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05/01/2021

«Il governo Conte va cambiato Ci sta portando al disastro»

Libero - GIANLUCA VENEZIANI

Mariotto Segni: «Col Pd si va alla retrocessione»
■ È stato l'uomo simbolo del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, grazie al referendum sulla legge elettorale che favorì la nascita del bipolarismo. Mariotto Segni, politico e giurista, ha tutte le carte in regola per interpretare oggi una fase della vita politica che potrebbe segnare la svolta verso un nuovo inizio o, al contrario, verso l'abisso. Onorevole Segni, politicamente che anno sarà? «Le dico cosa mi auguro. In questa situazione Renzi ha pienamente ragione, ha scoperchiato il vaso di Pandora e ha avuto il coraggio di dire ciò che tutti sanno: questo governo non ce la fa e ci porta a un disastro, cioè a sciupare la straordinaria occasione di recupero consentita dal Recovery Fund. A questo punto bisogna porsi l'obiettivo di cambiare governo. L'esecutivo attuale sta procedendo verso quella che il sociologo Ricolfi chiama "una società di assistiti di massa". E non può essere altrimenti, visto che è questa la filosofia dei 5 Stelle, la decrescita felice. Il problema è che la decrescita si è vista, della felicità non c'è traccia». Lo scontro Renzi-Conte si consumerà in Parlamento, come quello Salvini-Conte del 2019? «È uno scenario plausibile e non mi sembra drammatico. Se c'è una divergenza interna alla maggioranza, è bene che si vada in Parlamento e si chiariscano le posizioni. Né trovo fondati gli attacchi a Renzi, in quanto, gli si dice, in un momento così delicato non bisognerebbe disturbare il manovratore. Viceversa, proprio poiché il manovratore non ce la fa, bisogna cambiare rotta ed è il momento di disturbare chi comanda». Qual è lo scenario più probabile? Un Conte Ter, rimpasto, un altro premier o un ritorno alle elezioni? «Non lo so. La prospettiva peggiore è che la crisi finisca con l'arrivo dei responsabili, cioè un nuovo governo Conte sostenuto da transfughi. La soluzione migliore sarebbe invece un governo tecnico di salute pubblica, sganciato dai partiti e con la chiamata alle armi del meglio della società civile, che desse garanzie per realizzare il pianovaccini e la ripresa economica. Il premier ideale sarebbe Draghi». Se si andasse al voto, con quale legge elettorale bisognerebbe arrivarci? Si parla di un ritorno al proporzionale. «La considero un'ipotesi drammatica: una legge del genere ci garantirebbe il declino. Uno degli appunti più gravi che faccio al Pd è che, dopo aver tentato di costruire un'Italia più moderna e stabile, ci sta portando sulla strada della retrocessione. E poi il proporzionale significherebbe un ritorno alle peggiori regole della partitocrazia senza più i partiti». Ma, dopo il taglio dei parlamentari, non sarebbe necessario tornare al voto, visto che la composizione attuale delle Camere è illegittima? «Questo è un motivo che spinge al ritorno alle urne, ma non lo determina in maniera assoluta. Più che un problema costituzionale, legato al numero dei parlamentari, io vedo un problema politico, ossia l'esigenza di cambiare governo e maggioranza». Mattarella ha fatto appello a serietà e responsabilità. I giochi di Palazzo in corso dimostrano che i partiti stanno facendo il contrario? «Non c'è dubbio, il discorso di Mattarella rischia di restare una predica senza ascoltatori. L'indirizzo è ottimo, ma tutto dipende da chi deve attuare quelle indicazioni. Renzi fa bene a dire ciò che dice e a trarne le conseguenze politiche. Il Pd invece dice da un pezzo le stesse cose, ma non ne trae le conseguenze e questa è una responsabilità gravissima. I dem sono tornati miracolosamente al governo e scambiano questa loro posizione con la soluzione dei problemi». Con l'abbondante ricorso ai Dpcm Conte ha creato un vulnus nella Costituzione? «L'abuso dei Dpcm è vero, ma ci sono dei fatti costituzionali molto più gravi. Penso alle leggi monstre di 500 pagine senza un oggetto preciso, all'introduzione nella legge di bilancio di tutti gli argomenti possibili, agli articoli di 150 commi, ai decreti legge approvati salvo intese». C'è il rischio di uno stato di eccezione che diventi permanente? «La crisi della democrazia arriva molto più dal caos che dal rafforzamento degli organi costituzionali. E poi io non vedo un governo onnipotente, ma un esecutivo debolissimo che non è in grado di controllare il corso delle cose e senza strategia». Quali sono i maggiori ostacoli all'utilizzo dei soldi del Recovery? Gli sprechi, le lungaggini burocratiche, i troppi controlli? «Le faccio l'esempio della Francia. Ha presentato l'elenco delle cose da fare, indicando per ciascuna opera le spese, i tempi, l'organo responsabile. Noi invece non abbiamo fatto niente, ci siamo limitati a indicare i campi in cui investire. Conte dice che adesso bisogna correre. Ma mi chiedo: perché non ha corso lui finora?». Cosa bisognerebbe fare, una volta presentato il piano? «Utilizzare i migliori funzionari per scongiurare i ritardi della Pa e bypassare, come suggerito da Cassese, le farraginosità del Codice degli appalti, che prevedono eccessivi controlli. C'è bisogno di una legislazione speciale». L'emergenza ha svelato un'Europa più unita o egoista, con la Germania che acquista in proprio milioni di vaccini? «La Germania è il Paese europeo che ha affrontato meglio la pandemia. Le differenze tra noi e loro non sono nelle furbate, sono oggettive. Detto questo, dobbiamo ringraziare Dio che l'Europa si sia svegliata col piano per i vaccini e forme di intervento finanziario collettivo». Il centrodestra del futuro sarà sovranista o potrà ripartire da quell'ipotesi di Partito Repubblicano che lei ideata con l'Elefantino? «Quel modello potrebbe essere interessante. Ma il problema del centrodestra è il suo atteggiamento anti-europeo, che con la pandemia è diventato anacronistico e rischia di condannarlo a un'opposizione permanente». È perciò auspicabile un sovranismo europeo? «Non fermiamoci alle definizioni. C'è bisogno di un'azione coordinata, perché il rischio è quello di una destra che si suicida, rimanendo sterilmente antieuropea, mentre il mondo ci impone di cambiare direzione». Tra Salvini e Meloni chi vede come leader di quel mondo? «Lo decideranno gli elettori. Ma sui temi europei dovrebbero seguire Berlusconi, che sostiene la svolta filo-continentale». Nel 2022 si eleggerà il capo dello Stato. Segni potenziale candidato? «Ma non scherziamo!». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: Mario Segni è nato a Sassari il 16 maggio 1939. È stato il promotore del referendum del 1991 con cui fu introdotta la legge elettorale uninominale a doppio turno. Nel 1999 fu promotore, insieme ad An, dell'Elefantino (LaP)