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03/07/2020

Sugli appalti l’ultima lite tra Pd e Movimento Slittano le Semplificazioni

La Repubblica - Giovanna Vitale

Il decreto
Dopo la fumata grigia oggi nuova riunione I 5S: non capite la crisi Il Pd: rischio mafia
ROMA Procede a rilento il veicolo legislativo costruito da Giuseppe Conte «per far correre l'Italia», frenato dalle liti e dai veti incrociati dei partiti giallorossi. Ribattezzato nell'aula della Camera come «la madre di tutte le riforme, indispensabile per modernizzare il Paese», il decreto Semplificazioni è l'ultimo scoglio su cui la maggioranza rischia di incagliarsi. Riunita di nuovo ieri per cinque ore, a caccia di una quadra che sembra ancora lontana. Tant'è che il vertice con i capi delegazione, allargato a vari esponenti del quadrumvirato governativo, è stato aggiornato a stamattina. Come pure l'incontro ristretto convocato nel pomeriggio dalla ministra dei Trasporti Paola De Micheli per tentare una mediazione sui nodi più controversi: gli appalti senza gara e il commissariamento delle infrastrutture strategiche. Una doppia fumata nera che ha fatto slittare il consiglio dei ministri, inizialmente ipotizzato dal premier per oggi: la sua intenzione è stringere i tempi e convocarlo comunque domani, ma c'è chi dice che prima di domenica sarà impossibile.
Troppe sono ancora le distanze fra gli alleati. In un rimescolamento dei fronti che per la prima volta vede il M5S schierato sulle posizioni ultraliberiste di Italia Viva, contro l'asse Pd-Leu. Con Conte attestato sulla trincea grillo-renziana, a difesa di un testo «fondamentale per velocizzare il Paese», adesso «è l'ora della concretezza, il momento di correre», scriverà a sera su Fb. Una dinamica che ha molto indispettito i dem, innescando - nel corso del summit di maggioranza - un feroce battibecco con i 5S. È il viceministro alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri a dar fuoco alle polveri: «Sulla sospensione del codice degli appalti, le procedure negoziali senza bando e i commissari straordinari per le grandi opere state facendo un sacco di complicazioni, forse non vi rendete conto della grave crisi in cui versa l'Italia», l'attacco a testa bassa. «Questi sono slogan da campagna elettorale», la risposta seccata del vicesegretario Andrea Orlando. «Ma non è che le questioni poste da noi sono campagna elettorale e le vostre oro colato», lo ha subito rintuzzato Alfonso Bonafede. Apriti cielo: «Allora se il dibattito è questo, se voi sostenete che noi vogliamo frenare il Paese», la controreplica di Orlando, «noi potremmo dire che non avete a cuore il tema della legalità, visto che le gare sui lavori pubblici sono terreno fertile per le mafie». Prova di un clima tutt'altro che sereno.
Una frattura che si tenterà oggi di ricomporre. Con un compromesso.
Intanto si cercherà di inserire nel decreto, come chiede Iv, un elenco di infrastrutture strategiche da affidare ad altrettanti commissari straordinari, ma con poteri più limitati rispetto al "modello Genova" preteso dal tandem grillo-renziano. Così da venire incontro alle perplessità del Pd. Mentre sulle gare sopra i 150mila euro non ci sarà più la trattativa privata, come previsto ora, bensì una selezione delle imprese a inviti, il cui numero verrà determinato in base al valore dell'opera da realizzare. Ma non è ancora detto che si riuscirà a chiudere. «L'articolato è lungo e complesso, meglio non correre», avverte la senatrice di Leu Loredana De Petris. «Per quanto ci riguarda restano molte questioni aperte.
Sull'estensione di fatto della trattativa privata fino a 5,2 milioni, sulle procedure semplificate sopra soglia e le certificazioni antimafia bisogna essere molto attenti perché l'esperienza ci dice che gli appalti sono luoghi di infiltrazioni». Italia Viva è però irremovibile. Decisa a dare battaglia. Anche perché «oltre allo sbloccacantieri», spiega Davide Faraone, «c'è pure un altro nodo da sciogliere: l'abuso d'ufficio». Che verrebbe depotenziato. «Una norma ad Appendinum», dicono i renziani: se passasse la sindaca di Torino la passerebbe liscia. «Va tolta dal decreto», la richiesta. Ma i 5S insistono. E il Pd vorrebbe riscriverla secondo il modello indicato dall'ex capo dei pm romani Giuseppe Pignatone.
Chi la spunterà non è ancora chiaro. Ma mentre riesplode il caso Tav dopo l'altolà lanciato dal neosindaco di Lione (con i 5S pronti a cavalcarlo) Conte intende procedere spedito. E già pensa all'escamotage per portare a casa il "suo" Semplificazioni: approvarlo subito "salvo intese".
Per litigare ci sarà tempo.

Foto: Il ministro Alfonso Bonafede, 43 anni, è ministro della Giustizia e capo della delegazione del Movimento 5 Stelle nel governo Conte