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14/07/2020

Sovranismo economico tutti in fila dietro aTrump

La Repubblica - Affari Finanza - federico rampini

Lo scenario
"M ake Atlantide Great Again". Atlantide è l'isola misteriosa nell'allegoria di Platone sulla hybris delle nazioni. In altre versioni è un continente sommerso, terra di una leggendaria civiltà estinta. A me serve per occupare uno spazio: sostituiamolo con i puntini e poi ciascuno ci metta il nome del suo paese. È quel che stanno facendo i leader della terra. I segue dalla prima Q uando Donald Trump lanciò il suo MAGA, lo slogan "Make America Great Again" nella campagna elettorale del 2016, fu sbeffeggiato da molti. La sinistra radicale ricordò che lo stesso slogan veniva usato da movimenti fascisti americani alla vigilia della seconda guerra mondiale (guardatevi "The Plot Against America", la serie tv tratta dal romanzo di Philip Roth, con John Turturro). L'establishment globalista lo accusò di trascinare il mondo intero verso guerre protezioniste. In realtà il sovranismo in campo economico lo praticavano in molti prima di lui, e con successi innegabili: vedi la Cina, protetta da robuste barriere ma pronta a predicare l'apertura dei mercati (altrui). Di sicuro la pandemia ha accelerato un trend mondiale. Ciascuno vuole "rifare grande" la propria nazione. Programmi protezionisti o autarchici, di aiuti ai "campioni nazionali" vengono professati esplicitamente perfino in quel tempio sacro del multilateralismo che è la Commissione europea. Soprattutto da quando ci si è resi conto che la Cina e l'India hanno una posizione dominante, quasi un duopolio nei mercati di apparecchiature biomediche, farmaci generici, medicine salvavita, antibiotici. Il settore della sanità guida la riscossa del pensiero autarchico, ma altri seguono. Procede la costruzione di una Muraglia europea contro la Cina. Ha fatto nuovi passi avanti il piano della Commissione Ue per vietare acquisizioni di aziende europee da parte di gruppi cinesi che hanno lo Stato come azionista o godono comunque di aiuti pubblici, credito agevolato. La muraglia in questione però vale erga omnes e gli osservatori americani si chiedono se potrebbe ritorcersi anche contro aziende Usa. Aggiungiamoci la depressione economica e l'ecatombe di posti di lavoro: Make My Country Great Again diventa un imperativo categorico. Questo rafforza l'altra spinta anti-globalista che Trump cavalcò con successo nel 2016: invertire il flusso delle delocalizzazioni, riportare a casa fabbriche e impieghi che erano finiti in Messico o in Cina, in Bangladesh o in Vietnam. Ma in che misura è possibile? Esistono altri modelli nazionalisti, per esempio quello del Giappone, che hanno un approccio selettivo: con Shinzo Abe al timone diventa ancora più chiaro che il Giappone non nutre illusioni sulla Cina e vuole proteggersi; ma intende concentrare la difesa della propria industria nazionale su settori qualificati, lasciando che le produzioni di massa, basate sulla manodopera a buon mercato, restino altrove (Vietnam e Bangladesh essendo i sostituti preferiti per la Cina). Il rimpasto governativo in Francia, dopo il tracollo del partito di Macron alle amministrative, impone una riflessione sulla strategia della seconda economia dell'Unione Europea. A parte la svolta ambientalista per rispondere al trionfo dei verdi, Macron nei fatti insegue Trump: Make France Great Again. L'obiettivo è coerente con la ritirata della globalizzazione, anche Macron vuole riportare sul territorio nazionale una parte delle attività che erano state delocalizzate. Ma è realistico l'obiettivo di ri-localizzare produzioni in un paese come la Francia, ad alto costo della manodopera e feroce conflittualità sindacale? Poiché alcuni problemi sono analoghi per l'Italia, segnalo un'interessante analisi dell'economista Patrick Artus per Natixis. La tesi di Artus è che bisogna studiare e copiare il modello Giappone. Le uniche attività