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27/11/2020

Strage Cottarelli, il mistero Marino Quattro ergastoli sempre cancellati

QN - Il Giorno

di Beatrice Raspa BRESCIA In queste ore Salvatore Marino lascerà il carcere di Caltanissetta. Ancora. Da martedì sera, dopo il quarto ergastolo annullato dalla Cassazione, è di nuovo libero. In questa storia surreale che in 14 anni ha visto assoluzioni, condanne, colpi di spugna, latitanze, catture, la giustizia non riesce a decidere se l'autotrasportatore trapanese abbia partecipato o meno alla strage Cottarelli. Accogliendo il ricorso degli avvocati Giuseppe Pesce e Giovanni Palermo, giudici supremi hanno cancellato la sentenza del giugno 2019 e trasmesso gli atti a una nuova sezione della Corte d'appello di Milano per un quinto processo d'appello. «È un caso patologico - scuote la testa Pesce -. Persino i giudici di Cassazione mi sono sembrati stanchi, e pure scocciati. Il materiale probatorio è noto. Rimbalziamo tra sezioni che hanno già giudicato. Ormai il giudice naturale è un ricordo». Cottarelli e famiglia per l'accusa furono uccisi perché il cugino di Salvatore, Vito, proprietario di vigneti e cantine in Sicilia, vantava un credito di mezzo milione nei confronti dell'immobiliarista, il quale gli sfornava fatture false per truffare la Ue e ottenere fondi. Ma aveva fatto il furbo, e si era tenuto molti soldi. Il 25 agosto 2006, quando esce il bando europeo, Vito si precipita a Milano, da Dino Grusovin, che gli ha procurato un gancio con un altro imprenditore che sostituisca il 'traditore' Cottarelli, e si presti a sostenere il giochetto delle fatture sovrastimate. Gli aerei a fine estate sono pieni. Così a portarlo al nord è Salvatore, che è in vacanza, e guida la Bmw del fratello tutta notte. Il suo cellulare rimane a casa. Ed è qui che Grusovin, condannato in contumacia a 20 anni per concorso anomalo del triplice delitto (fu catturato in Svizzera nel 2013) chiama in correità i Marino, sostenendo di essersi recato il 27 agosto con Vito e un terzo uomo di identità incerta a Brescia, per un sopralluogo in via Zuaboni, con una Grande Punto noleggiata a Linate. Ad accompagnarlo al noleggio è di nuovo Salvatore, che però rimane a Milano a riposare, dice. Il 28 il terzetto torna per la strage. 'Io non ho partecipato, ero legato a un tavolo della cucina', si smarcò il triestino, le cui dichiarazioni, ritenute credibili a fasi alterne, hanno generato un mistero. Salvatore sarebbe arrivato dai Cottarelli in un secondo momento. Ma nessuno dei testimoni oculari, i quali pure sostennero di aver visto tre uomini con una valigetta entrare e uscire dalla villa quel giorno, notarono la Bmw. Al processo di primo grado, da cui i tre imputati uscirono assolti, i riconoscimenti risultarono incerti. In merito al presunto quarto uomo, Grusovin riconobbe in fotografia un imprenditore marchigiano di cui non fece il nome, ma che per ragioni di affari era legato a Cottarelli. Un uomo che fu arrestato, ma aveva un alibi - il 28 agosto era in nave, in vacanza - e tornò libero. Eppure sulle fascette che legavano Luca è emerso un profilo genetico maschile rimasto ignoto. E ancora, Grusovin riferì di aver visto tra i bagagli di Salvatore la valigetta con la calibro 22 e fascette, tanto che per i giudici del quarto appello l'autotrasportatore non poteva non sapere le intenzioni del cugino. Ma per la difesa non c'è un riscontro, la sentenza è basata su illogicità e 'invenzioni probatorie'. La Grande Punto era stata persino confusa con una Panda inesistente, e si è parlato di sangue sull'utilitaria e sulla Bmw. Un errore: furono trovate solo tracce di polvere da sparo. E solo sulla Punto. © RIPRODUZIONE RISERVATA