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05/01/2021

La politica senza una visione per la cultura

La Repubblica - Simone Siliani

L'intervento
Se volete un esempio di come non fare politiche per la cultura, leggete il prossimo bando della Regione Toscana a sostegno delle attività imprenditoriali circa lo spettacolo dal vivo e le scuole di danza a seguito del Covid-19.
Pochi spiccioli: 800.000 €.
● a pagina 13 Se volete un esempio di come non fare politiche per la cultura, leggete il prossimo bando della Regione Toscana a sostegno delle attività imprenditoriali circa lo spettacolo dal vivo e le scuole di danza a seguito del Covid-19.
Pochi spiccioli: 800.000 € per un settore molto ampio (codici Ateco da imprese di PR agli agenti, dalle biglietterie al noleggio attrezzature). La sola musica dal vivo in Toscana ha una spesa al botteghino annua di 39 milioni di euro per 700 spettacoli, la terza regione in Italia. Poi il bando mescola pere e mele: spettacolo dal vivo e corsi di danza (e perché non le scuole di musica o i corsi di teatro o di scrittura creativa?).
Il ristoro massimo è 10.000 €, cioè niente per le aziende grandi. Il bando funziona secondo la regola aurea "chi prima arriva, meglio alloggia".
Cioè non una valutazione di merito, né del danno rispetto al fatturato storico: no, le risorse vengono assegnate in base all'ordine cronologico delle istanze presentate e fino a disponibilità dei fondi, ma niente è detto circa i criteri della ripartizione del contributo.
Il bando è indice di una totale mancanza di visione e di conoscenza del settore dello spettacolo dal vivo, ma più in generale di cosa significhi fare "politiche per la cultura". Si sottovaluta che questo settore è, come altri, composto da una filiera articolata, con proprie caratteristiche (almeno altrettanto complesse di quelle della ristorazione che così tanta attenzione ha meritato da parte dei responsabili politici); non si comprende che esso ha una propria autonomia e specificità. Si tende a pensare che la cultura abbia una funzione ancillare: serve, cioè, agli altri settori economici (turismo, ristorazione, accoglienza), senza logiche, anche economiche, proprie.
Per questo si ritiene talvolta che non sia degna neppure di avere un assessore: bastano tre inaugurazioni, discorsi generici sul petrolio, nomine di esperti qua e là e il gioco è fatto. E invece la cultura richiede politiche strutturali perché come la manifattura o l'agricoltura ha bisogno per produrre di infrastrutture moderne (teatri, musei, biblioteche, ecc.), di ricerca e innovazione, di filiere di imprese, di formazione e aggiornamento professionali.
Perché è così difficile da capire? Credo perché vi è un discorso pubblico superficiale sulla cultura, fatto di luoghi comuni (bellezza, petrolio, ecc.) e di delega agli esperti; con il risultato che i politici, non sapendo di cosa parlano, non sanno dare alcun indirizzo strategico e che i tecnici, lusingati dal ruolo di supplenza della politica, non hanno gli strumenti per svolgerlo. Gli uni e gli altri rimediano figure poco edificanti per sé (in campagna elettorale Giani prometteva un bilancio per la cultura da 40 milioni, infine sarà di 6) e un disastro per la cultura.
L'autore è tra i fondatori di Sinistra Civica Ecologista