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22/12/2020

SI SCRIVE RECOVERY, SI LEGGE APPALTI FACILI

L'Espresso - GIUSEPPE ODDO

L'analisi
I n Italia non c'è niente di più definitivo del provvisorio. La controprova è nelle modifiche temporanee al codice degli appalti approvate nel 2018 dal governo Lega-M5s. Introdotte con il decreto "Sblocca cantieri" all'apparente scopo di velocizzare lavori, servizi e forniture al settore pubblico, le deroghe sarebbero dovute cessare il 31 dicembre 2020. Ma in ambienti politico-sindacali c'è il timore che possano essere prorogate per uno o addirittura per tre anni. «Aspettiamo di conoscere la riflessione del governo, per ora non abbiamo notizie», sostiene il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, già ministro delle Infrastrutture, che della legge di riforma dei contratti pubblici, la n. 50 del 2016, è considerato il padre. Sta di fatto che l'attuale governo (M5s-Pd-Italia Viva-Leu) non solo non ha invertito la rotta ma ha continuato a deregolamentare sia pure con mano meno pesante. Eloquente l'asse formatosi tra Cinque stelle e Italia Viva sull'istituto del commissariamento: il modello per la ricostruzione del ponte "Morandi" a Genova che si vorrebbe estendere per legge alle opere pubbliche e ai servizi di un certo rilievo. C'è poi un altro aspetto da considerare. I 209 miliardi del fondo Next generation Eu che arriveranno a sostegno del piano nazionale di ripresa e resilienza provocano un certo appetito, e c'è un partito trasversale, composto anche da Lega e Forza Italia, che si batte per ridurre al minimo le norme sugli appalti che quella massa di denaro metterà in moto. Il messaggio che sta passando anche grazie alla pandemia è che gli strumenti capaci di dare risposte immediate al paese siano quelli per gestire le emergenze. È un clima che crea terreno fertile a quanti vorrebbero gestire lavori e acquisti pubblici con procedure d'urgenza, senza il fastidio di una concorrenza. Ad allargare le maglie della legge 50 è stato come dicevamo lo "Sblocca cantieri", che ha interrotto il processo di accentramento delle stazioni appaltanti: dalle 45mila iniziali si è scesi a 28mila, ma l'obiettivo di ridurle a 1.500 per non disperdere risorse in mille rivoli appare lontano. Anche Regioni e Comuni sono contrari ad abbattere il numero degli enti appaltanti, ognuno dei quali per un amministratore locale rappresenta un piccolo feudo che può fruttare voti, amicizie e denaro. I detrattori imputano al codice un calo delle commesse. In realtà, dopo l'iniziale flessione per i tempi di adeguamento dell'apparato statale, i lavori pubblici hanno registrato una ripresa, osserva Delrio. E la spesa per servizi e forniture ha compiuto un balzo in avanti. Lo stesso decreto ha fatto cadere l'obbligo di dichiarare durante la gara i nomi delle ditte subappaltatrici e consente di subappaltare un lavoro o un servizio al 40 per cento del suo valore. Su quest'ultimo punto - riferisce il segretario confederale della Cgil, Giuseppe Massafra - si è svolto al ministero delle Infrastrutture un incontro perlustrativo con le associazioni datoriali e con i sindacati. Al centro della discussione, la direttiva Ue che permette di subappaltare fino al 100 per cento del valore di un contratto e le possibili soluzioni affinché con il limite del 40 per cento l'Italia non vada incontro a una procedura d'infrazione. Forse andrà riadeguato l'impianto normativo per far sì che il ricorso al subappalto, dove possono insinuarsi le mafie, sia concesso ma disincentivato. Lo "Sblocca cantieri" ha inoltre congelato fino al 31 dicembre 2020 l'albo dei commissari di gara che era stato istituito dall'Autorità nazionale anticorruzione. Da tale albo le stazioni appaltanti avrebbero dovuto pescare i commissari per pubblico sorteggio. Dal 2018, invece, è di nuovo l'ente appaltante a scegliersi i giudici di gara, spesso conniventi con la politica e inesperti delle materie su cui sono chiamati a decidere. E nessuno sa se il governo intende ripristinarlo, restituendo all'Anac i suoi poteri. L'opinione di Francesco Galazzo, direttore tecnico di Elisicilia, specializzata nei servizi antincendio, è che dopo il sorteggio i commissari per essere neutrali dovrebbero operare al buio, senza sapere dove si svolge la gara e senza conoscere il nome delle imprese partecipanti, concentrandosi esclusivamente sull'esame delle offerte. Poi nel luglio 2020 è stato il turno dell'attuale governo con il decreto "Semplificazioni", che ha reintrodotto l'affidamento diretto, un appalto che può essere indetto senza gara e senza che la stazione appaltante debba dare conto di questa scelta. Per di più le soglie limite di affidamento sono state elevate a 150mila euro per i lavori e a 75mila euro per i servizi: importi consistenti per un paese composto a maggioranza da piccole e piccolissime imprese. Il decreto, gradito anche da Confindustria, è nato all'interno della presidenza del Consiglio tagliando fuori gli apparati dei ministeri. E coloro che hanno forzato di più la mano sono stati i Cinque stelle, di cui si osserva la disinvoltura su materie così delicate. Un parlamentare ricorda come i grillini che nel 2015 saltarono sui banchi di Montecitorio allorché il governo Renzi aveva nominato un commissario straordinario per l'alta velocità ferroviaria Napoli-Bari siano gli stessi che oggi vedono nel commissariamento uno strumento efficace per realizzare lavori e servizi in modo rapido ed efficiente. Differente la posizione del Pd. Chiara Braga, che per i democratici siede nella commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera ed è responsabile Ambiente del partito, sostiene che strumenti del genere debbano avere un utilizzo molto limitato nel tempo, perché rappresentano un limite alla concorrenza e alla trasparenza e perché comportano rischi di degenerazione. Basta scorrere le cronache dei giornali. La turbativa d'asta è ormai uno dei reati più diffusi, dalla Sicilia alla Lombardia: dalle Asp di Palermo e Trapani, i cui ex direttori generali, nell'ordine Antonino Candela e Fabio Damiani, sono stati sottoposti a misure cautelari, all'Azienda socio-sanitaria territoriale della Valle Olona, del cui direttore amministrativo, Marco Passaretta, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per presunte irregolarità nell'aggiudicazione del servizio bar dell'ospedale di Busto Arsizio. Delegificare in questa materia, in un paese che spende 55 milioni per un chilometro di ferrovia contro i 12 milioni della Francia, rischia di far peggiorare la qualità dei lavori e dei servizi e di dilapidare risorse preziose proprio mentre il nostro debito pubblico in rapporto al Pil è prossimo al 160 per cento. Foto: S. Montesi - Corbis/ Getty Images

Foto: Un cantiere edile. Con gli aiuti dall'Ue prevista una spesa per infrastrutture pari a 25 miliardi di euro