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18/12/2020

NORMATIVA BUROCRAZIA e COMPETITIVITà

Messaggero Veneto

Durante questi mesi di emergenza sanitaria si è accentuato un fenomeno che sta lentamente ed inesorabilmente soffocando la vita quotidiana di tutti noi.Da operatore economico vicino al mondo delle imprese e dei cittadini, ho avuto un rapporto "privilegiato" con la copiosa produzione normativa (spesso di carattere tributario/economico/finanziario) che ha scandito i tempi della Pandemia, al pari dei bollettini sanitari.Siamo stati coinvolti, come categoria professionale, in modo diretto e immediato nel dare supporto ai nostri clienti, per leggere, interpretare ed applicare le norme che si sono susseguite durante questo periodo pandemico, volte a regolamentare, dal punto di vista dei cittadini, la vita quotidiana, e dal punto di vista delle imprese la regolamentazione di aiuti, sussidi, incentivi e imposizioni di carattere organizzativo. Sono ormai anni che ci lamentiamo di come la produzione normativa in campo tributario (per la verità in qualsiasi ambito) sia diventata schizofrenica e a suo modo talmente ingarbugliata da essere quando va bene difficilmente applicabile, quando va benino applicabile con un alea di rischio e di indecisione profonda, quando va male inapplicabile o applicabile a costi elevati e non consoni rispetto al fine per cui la norma stessa è stata pensata e scritta.Sentiamo spesso parlare, da comuni cittadini, di riforma fiscale, dell'esigenza di riformare il sistema della giustizia, di cambiare il codice degli appalti, di mettere mano alla organizzazione e alla struttura della pubblica amministrazione in senso lato. L'incertezza derivante da questa iper produzione normativa (160.000 norme, di cui 71.000 promulgate a livello centrale e le rimanenti a livello regionale e locale a differenza di Francia - 7.000, Germania - 5.500 e Regno Unito - 3.000) in ambito fiscale determina inevitabilmente una differenza di competitività rispetto alle imprese della Comunità Europea che è difficile da sostenere e che si sostanzia nella pratica in quella che chiamiamo genericamente "burocrazia" operativa che impedisce o rallenta l'operatività quotidiana. La stima fatta da importanti istituti di ricerca a livello nazionale porta a dire che il costo a carico delle nostre imprese ammonta ad EUR 57 miliardi ogni anno. Un costo davvero incredibile che si somma all'incertezza derivante da muoversi in un contesto normativo in continua evoluzione frutto di interpretazioni continue (circolari e decreti attuativi) rese necessarie proprio dalla frammentazione legislativa primaria.Gli esempi più eclatanti sono legati al recente differimento dei termini per il pagamento delle imposte e per la spedizione della dichiarazione dei redditi: in tal caso siamo arrivati all'assurdo (per la verità non nuovo) di avere una fonte normativa nuova nel nostro ordinamento il "Comunicato Legge", con il quale i termini sono stati differiti in attesa della vera e propria copertura legislativa. Ritengo che questa situazione, che sta assumendo i caratteri dell'assurdo, sia non ulteriormente sostenibile: tale iper produzione normativa ha due effetti negativi che si sovrappongono e che alimentano la crisi di competitività del nostro paese: da un lato aumenta a dismisura la burocrazia e fa si che gli "apparati" continuino a produrre norme e circolari per spiegare ciò che non è stato chiarito in sede di produzione normativa primaria. Questo sistema è incredibilmente autoalimentante e necessità inevitabilmente di un taglio radicale dall'alto. Dall'altro non permette la realizzazione degli obiettivi di investimento e di crescita in quanto le risorse (non solo economiche) vengono utilizzate per "smaltire" procedure e burocrazia.Con troppe leggi, decreti e regolamenti i primi penalizzati sono i funzionari pubblici che, nell'incertezza, si "difendono" spostando nel tempo le decisioni o rimandando decisioni per evitare di incorrere in errate interpretazioni Un Legislatore dovrebbe, a mio avviso avere quattro qualità: autorevolezza (si badi bene non autorità), visione, competenza e razionalità. Se così fosse eviteremmo una proliferazione normativa che non viene ascoltata e osservata, che è figlia della necessità di coprire emergenze (non da pandemia ma da mancata programmazione), che molto spesso non ha conoscenza della realtà in cui le norme devono essere applicate e soprattutto manca di buon senso, sia nella forma che nella misura.Il problema su cui riflettere è "circolare", una sorta di cane che si mangia la coda: imprese e cittadini disattendono o non riescono ad applicare le norme perché queste sono troppo complicate e farraginose oppure il legislatore è costretto a produrre norme, decreti e circolari interpretative perché deve difendersi da cittadini e imprese indisciplinati e sempre alla ricerca di una via di uscita fuori dalle righe?In sostanza siamo furbi e poco propensi all'obbedienza oppure non ci riconosciamo più in chi ci rappresenta e cerchiamo di auto difenderci in una giungla in cui essere cittadino e fare impresa è diventato complicato? Concludo dicendo che dobbiamo avere fiducia nello Stato ma che ci vuole un netto cambio di passo, la vera riforma che serve a questo Paese è culturale e politica. Serve ritrovare i fondamenti della democrazia che si basano sul rispetto reciproco fra governanti e cittadini, in modo che tale rapporto venga percepito per come deve essere realmente e non per come oggi ai più appare e cioè un rapporto fra una classe dirigente avulsa dalla realtà e sudditi che cercano di sopravvivere. --Presidente Ordine Dottori Commercialistied Esperti Contabili di Udine