidenze e studi scientifici seri sul rapporto causa-effetto del ridurre le transazioni in contanti da 3.000 a 1.000 euro, per fare un esempio. Qualcosa è stato fatto relativamente alla Corea del Sud, dove sistemi semplici di pagamento elettronico e deduzioni fiscali sembrano aver ridotto l'evasione. Però vorrei vedere qualcosa di più, e che si tenesse sempre conto delle questioni di libertà personale». Anche l'ennesimo intervento pubblico in Alitalia viene messo nel conto del Covid. Eppure la compagnia era già tecnicamente fallita prima della pandemia. L'Italia ha bisogno di una compagnia di bandiera? E deve essere lo Stato a controllarla? «Mi consente una risposta breve? Ma per carità, per l'amor di Dio: no». APRIRE ANCHE I CINEMA «Non c'è ragione di proibire attività all'aperto e ai vaccinati. Se apro un cinema al 30% della capienza, con mascherine e aerazione, che rischio c'è?» MA QUALI NAVIGATOR «Il lavoro ai disoccupati devono trovarlo le agenzie private, non i navigator, che non lo trovano per sé...»

Foto: Alessandro De Nicola è un docente universitario