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05/06/2019

Stare al governo o rompere La battaglia dentro al M5S

Corriere della Sera - Tommaso Labate

Anche Casaleggio vuole le urne: altrimenti la Lega ci assorbe altri voti
ROMA
«Quel contratto, per com'era stato immaginato, non basta più. Come non basta l'elenco di cose da fare punto e basta. Adesso serve una specie di cronoprogramma. Le cose da fare, certo; ma anche l'ordine in cui vanno fatte, il modo, la forma. La Tav? Diciamo che anche la Tav dovremo trovare il modo di farla stare dentro questa cornice».

Alle 8 di ieri sera, nelle stanze di Palazzo Chigi in uso ai protagonisti del ramo pentastellato, spuntano una serie di fogli con tanto di annotazioni. C'è anche la Tav, il più amaro dei calici che il M5S potrebbe essere costretto a bere pur di tenere viva l'alleanza di governo con Matteo Salvini.


L'armistizio può avere la durata massima di due o tre giorni. Poi ci sarà il faccia a faccia in cui il patto di governo, cronoprogramma alla mano, sarà nuovamente sottoscritto o stracciato per sempre. Ma nel grande puzzle delle ventiquattr'ore che passano tra la fine della conferenza stampa di Conte (lunedì) e l'inizio del lavoro istruttorio del vertice decisivo con la Lega (ieri) manca un tassello. È un tassello chiave, rimasto coperto dal rumore di fondo del dibattito sulla conferenza stampa di Conte, della successiva rissa sullo sblocca cantieri, dell'armistizio telefonico e poi della salita al Quirinale di Di Maio.


Lo scontro interno al M5S, per come lo ricostruiscono diverse fonti, va avanti dall'immediato dopo-elezioni. Non c'entrano, stavolta, né sottolineature anti-salviniane dell'ala che fa riferimento al presidente della Camera Roberto Fico né le ambizioni di Alessandro Di Battista. O, se c'entrano, sono solo variabili dipendenti della variabile principale: la «dialettica», la chiamano così, tra l'ala che preme per tenere in vita il governo, che fa riferimento a Di Maio; e l'ala che medita di staccare la spina prima di finire «asfissiati» dai diktat di Salvini, che avrebbe come «tessera numero uno» addirittura Davide Casaleggio.


Il primo tempo della partita si gioca nelle ore successive al voto e sotto gli occhi di tutti, soprattutto dopo la richiesta di ridimensionamento che uno dei parlamentari meglio sintonizzati coi radar di Casaleggio, Gianluigi Paragone, rivolge a Di Maio in persona. Il plebiscito sulla piattaforma Rousseau incassato dal vicepremier placa gli animi e rinvia lo scontro a un secondo tempo. Che si gioca nella notte tra lunedì e martedì, qualche ora dopo la conferenza stampa di Conte.


Fonti pentastellate attribuiscono all'erede di Gianroberto Casaleggio e ai suoi primi referenti romani l'intenzione di divincolarsi subito da Salvini e la tentazione di anticipare la Lega nella corsa verso le urne. La valutazione è semplice: meglio andare al voto subito a testa alta oppure rischiare di andarci «dopo che la Lega avrà ulteriormente assorbito altri nostri voti?».


Ieri mattina, non a caso, l'ordine di scuderia sembra quello di attaccare a testa bassa il ministro dell'Interno, bruciando le tappe della crisi. Danilo Toninelli si presenta ai microfoni di Radio 24 bollando come «stupidaggine» la sospensione del codice degli appalti pretesa dal Carroccio. «Mi sono stancato della retorica di Salvini», ripete il titolare dei Trasporti. La cordata di Di Maio schiera i suoi pezzi migliori per intavolare una trattativa con il leader della Lega. A ora di pranzo arriva la telefonata, prima di cena l'ipotesi del cronoprogramma. L'uscita di Toninelli viene derubricata nella formula «ha parlato a titolo personale». Ma c'è una partita nella partita, ed è interna ai M5S. Non s'è chiusa col secondo tempo. E andrà ai supplementari.


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La vicenda

Alle elezioni europee del 26 maggio il Movimento 5 Stelle registra un netto arretramento rispetto alle Politiche del 2018. Il Movimento passa dal 32,7% al 17,07%

Nel Movimento si apre un forte dibattito, alcuni evocano le dimissioni di Luigi Di Maio. Il capo politico, a questo punto, chiede agli attivisti un voto sulla sua leadership. Nella consultazione online sulla piattaforma Rousseau si esprimono in 56.127 e Di Maio viene confermato con l'80%

Di Maio annuncia una riorganizzazio-ne che dovrebbe prevedere anche un comitato di 5 «saggi»: oltre allo stesso Di Maio, il presidente della Camera Fico, la sindaca di Torino Appendino, la senatrice Taverna e Alessandro Di Battista

I possibili «saggi» al vertice del Movimento (oltre al leader)


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Il volto Alessandro Di Battista, 40 anni, è tra i volti più popolari del M5S. Alle Politiche 2018 non si è candidato


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La parlamentare Paola Taverna, 50 anni, parlamentare alla seconda legislatura. È vicepresidente del Senato


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La sindaca Chiara Appendino, 34 anni, dal 30 giugno del 2016 è la sindaca di Torino. È stata eletta con il 54,5% dei voti