industriali che possono essere ri-localizzate in un paese dai costi elevati sono quelle molto avanzate, ad alta tecnologia e alta intensità di capitale. Il problema è che creano pochissimi posti di lavoro. Però ne generano tanti, indiretti, nei servizi. L'analisi mi convince sempre più dell'errore che l'Occidente ha fatto nel disinteressarsi del Giappone da molti anni in qua. Anche il Giappone peraltro si converte al protezionismo della proprietà aziendale. Tokyo non ha mai abbracciato un'apertura totale alle acquisizioni straniere, ma ora il livello di restrizione sugli investimenti dall'estero aumenta. Il governo di Shinzo Abe ha stilato un elenco di 518 aziende "di interesse strategico", che rappresentano il 40% della capitalizzazione della Borsa di Tokyo, e nelle quali uno straniero non può comprare più dell'1% del capitale senza informarne il ministero dell'Economia (che di conseguenza ha potere di veto). Se si aggiungono i generosi incentivi offerti da Tokyo alle multinazionali giapponesi che rimpatriano le loro produzioni dalla Cina, la riscossa del nazionalismo economico è in atto sotto tutte le latitudini. Un po' di politica industriale alla giapponese la vedremo anche negli Stati Uniti, se Joe Biden vincesse l'elezione presidenziale del 3 novembre. Al protezionismo di Donald Trump il candidato democratico risponde con... più protezionismo. Un avviso a chi crede che si possa chiudere la "parentesi" Trump e tornare alla globalizzazione com'era prima. Ma rispetto a Trump il rivale democratico pensa ad una politica industriale più interventista, con i sostegni federali alla ricerca come volano. L'asse centrale della proposta Biden è un uso energico della spesa pubblica e delle normative su appalti e commesse statali, per favorire sistematicamente il made in Usa. Il messaggio di Biden è che la sua politica sarebbe più efficace nel promuovere una ricostruzione e la rinascita della potenza economica americana. Il programma Biden prevede nell'arco del mandato presidenziale di quattro anni un aumento di 400 miliardi di dollari negli acquisti di prodotti e servizi made in Usa da parte della pubblica amministrazione; più un fondo di 300 miliardi a sostegno della ricerca e sviluppo. Biden intende riesumare un programma dell'era di Barack Obama che si chiamava "Buy American": fu una clausola di preferenza nazionale inserita da Obama negli "stimulus package" (manovre di sostegno della crescita) varati dopo la crisi del 2009. All'epoca non mancarono le proteste e i ricorsi dall'Unione Europea e dal Canada contro quella clausola autarchico-protezionista, anche se ce li siamo un po' dimenticati: il nazionalismo economico però aveva cominciato la sua strisciante avanzata già allora, senza aspettare l'elezione di Trump. Ora Biden promette di rendere ancora più stringente l'applicazione della regola "compra americano" per tutte le spese del governo federale. C'è una contraddizione che incombe sulla ricetta Biden, e su quelle europee. La ri-localizzazione di industrie nella patria originaria, quando e dove ha funzionato, spesso è stata agevolata da robusti sgravi fiscali alle imprese. Sotto Trump un ritorno di capitali americani parcheggiati all'estero c'è stato, grazie a generose riduzioni d'imposte, una sorta di condono. Questo rischia di riprodurre una concorrenza fiscale tra Stati da cui è stata danneggiata la solita platea di contribuenti: il ceto medio. DATASTREAM ,IFR,NATIXIS TOMOHIRO OHSUMI/BLOOMBERG/GETTY CAO,NATIXIS EUROSTAT
I numeri Il giappone è il paese dei robot stock di robot ogni 100 posti di lavoro manifatturiero Il valore aggiunto dell'industria manifatturiera in % del Pil nominale
L'occupazione in francia 2002 = 100 L'occupazione in giappone 2002 = 100

Foto: Shinzo Abe primo ministro giapponese Donald Trump presidente degli Stati Uniti


Foto: 1 L'impianto di componenti auto della Dana a Toledo, Ohio, negli Stati Uniti 2 La fabbrica di ingranaggi della Kohara Gear a Kawaguchi, Giappone