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22/12/2020

Il bando della matassa

Wired

ITALIA VS EUROPA
N e g l i u l t i m i q u a t t r o anni avevamo a d i s p o s i z i o n e 1,2 m i l i a r d i d i euro per svecchiare l a PA, ma abbiamo speso solo 271 m i l i o n i . Le gare d ' a p p a l t o rappresentano l ' a s p e t t o d i i n e f f i c i e n z a per antonomasia, specie per l e s t a r t u p Avere una pubblica amministrazione poco digitale e inefficiente costa al sistema-Italia 25 miliardi di euro ogni anno: un'intera manovra finanziaria viene bruciata dalla burocrazia farraginosa e dall'incapacità di cogliere le opportunità dell'innovazione. A fare i conti è il Politecnico di Milano che da anni monitora l'avanzamento tecnologico della PA italiana: «Non siamo ancora del tutto digitalizzati e questo ci costringe a mantenere delle procedure anacronistiche con le imprese che spendono tempo e soldi in attività inutili, mentre i cittadini fanno da passacarte», sintetizza Luca Gastaldi, direttore dell'osservatorio Agenda digitale del Polimi. L'esempio classico di inefficienza è la gara d'appalto, con le aziende chiamate a fornire a un'amministrazione documenti posseduti da altri enti pubblici: «Se i sistemi si parlassero tra loro procedure e costi si potrebbero dimezzare, ma per il dialogo mancano competenze e volontà politica. Il resto c'è, compresi i soldi», sottolinea Gastaldi. L'Italia spende ogni anno 5,9 miliardi di euro per i servizi digitali e, per fare qualche appalto extra, sono pronti da usare i tradizionali fondi dell'Unione europea. Tra i vari capitoli di spesa selezionati da Bruxelles ce n'è uno dedicato proprio alla digitalizzazione della PA: nel periodo 2014-2020 l'Italia ha avuto a disposizione 1,2 miliardi di euro per svecchiare l'amministrazione, ma ha presentato progetti solo per 900 milioni e ne ha spesi appena 271. «Abbiamo tempo fino al 2022 per spendere i 900 milioni che mancano», spiega Gastaldi, «servono progetti credibili che possano essere implementati in fretta». In un orizzonte temporale più lungo si intravede il Recovery Fund che imporrà all'Italia di investire 40 miliardi in digitalizzazione. «Serve un commissario per poter gestire al massimo tutte le risorse», sferza il presidente di Confindustria digitale, Cesare Avenia. Le imprese del settore denunciano da anni la scarsa capacità di spesa Ict dell'amministrazione e temono che l'occasione possa essere sprecata. «I mancati investimenti nel digitale costano all'Italia il 2% del pil, 30 miliardi di euro», dice Avenia. «Spendiamo meno di 100 euro per abitante per l'Ict, quando all'estero si arriva a 300 euro per cittadino». Lo spazio per crescere significativamente c'è, ma la gran parte del lavoro da fare è su infrastrutture e amministrazioni locali che resistono all'innovazione tecnologica: «Sono strutture che fanno tutto alla vecchia maniera...», sospira Avenia. «Agid e ministero dell'Innovazione», aggiunge Gastaldi, «svolgono un gran lavoro, ma in Italia il divario enorme è tra il centro e la periferia: a Roma ci sono risorse e competenze; il piccolo comune, al nord come al sud, non ha né soldi né conoscenza per trasformare i suoi servizi e cavalcare l'innovazione». Alla base della transizione digitale c'è la banda ultralarga che avanza nelle città italiane anche più remote, portando con sé l'auspicio del salto tecnologico della PA. Secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico, sono 6232 i comuni in cui si è al lavoro per posare i cavi Ftth (Fiber to the Home, ndr ) con il sostegno pubblico, con Open Fiber chiamata a gestire i progetti dopo essersi aggiudicata i bandi. La società vanta oggi la rete interamente in fibra ottica più estesa in Italia e la terza in Europa, con 80mila chilometri di banda e 10 milioni di unità abitative raggiunte. «La rete Ftth», dice Paolo Germiniani, responsabile marketing strategico e scenari di mercato di Open Fiber, «è un'infrastruttura abilitante per un'amministrazione, perché permette di digitalizzare servizi molto diversi tra loro, come la gestione dei parcheggi, la raccolta dei rifiuti o il monitoraggio dei flussi d'acqua». Per una città di medio-piccola grandezza, nota Germiniani, «basterebbero lOOmila euro per partire con una serie di servizi standard, compresi costi di setup. Una voce in bilancio in più, ma che potrà generare risparmi nel lungo periodo». Spettatrici interessate sono le migliaia di startup italiane che non riescono a lavorare con la pubblica amministrazione e che vedono un'opportunità di business nello sviluppo delle smart