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27/06/2020

«Sulle semplificazioni serve coraggio, abbattere la cultura del sospetto»

Il Sole 24 Ore - Giorgio Santilli

l'intervista. Franco Bassanini. I l padre dei provvedimenti anni '90 e ora consulente Mef illustra le proposte Assonime: «Norme forti e magari sperimentali: basta gabbie per le energie migliori»
'' BLOCKCHAIN Al posto dei controlli ex ante puntiamo sui controlli ex post che sono anche più facili oggi con la blockchain '' Polemica da azzeccagar-bugli quella contro i poteri del ministro per spostare risorse da una posta all'altra
«La situazione è complessa e drammatica, ma disponiamo di risorse ingenti. Dobbiamo spenderle bene. Non possiamo sbagliare. È il momento di eliminare il macigno di procedure farraginose e di controlli autorizzativi preventivi che grava sul Paese produttivo. Servono decisioni coraggiose, prendendosi anche dei rischi». Franco Bassanini, padre riconosciuto delle semplificazioni italiane fin dal 1990 e ora consulente del ministero dell'Economia per lo sviluppo degli investimenti, ha coordinato per Assonime il rapporto che lancia venti proposte per il decreto semplificazioni.

Che tipo di coraggio bisogna avere nel varare il decreto semplificazioni?

Bisogna approvare norme forti; magari anche sperimentali, per diciotto mesi, poi si fa un bilancio e si confermano quelle che funzionano bene. E poi bisogna abbattere la cultura del sospetto. Non siamo un Paese di malfattori, tutti pronti a rubare, come pensano alcuni. Non possiamo più permetterci di ingabbiare le energie migliori, i laboriosi, gli innovativi, per paura di pochi disonesti. Dobbiamo passare dalla cultura del sospetto alla cultura della fiducia nelle imprese e nei cittadini. Se non li lasciamo correre, sarà sempre più difficile gestire il debito che abbiamo.

Avete scritto nel Rapporto «passare dai controlli preventivi ai controlli ex post».

È il momento giusto anche perché le tecnologie informative, le blockchain oggi, tracciando tutto, rendono più difficile sfuggire ai controlli ex post. Nessuno può più far sparire le carte. I controlli ex ante invece lasciano troppi spazi alla cultura giuridico-formale, alla cultura burocratica. Dobbiamo passare alla cultura del risultato. Nel rispetto delle regole, contano i risultati.

Ci fa un esempio?

Prendiamo la polemica di questi giorni sui poteri affidati al ministro dell'Economia di spostare, all'interno delle risorse del decreto Rilancio, i fondi da una posta all'altra. La ratio è che, se per una misura alla fine avanzano soldi e per un'altra ne occorrono di più, si possono spostare le risorse velocemente per realizzare gli obiettivi che la legge ha dato. Come in UK e negli USA, al Parlamento spetta fissare gli obiettivi, i diritti che fa nascere in capo al cittadino, le prestazioni cui il cittadino ha diritto. Il Governo deve avere poi strumenti flessibili per realizzare quanto la legge ha deciso. Impedire al Governo di spostare fondi inutilizzati per metterli dove servono per attuare quel che il Parlamento ha stabilito, è una pretesa da azzeccagarbugli. È il segno di quella cultura giuridico-formalistica di cui parlavo.

Ma la legge deve essere il più possibile autoapplicativa o deve prevedere decine di provvedimenti attuativi?

La legge deve essere il più possibile autoapplicativa. Ma perché si prevedono decine di provvedimenti attuativi? Perché si ha la convinzione errata che la norma debba disporre tutto. La norma si deve mangiare qualunque discrezionalità gestionale e amministrativa. Qui è l'equivoco di fondo.

Forse perché si teme che la pubblica amministrazione non sia in grado di gestire in modo efficiente.

