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22/12/2020

“Un patto con i giapponesi di Jfe per la chimica verde è la svolta”

La Stampa - LUCA FORNOVO

FABRIZIO DI AMATO Il presidente di Maire Tecnimont: "Appalti, il governo riveda il codice" L'INTERVISTA
«Abbiamo siglato un accordo importante con una società giapponese per produrre idrogeno dai rifiuti, una svolta nella chimica verde». Fabrizio Di Amato è a capo di Maire Tecnimont, una multinazionale dell'ingegneria che ha un portafoglio ordini di 6 miliardi di euro e opera in 45 Paesi. Ma il nostro Paese resta in cima ai suoi pensieri. «Sono un italiano convinto: abbiamo progetti allo studio per usare la nuova tecnologia waste to chemicals in vari impianti nel nostro Paese». Ma il fondatore, presidente e maggiore azionista del gruppo avverte: «Le regole sugli appalti devono essere riviste, soprattutto se il governo vuole fare le grandi opere». Partiamo dall'accordo: perché avete scelto una società giapponese e come si chiama? «La Jfe Engineering Corporation è il braccio operativo di Jfe, una holding che ha sede a Tokyo. L'obiettivo dell'alleanza è produrre carburanti avanzati e soprattutto quello che chiamo idrogeno circolare, a basse emissioni di CO2. Jfe ha sviluppato questa tecnologia all'avanguardia per trasformare rifiuti in gas di sintesi e Maire, che con la sua controllata NextChem è attiva nella chimica verde, ha un'esperienza straordinaria nel creare impianti con la sua squadra di oltre 9mila ingegneri. Un'esperienza che affonda le radici nella storia della Montedison e del Premio Nobel, Giulio Natta». Dove realizzerete gli impianti in Italia? «Ovunque vi siano siti industriali da riconvertire. Abbiamo svolto uno studio di fattibilità A Venezia, a Porto Marghera per un impianto di produzione di idrogeno dai rifiuti. A Livorno è in corso un progetto per la produzione di metanolo, che verrà impiegato come additivo per i carburanti. Infine a Taranto è in avvio uno studio per la produzione di idrogeno che andrebbe ad alimentare la locale raffineria vicino all'Ilva. Un'altra parte di questo prodotto potrebbe essere usato per dare vita all'acciaio verde, senza ricorrere cioè all'energia fossile, nell'ambito del progetto di decarbonizzazione dell'acciaieria». In futuro farete uno spin-off di Nextchem? «È ancora prematuro parlarne, per ora la nostra missione è creare valore per Maire Tecnimont attraverso Nextchem. Per i prossimi anni ci sarà una forte crescita di progetti e appalti nella chimica verde. A spingere la domanda è anche l'Europa che ha chiesto agli Stati membri una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% entro il 2030, fino a raggiungere zero emissioni nell'economia continentale entro il 2050». Anche Maire ha subìto gli effetti della pandemia: nei nove mesi i ricavi sono scesi a 1, 8 miliardi (-22, 7%) rispetto al 2019 e da inizio anno il titolo ha perso il 29% in Borsa. «Il virus ha colpito tutte le aziende, ma rispetto ai nostri concorrenti siamo andati molto meglio. In Borsa c'è un problema di percezione, ma nell'ultimo mese abbiamo spiegato alla comunità finanziaria che il nostro portafoglio ordinidi 6 miliardi dipende solo per il 20% dal petrolio, il resto sono commesse per impianti di trasformazione del gas, e progressivamente nella transizione energetica». Parliamo di infrastrutture. In Italia con l'arrivo dei fondi europei del Next Generation Ue (Ngeu) si sta discutendo su come e quali opere avviare. «Le infrastrutture sono una grande opportunità per rilanciare l'economia. E la tecnologia può dare un aiuto enorme. Le faccio un esempio: per realizzare l'Autostrada del Sole ci vollero otto anni, oggi con i mezzi a disposizione basterebbe un anno e mezzo. Il nuovo Ponte di Genova è un buon esempio di come si possono accorciare i tempi. Ma il governo deve ridurre la burocrazia». Cioè, rivedere il codice degli appalti? «Le grandi opere devono avere una corsia più snella di quelle tradizionali. Serve un sistema di pre-qualifica per selezionare le imprese con le caratteristiche tecniche più adatte per dimensioni ed esperienza sul campo. Poi occorre che l'appalto sia convertibile, cioè che consenta di avviare i lavori ma senza stabilire un prezzo definitivo. È impossibile fissarlo prima, perché quando si realizza una grande opera spesso i costi sono imprevedibili. Se invece si potesse convertire il contratto in definitivo in un secondo tempo si eviterebbero lunghi contenziosi legali. E in caso di disaccordo sul prezzo si potrebbe fare una nuova gara con altre aziende». Ci sono Paesi all'estero dove vengono adottati questi criteri? «Certo: in moltissimi Paesi, ad esempio negli Stati Uniti, in Russia e in Medio Oriente. Ha parlato al governo di questa idea? «Sì ho mandato una proposta ali ministeri competenti, bisogna snellire le procedure soprattutto per le infrastrutture di chimica verde. Sono in corso valutazioni». Cosa ne pensa dei fondi europei previsti dal Next Generation Eu (Ngeu)? «Stiamo facendo un debito che lasceremo alle future generazioni. Spero che questi soldi, circa 209 miliardi per l'Italia, vengano spesi bene, per progetti di lungo respiro cosicché ne possano beneficiare i nostri figli e nipoti». La task force per attuare questi progetti è una buona idea? «È una richiesta dell'Europa, trovo inutili le polemiche. La politica ha il dovere di scegliere quali somme stanziare e quali progetti considerare prioritari. Ma i soggetti che attueranno nel concreto questi programmi dovrebbero essere consorzi di aziende pubbliche e private che conoscono bene la materia». - FABRIZIO DI AMATO PRESIDENTE DI MAIRE TECNIMONT Il Recovery? Le infrastrutture sono una grande opportunità. E la tecnologia può dare un aiuto enorme Le grandi opere devono avere una corsia più snella di quelle tradizionali: l'esecutivo cambi

Foto: STEFANO SCARPIELLO IMAGOECONOMIC


Foto: Maire Tecnimont, multinazionale dell'ingegneria, ha un portafoglio ordini di 6 miliardi di euro