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29/06/2021

Strategia condivisa per le infrastrutture

La Repubblica - Francesco Maresca *

L'intervento
In un momento di grande apertura da parte dell'Europa a politiche di sviluppo della mobilità occorre da parte del nostro Paese molta responsabilità e serietà: anche e soprattutto nei confronti di quelle generazioni che popoleranno l'Italia per i prossimi cinquant'anni. E forse occorre liberarsi dei rigidi schemi di sinistra e destra per affrontare il tema delle infrastrutture e della crescita. Sarebbe importante, insomma, concordare tutti su una strategia sulla mobilità che oggi non si scorge da nessuna parte a livello nazionale.
Un primo punto, che spero possa essere condiviso, è che le infrastrutture hanno senz'altro un ruolo fondamentale ai fini della crescita e della competitività di un Paese e dell'Europa: ma a nulla servono, e sono molto nocive, se non sorrette da vere politiche dei trasporti che abbiano l'obiettivo appunto della competitività e della crescita.
Costruire ponti, dighe, Ferrovie e autostrade senza aver prima considerato serie strategie di alimentazione dell'Europa e senza soprattutto aver creato sinergie con i grandi operatori internazionali, rischia di compromettere la consistenza dell'opera con il pericolo di creare delle cattedrali nel deserto che avranno il solo ruolo di ospitare dell'edera.
L'Italia è il Paese in Europa con la più grande prevalenza di porti (una trentina divisi in 15 autorità portuali) e di terminali contenitori (almeno una ventina). Ma di questi nessuno oggi serve solo il mercato europeo e fa concorrenza ai sistemi del nord Europa. E' imbarazzante domandarci quanti contenitori in arrivo a Genova finiscono oltre il confine con la Svizzera. E quanti contenitori da Rotterdam Amburgo e Anversa sono invece veicolati verso la pianura padana. Noi siamo green ( forse): ma non così tanto green da permetterci il lusso di coltivare dei rampicanti nelle nostre strade o da rinunciare ai traffici europei. D'altra parte se fossimo così Green avremmo fatto qualcosa dal 2010, magari seguendo l'esempio di Svizzera e Austria, per togliere un po' di traffico dalle autostrade del Nord. Nessuno quindi mette in dubbio la Tav, la Gronda, il Terzo Valico, lo spostamento della diga foranea eccetera: ma proprio per l'importanza che tali infrastrutture possono avere per l'economia del nostro Paese abbiamo il dovere di programmare preventivamente delle politiche dei trasporti in grado di sorreggerle e di alimentare il continente.
L'Europa ci chiede di alimentare i corridoi europei. Essenziale quindi programmare e scegliere: due/tre sistemi portuali, non 20/30 e un riordino della amministrazione dei porti. Collegati alle grandi opere ci sono dei temi forse ancora più attuali e strategici che il nostro paese deve prendere in considerazione. Temi come la riforma del codice degli appalti, la riforma della giustizia, la riforma della burocrazia, la modifica della legge 84 che salvaguardi l'unità del sistema nazionale ma contemporaneamente responsabilizzi le regioni, le "free zone" sul modello europeo e le zone logistiche semplificate sul modello del decreto Genova. Siamo ancora ostaggi però di una logica che vede le infrastrutture non come lo strumento, ma come il fine. Il rischio è che se perdiamo di vista che il nostro obiettivo non è quello di costruire infrastrutture essenziali ma di vedere che quelle infrastrutture siano utilizzate e producano crescita in termini numerici non solo nel paese ma anche in Europa, rischiamo di buttare via tutti quei fondi europei che saranno fondamentali per la ricostruzione dell'Italia per i prossimi 50 anni. E, quel che è peggio, di lasciare 230 miliardi di debito in più alle future generazioni.
* assessore comunale allo sviluppo economico, portuale e logistico