La pubblica amministrazione dopo trenta anni di blocco del turn over presenta certo diverse carenze. Ci mancano competenze tecniche, informatiche, manageriali. La nuova stagione di reclutamento deve svecchiare l'amministrazione ma soprattutto coprire questi buchi. Non assumere bidelli o uscieri.

Se pensiamo di far ripartire gli investimenti dopo che abbiamo risolto le carenze tecniche della Pa stiamo freschi.

È vero, i tempi per un reclutamento ben mirato sono medio-lunghi. Per questo nel rapporto suggeriamo di agire, in questa fase di emergenza, con task force di professionalità anche esterne che temporaneamente affianchino le PA.

Poi c'è la paura della firma. Voi proponete di limitare la responsabilità erariale e cancellare il reato di abuso di ufficio.

Una definizione generica delle responsabilità di funzionari, amministratori e dirigenti rimette nelle mani delle Procure, quelle penali e quelle della Corte dei conti, la valutazione sulla correttezza dell'operato di queste figure. È un contesto che spinge verso il rifiuto o il rallentamento dell'azione amministrativa. È questo che deve finire, anzitutto delimitando le colpe in modo più puntuale. La responsabilità erariale pensiamo si debba limitare al dolo. È già previsto dal decreto Cura Italia per la Protezione civile e per il commissario Arcuri. Per l'abuso di ufficio il ragionamento è questo. Nel codice penale ci sono alcune decine di reati specifici del funzionario pubblico. Poi c'è l'abuso d'ufficio che è una figura generica. Eliminiamo la figura generica e, se è necessario, inseriamo altre figure di reato specifiche che vanno a colpire specifici atteggiamenti. Se un funzionario frammenta in più lotti un'opera per evitare di seguire una procedura che si deve applicare sopra una certa soglia, puniamo quel comportamento. Anche l'ex procuratore capo di Roma Pignatone è su questa linea.

Servono i commissari straordinari che agiscano in deroga alle norme ordinarie?

Nell'immediato non si può fare altrimenti se vogliamo ripartire veloci. Commissari che applicano le norme Ue per le grandi opere. Per le piccole, invece, dare ai comuni risorse effettivamente spendibili e poi termini inderogabili. Se non rispetti i termini, perdi i finanziamenti. Queste soluzioni, però, valgono per l'immediato. Bisogna semplificare le procedure ordinarie, sia quelle autorizzative sia quelle del codice appalti.

Sul codice appalti come proponete di intervenire?

Anzitutto eliminando il gold plating ove possibile. Per esempio ammettiamo la procedura negoziata fino a 5 milioni di euro. Se un concessionario ha vinto una gara non lo obblighiamo a fare altre gare per gli appalti a valle. Procediamo con la qualificazione delle stazioni appaltanti.

Resta il tema delle autorizzazioni. Lì vanno accorciati i tempi. Occorre ancora modificare la conferenza di servizi?

L'ultima strozzatura che è rimasta nella conferenza di servizi sono i poteri di opposizione di amministrazioni preposte a interessi sensibili tutelati dalla Costituzione, come le Sovrintendenze ai beni culturali. Possono bloccare le conclusioni della Conferenza, rimettendo la decisione al Consiglio dei Ministri. Proponiamo che si proceda se il Consiglio non dà loro ragione entro due mesi. Così si opporrebbero solo quando le loro ragioni sono ben fondate.

Il silenzio assenso è un istituto ancora attuale?

Tornerà a esserlo se riduciamo e rendiamo certi i tempi in cui l'amministrazione può decidere di annullare il silenzio assenso esercitando l' autotutela. Oggi i termini sono diciotto mesi; andrebbero ridotti a 4 o 6. Ma soprattutto ci sono troppi casi in cui non c'è alcun termine. Questo produce una situazione di incertezza che porta le imprese, soprattutto per interventi di una certa dimensione, a rinunciare alla procedura semplificata. Se riducessimo questi casi al solo caso in cui è stato autodichiarato il falso, ripristineremmo maggiore certezza.

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