scarica l'app
MENU
Chiudi
16/10/2020

Sottraendo Autostrade ai Benetton si finirà per risarcirli usando i soldi della Cdp, che poi sono quelli degli italiani

ItaliaOggi - Domenico Cacopardo

Sottraendo Autostrade ai Benetton si finirà per risarcirli usando i soldi della Cdp, che poi sono quelli degli italiani a pag. 4 Mentre il procedimento giudiziario per il disastroso crollo del Ponte Morandi di Genova, si muove alla velocità di uno dei blocchi di marmo del Colonnato di Piazza San Pietro, si annuncia l'acquisto (possibile, in dirittura d'arrivo, salvo che qualcuno non ci metta di mezzo la coda) da parte di una cordata composta dalla Cassa Depositi e Prestiti (il grande mammellone nazionale da cui tutti -ma soprattutto gli amici del governo- possono ciucciare vitalissimi euro), e dai fondi Blackstone e Macquaire dell'88% di Aspi (la società Autostrade) detenuto da Atlantia, la fi nanziaria del settore infrastrutture autostradali e aeroporti, attiva in 23 paesi. Il prezzo non è noto, ma di certo sarà retributivo del valore del cespite trasferito, così retributivo da avere determinato ieri l'impennata dei valori di Borsa delle azioni di Autostrade. In defi nitiva, dopo due anni e due mesi di «jacovella», lo Stato italiano si acconcia a pagare Autostrade a un valore molto vicino al reale. Soldi tutti che fi niranno nelle capaci tasche dei Benetton che di questa vicenda, in fin dei conti, è stato solo spettatore. Tutto era iniziato il giorno stesso del crollo, con il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli che minacciava tuoni e fulmini su Autostrade e sui Benetton. Fu seguito a ruota dal suo «capo Luigi Di Maio» e da Giuseppe Conte, il professore universitario di legge ingaggiato alla bisogna (il premierato) dai 5Stelle imbeccati da Alfonso Bonafede, suo collega di studio. Nell'alluvione di parole minacciose, il procedimento per la revoca della concessione, disciplinato dall'atto di concessione stesso, oltre che dalla normativa degli appalti, non venne attivato: si presentava, infatti, come troppo lungo e incerto, secondo le indiscrezioni che erano fi ltrate dal un tempo austero palazzo di Piazza di Porta Pia. Certo, il ministero, utilizzando l'Anas, suo braccio operativo, avrebbe dovuto esprimere una convincente valutazione degli inadempimenti di Autostrade, così importanti da spezzare il legame fi duciario che deve sussistere tra concedente e concessionario. Il crollo del Ponte Morandi sarebbe stato di per sé suffi ciente -a meno di evidenze di culpa in vigilando a carico della medesima Anas- ma c'era dell'altro, come si è visto nei mesi successivi. Poiché il procedimento era lungo e difficoltoso, poiché la giustizia si muoveva e si muove col passo lento (forse nemmeno sicuro) dell'alpino, e il governo aveva (e ha) il problema politico di accontentare i grillini consegnando loro, su un piatto di ceramica di Pomigliano, pardon di Capodimonte, la testa di Luciano Benetton, il leader della famiglia, non restava che la via negoziale, accompagnata da minacce truculente, cui, sempre, sono corrisposti crolli in Borsa con discapito degli incolpevoli investitori italiani e -massimo sfregio all'immagine dell'Italiastranieri. Incaricata della bisogna la solita imperitura Cassa Depositi e Prestiti che si giova -ahimè- delle ingenti risorse assicurate dal risparmio postale (quegli euro che come preziose mollichelle gli italiani, soprattutto in età matura e oltre, accumulano mese dopo mese, settimana dopo settimana, ignari, purtroppo, dell'uso che ne farà lo Stato), diventata il prezzemolino di Conte, da mettere in mezzo in ogni occasione. E dire che la Cassa ha un passato glorioso, visto che fu lo strumento fi nanziario che nel dopoguerra lo Stato italiano, amministrato da gente come De Gasperi ed Einaudi, mise in campo per finanziare la ricostruzione con un meccanismo semplice e geniale, statuito nella cosiddetta legge Tupini: lo Stato prometteva ai comuni un contributo per la ricostruzione di infrastrutture varie, compresi gli edifi ci scolastici e poi (quando l'urgenza dei ripristini si attenuò) per realizzare nuove opere pubbliche. Con quel contributo (sugli interessi) il comune bussava alla Cassa Depositi e Prestiti che lo trasformava in cash chiudendo così il cerchio della procedura. La storia degli anni dal 1948 al 1975 è una storia di successo di questo marchingegno finanziario. Ora, poiché il governo deve regalare a Grillo e ai suoi seguaci la testa di Benetton (non riuscendoci con le procedure previste) lo fa comprando da Atlantia l'intera partecipazione Autostrade. «A che prezzo?» Chiederete. «Il prezzo dell'ignoranza» risponderei, alludendo al costo dell'insipienza governativa -non cessata con il Conte 2 e con un nuovo ministro delle infrastrutture-. Comunque, oggi il prezzo non è noto. Ma comunque a un prezzo che abbiamo chiamato retributivo. Un prezzo diverso non può essere accettato a termini di codice civile (è vero professor Conte?) dagli amministratori della società venditrice. Quindi, se è retributivo, sostanzierà un imponente trasferimento di euro dalle casse dello Stato-Cassa Depositi e Prestiti e soci nelle casse della famiglia Benetton. Si dice al mio paese a proposito dei pifferi di montagna: «Partirono per suonare e fi nirono suonati.» www.cacopardo.it © Riproduzione riservata
Oggi il prezzo di acquisto di Atlantia non è noto. Ma comunque sarà un prezzo che abbiamo chiamato retributivo. Un prezzo diverso non può essere accettato a termini di codice civile (è vero professor Conte?) dagli amministratori della società venditrice. Quindi, se è retributivo, sostanzierà un imponente trasferimento di euro dalle casse dello Stato-Cassa depositi e prestiti e soci nelle casse della famiglia Benetton
Il prezzo retributivo del valore del cespite trasferito sarà così retributivo da avere determinato adesso l'impennata dei valori di Borsa delle azioni di Autostrade. In defi nitiva, dopo due anni e due mesi di minacce nel vuoto e di vera e proprio ammuina, lo Stato italiano si acconcia a pagare Autostrade ad un valore che è molto vicino al reale. Soldi tutti che fi niranno nelle capaci tasche dei Benetton che di questa vicenda, in fin dei conti, sono stati solo spettatori
Incaricata della bisogna anche questa volta è la solita imperitura Cassa depositi e prestiti (Cdp) che si giova -ahimè- delle ingenti risorse assicurate dal risparmio postale (quegli euro che, come preziose mollichelle gli italiani, soprattutto in età matura e oltre, accumulano mese dopo mese, settimana dopo settimana, ignari, purtroppo, dell'uso che ne farà lo Stato) che sono diventate il prezzemolino di Conte, da usare in ogni occasione salvo che per nuovi investimenti