city. Un'indagine del Politecnico di Milano ha rivelato che su 11.894 startup (al 31 agosto 2020) solo 884 hanno lavorato con la PA (il 7,4%). Se l'esame sulla collaborazione si allarga alle pmi innovative si sale al 10%, ma in generale appena il 14% dei fornitori italiani di servizi digitali è riuscito a conquistare un appalto pubblico. «Vincere i bandi è complicato», ragiona Gastaldi. «Anche all'estero vengono coinvolte poche startup dalla PA perché si chiede una solidità finanziaria quasi impossibile per le giovani aziende». È così tanto difficile che il governo con il decreto Cura Italia ci ha messo una toppa. Per poter offrire ai cittadini tecnologia di frontiera la PA d'ora in poi può affidare una gara a un'impresa innovativa anche senza bando, ma deve scegliere il fornitore all'interno di una procedura negoziata con almeno quattro offerenti. il passaggio necessario per adire a uno sviluppo equo e sostenibile: l'inclusione sociale, la transizione a un'economia circolare e verde, l'intelligente gestione dell'energia, la mobilità sostenibile, la sanità di territorio, il recupero sociale ed economico delle aree marginalizzate. Nessuno di questi obiettivi è possibile senza la piattaforma abilitante costituita dal digitale, ma è nel cimentarsi in questi campi che esso diventa asset strategico per tutta la comunità nazionale. 3. L'accompagnamento all'innovazione. Che sia a costo zero è un falso e una presa in giro. È necessario investire nell'innovazione della PA attraverso l'adeguamento delle strutture e azioni concrete di accompagnamento. Esempi internazionali ce ne sono, nei nostri territori anche, ma deve partire un'azione sistemica supportata da una fortissima volontà politica che rovesci il paradigma del rinnovamento a costo zero. È necessario invertire il trend di investimenti nella formazione, che per l'innovazione digitale non può poi essere vista come un addendum alla gestione delle amministrazioni. Ne è invece un elemento fondamentale che determina la qualità dell'azione amministrativa, ma anche il benessere organizzativo dei dipendenti e delle unità operative, oltre a costituire un importante fattore di integrazione tra personale presente e neoassunti. 4. La partecipazione e la collaborazione con il mercato e i cittadini. Rendere nativamente digitale la PA, ossia far sì che reingegnerizzi i suoi processi senza scimmiottare l'analogico, non è un obiettivo solo dell'amministrazione pubblica ma, evidentemente, di tutto il paese. Pensare che la PA ce la possa fare da sola, o aiutata al massimo da qualche ondata legislativa, è insieme ingenuo e in malafede. È necessaria una convergenza di sforzi e di interessi. In primis, con i cittadini, destinatari dei servizi e insieme azionisti della macchina pubblica, ma poi anche con le aziende, e in particolare le Ict, che sono portatrici delle tecnologie di frontiera. Per concretizzare questa alleanza è poi indispensabile ripensare il processo di procurement pubblico d'innovazione perché sia funzionale appunto ad acquistare quello che non si fa già, quello che non è codificato, quello per cui non c'è un rassicurante precedente. Cambiare il codice degli appalti pubblici è necessario, ma altrettanto importante è incentivare la discrezionalità della dirigenza pubblica che va giudicata ex-post dai risultati e che va perseguita solo per dolo e non perché ha il coraggio di percorrere strade nuove. In conclusione: i soldi ci sono, il piano di quello che dobbiamo fare anche, gli attori sono in buona parte preparati o desiderosi di esserlo. Serve allora solo un po' di coraggio, una precisa volontà di investire nella PA, una condivisa consapevolezza che senza una buona PA, che non può che essere digitale, non ci sarà né resilienza né ripresa. I SERVIZI DIGITALI MADE IN ITALYJ

LA SPESA PER OGNI CITTADIN

IL REGNO UNITO INVESTE OLTRE IL TRIPLO Il mercato della PA vale 5,9 miliardi di euro e rappresenta solo l'8% del mercato digitale italiano. Con i nostri 98 euro a cittadino spendiamo quasi tre volte e mezzo meno del Regno Unito (323 euro a cittadino) e due volte meno di Germania (207) e Francia (186). Fonte: Politecnico di Milano APPALTI PUBBLICI DIFFICILI DA CONQUISTARE Sono 112.339 i fornitori italiani di soluzioni digitali, ma solo 15.368 (ovvero il 14%) lavorano con la PA. Tra questi, il 23,5% si trova in regioni del nord-ovest, il 17,8% nel nord-est, il 24,2% al centro, il 34,5% al sud. Fonte: Politecnico di Milano Fornitori italiani di soluzioni digitali Fornitori che usano strumenti di Consip
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