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23/12/2020

SEGUE DALLA PRIMA

La Nuova Sardegna - di LUCA DEIDDA

L'OCCASIONE PER CAMBIARE IL PAESE
di LUCA DEIDDASpecie per un Paese che è decenni che spende in deficit senza riuscire a ritrovare la strada dello sviluppo. E poi, come in tutte le lotterie, il banco paga ma non perde. Generazione 2010. Sono i ragazzi che avranno 18 anni quando inizieremo a restituire i denari che potrem(m)o, il condizionale è d'obbligo, prendere a prestito col recovery fund, nel 2028. Sono ragazzi che oggi hanno 10 anni e non votano. Ne avranno 48 quando finiremo di restituirli, perché la durata del prestito è di 30 anni. Trent'anni per restituire fino a 124 miliardi di prestiti, l'ammontare massimo per cui potremmo indebitarci sul recovery fund. Per avere un senso dell'entità dell'opportunità di indebitamento ulteriore, prendere a prestito oggi 124 miliardi in più vorrebbe dire far crescere il nostro stock di debito di un ulteriore 4,8%; non poco. Da restituire con gli interessi, chiaro. Non è un pasto gratis. Neanche nel caso dei contributi a fondo perduto, che per una parte cospicua sono figli di nostre contribuzioni passate al bilancio UE. Il peso del debito pubblico sul nostro Pil è cresciuto enormemente nel 2020; per effetto della recessione e dell'aumento del debito dovuto al finanziamento di maggiore spesa pubblica in deficit per far fronte all'emergenza. La sostenibilità di questo debito sarà il tema dei prossimi anni; e dipenderà dalla capacità di spendere bene i denari di cui beneficeremo. E dalla sostenibilità del debito dipenderà il futuro della generazione 2010, i ragazzi che da maggiorenni si ritroveranno a dover subito restituire un ulteriore debito contratto dai loro genitori in nome della necessità di rifondare la società per renderla più resiliente al rischio pandemico, più equa, più inclusiva e più sostenibile. Cosa vuol dire spendere bene? Vuol dire investire in progetti che abbiano un rendimento sociale maggiore del costo del denaro, cioè del tasso di interesse, come ha ricordato Draghi in un pezzo di qualche giorno fa sul Corriere. Ciò presuppone individuare correttamente le aree più "redditizie" in cui investire, costruire le misure di intervento in maniera che funzionino ed essere capaci di spendere tempestivamente. I dubbi sulla capacità che le nostre istituzioni riusciranno a compiere con l'obiettivo, ci sono e sono ben fondati. Per diverse ragioni. Innanzitutto, stiamo parlando di una cifra considerevole se si pensa che la si dovrà spendere in pochi anni; e finora, proprio in materia di fondi europei, noi italiani siamo stati particolarmente lenti a spendere. Su 72 miliardi di fondi strutturali nell'ultimo programma quadro UE, 2014-20, a novembre 2020 ne abbiamo spesi (e ci sono stati pagati da UE) circa 22; in 7 anni. Pensare di impegnarne 209 in 3 anni si può per carità, ma qualche perplessità sul fatto che ci si riesca, ci sta. Se non dovessimo cambiare passo, sarebbe impossibile. E addirittura, peggio, ci potremmo ritrovare impantanati con gli stati di avanzamento e magari soggetti a sanzioni o costretti a restituire le risorse. Il nostro impianto di pubblica amministrazione, la legislazione in maniera di appalti, il sistema di incentivi a che il management pubblico abbia un atteggiamento proattivo, sono limiti strutturali contro cui rischiamo di andare a sbattere. Preoccupante è il fatto che il tema non sia all'ordine del giorno, visto il piano di investimenti che ci apprestiamo a varare. Secondo, i buoni progetti in cui spendere, sono spesso progetti che danno frutto dopo molti anni. Si pensi agli investimenti in formazione, in ricerca, o a quelli sulla decarbonizzazione ecc. E con le prossime politiche sempre dietro l'angolo, il breve periodo è l'orizzonte che più interessa al politico, che mira alla (ri)elezione. I ragazzi del 2010 non votano. I loro genitori sì, speriamo che questo basti a rendere l'approccio delle istituzioni che governeranno i piani recovery fund italiani più lungimirante ed efficace di quanto non sia stato finora. Per iniziare occorrerebbe una bella riforma del sistema degli appalti e dei contratti a dirigenti e alti funzionari pubblici.