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28/04/2021

«Sulle riforme è urgente coinvolgere le imprese»

Corriere della Sera - Federico Fubini

INTERVISTA Carlo Bonomi (Confindustria)
L'appello di Carlo
Bonomi, presidente di Confindustria: «Coinvolgere
le imprese sulle riforme»

a pagina 5

Che impressione generale ha del piano di Recovery?


«In Italia siamo tutti molto presi a valutare le singole misure: quanti miliardi qui, quanti lì. Invece quel che mi aspetto io dal Recovery è che diventi uno strumento di riforma trasformativa del Paese. Dell'economia e dello Stato. Pochi lo guardano in questa ottica, ma nell'introduzione al documento del presidente del Consiglio una visione c'è», risponde il presidente di Confindustria Carlo Bonomi.


Mario Draghi scrive anche che in Italia siamo i soli a non crescere da vent'anni.


«Infatti. La sfida ora è trasformare l'Italia in un Paese moderno, efficiente, aperto, inclusivo. Quindi la mia domanda è: quali riforme faremo per scaricare a terra quei duecento miliardi?»


Vuole dire che le riforme nel Recovery contano più dei trasferimenti?


«Per me sì. Due aree, quelle sulla pubblica amministrazione e sulla giustizia civile, sono abbastanza declinate. Le altre non ancora. Le riforme già ben definite sono 5 su 47. Ma lì noi ci giochiamo tutto ed è la vera sfida con l'Europa, che ci sta dicendo: voi italiani potete mettere tutti i miliardi che volete sulle infrastrutture, ma perché stavolta dovreste riuscire a eseguirle se per fare opere sopra i 100 milioni di euro ci mettete in media 15,7 anni? Cosa ci fa pensare che entro il 2026 realizziamo, paghiamo e rendicontiamo opere per 200 miliardi?»


Dunque da dove partire?


«Dalle semplificazioni, con il decreto di maggio».


Più di 200 interventi subito e un tavolo tecnico, nel quale però non sono coinvolte le imprese.


«È il nodo del documento sul Recovery. Per 25 anni ci è stato detto che non c'erano risorse per sostenere i costi sociali delle riforme. Ora le abbiamo. Quel che manca nel testo, se si vuole, è la partnership pubblico-privato. Credo sia nell'interesse del presidente Draghi aprire su questo un'interlocuzione con il settore privato: lo svincola da chi vuole solo lo status quo».


Che intende dire?


«Come si faranno le riforme? Come verranno coinvolti i privati nella realizzazione per esempio del cloud o della transizione energetica? Come si scriveranno i bandi per le imprese? Il punto del piano è mettere risorse pubbliche, perché facciano da leva a investimenti privati. Dunque dobbiamo capire come il governo intende eseguire le riforme. Perché se poi le imprese non capiscono e non condividono, gli investimenti privati non arrivano. L'Italia non diventa attrattiva. Il Pil cresce meno, meno occupati e quindi il debito è meno sostenibile».


Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando (Pd), sposa l'impianto del suo predecessore Nunzia Catalfo (M5S): punta sui centri per l'impiego e la cassa integrazione.


«Non ci siamo. Usciremo da questa crisi in un mondo completamente cambiato, ma molti pensano che dopo si riparta da dove si era. Si cerca di difendere il lavoro dov'era e com'era, ma non è più. Vere politiche attive del lavoro questo Paese non ne ha mai fatte, salvo quelle legate al reddito di cittadinanza che non hanno funzionato. E come si pensa di risolvere? Assumendo nella pubblica amministrazione. Se l'obiettivo è aiutare cittadini e imprese di fronte alla burocrazia, siamo fuori strada. Possiamo mettere i miliardi che vogliamo in quest'area del Recovery, ma il mondo del lavoro resta ingessato. Chi media fra domanda e offerta, i centri pubblici per l'impiego? L'Anpal di Mimmo Parisi? E chi fa formazione? Non ne usciremo finché non si accetta che anche l'intervento del privato può servire, non sostituendo ma affiancando il pubblico. Sarà poi il lavoratore a scegliere a chi rivolgersi, una volta messe a disposizione risorse pubbliche per formarlo e ricollocarlo».


Le misure indicate dal governo sulla concorrenza la convincono?


«Il governo Draghi ha raccolto le indicazioni dell'Antitrust, una novità che prima non c'era. In Italia l'industria privata ha una buona produttività, ma il mondo dei servizi erogati a concessione e a tariffa amministrata no, e nemmeno la pubblica amministrazione. Infatti questa componente dei servizi è completamente a terra e secondo me ciò è dovuto in parte al fatto che non si è mai sviluppata concorrenza reale in quel mondo. Bisogna intervenire».


Anche sospendendo il codice degli appalti?


«Questo tema è ben chiaro a Draghi. Tutto quel che ritarda le infrastrutture materiali e immateriali va sbloccato. Altrimenti possiamo scrivere il piano più bello del mondo, ma non lo realizzeremo mai. Anche il modello di governance del piano sarà da replicare su tutta la pubblica amministrazione. Per questo noi non vogliamo sfidare il governo su un miliardo in più o in meno: vogliamo che abbia successo nello choc trasformativo. Se non realizziamo un paese moderno questa volta, rischiamo di non farcela mai. Qui è il bivio. Il governo lo ha chiaro e noi siamo al loro fianco. Però adesso apriamo il dialogo e costruiamo insieme, non in un'ottica solo pubblica».


Eppure in Italia non si discute molto delle riforme del Recovery. Paura che i gruppi d'interesse si arrocchino?


«Di certo il precedente governo era in ritardo e Draghi è arrivato in corsa. Ma ora le forze che vogliono trasformare l'Italia devono mettersi insieme e aprire un dibattito trasparente. Perché il Paese non è retrogrado. Sì, c'è chi difende rendite di posizione. Ma nel complesso gli italiani vogliono una trasformazione e ora è il momento di darla. Questo Paese ha una forza enorme, superiore a quella che ci raccontiamo: nel primo lockdown abbiamo dimostrato di saperci sacrificare tutti per un bene comune. Se noi abbiamo la capacità di un dialogo aperto, trasparente, spiegando alle persone perché si fanno certe cose, possiamo trasformare il Paese senza fratture sociali, perché abbiamo le risorse europee per farlo. Credo che il paese ci seguirà. Del resto non vedo alternative, dato anche il livello del debito. Ho trovato fantastico l'appello finale del presidente Draghi contro corruzione, stupidità e interessi costituiti».


Eppure dal documento in parlamento è sparito l'intenzione di terminare quota 100 quest'anno...


«Il Paese ha memoria corta. Ci avevano detto che, con le pensioni a quota 100, per uno che andava a casa ne entravano tre. Ne sono entrati lo 0,33%. Uno zero di troppo».


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Foto:

Carlo Bonomi, presidente Confindustria