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01/06/2021

Sfida alla burocrazia

La Repubblica - Sergio Rizzo

Il decreto semplificazioni
Il decreto sulle semplificazioni approvato dal governo trasuda di buone intenzioni, a cominciare dall'abolizione della barbarie del massimo ribasso per gli appalti che giustamente era stata chiesta a gran voce non soltanto dai sindacati. Nel groviglio di articoli e commi non si riesce tuttavia a individuare una risposta chiara alla domanda cruciale: perché le semplificazioni del governo Draghi dovrebbero funzionare, a differenza di quanto è accaduto in tutti questi anni? Posto che la speranza è l'ultima a morire, e forse sarebbe stato meglio chiamare il decreto in un altro modo visto il numero di semplificazioni governative clamorosamente fallite, l'approccio al problema dei colli di bottiglia della burocrazia non è poi particolarmente originale.
Anche questo provvedimento è infatti una collezione di scorciatoie e corsie preferenziali, dalla drastica riduzione dei termini per le valutazioni d'impatto ambientale al rafforzamento del silenzio-assenso: il che è assai diverso da una riforma organica di sistema.
Ed è assolutamente comprensibile considerato che i tempi di una vera riforma, in uno dei tre Paesi di questo pianeta a bicameralismo perfetto, difficilmente risulterebbero compatibili con le urgenze del momento.
Nemmeno gli apparati che dovrebbero mettere in atto le nuove semplificazioni sono differenti da quelli che non sono riusciti a mettere in atto le vecchie. Le stazioni appaltanti sono le stesse di prima, e numerose (più di 32 mila) come prima. Gli uffici ministeriali sono i medesimi, e in molti casi neppure la poliburocrazia, quello strato intermedio fra il livello politico e quello puramente tecnico prevalentemente popolato da magistrati amministrativi o contabili, è cambiata.
Dov'è allora la differenza? Non soltanto nel timoniere, che adesso si chiama Mario Draghi, e in alcuni suoi nuovi innesti nel governo. Il fatto è che il fallimento di questo decreto non sarebbe paragonabile ai fallimenti delle innumerevoli scorciatoie che l'hanno preceduto.
Sarebbe il fallimento di un'intera classe dirigente politica e burocratica, che inevitabilmente dovrebbe pagare davanti al Paese per aver sprecato un'occasione storica. E pagare caro.
Per tutti costoro è la partita della vita, diversamente dalle altre. Ecco perché dovrà funzionare per forza.
Poco importa, poi, se il massimo ribasso cacciato dalla porta rientrerà travestito dalla finestra, considerato che la formula dell'offerta "più economicamente vantaggiosa", gestita dalle stesse stazioni appaltanti, ha quasi sempre fatto vincere la gara a chi offriva il prezzo più basso: e questo soltanto per ribadire quanto sarebbe necessaria una vera riforma di sistema. Non si dice forse che gli italiani danno il meglio di sé quando si trovano sull'orlo del baratro? È anche vero che, per com'è fatto il nostro sistema, perfino le semplificazioni più radicali gestite con prontezza e buonsenso rischiano di non bastare. C'è la pesante palla al piede della giustizia. Già non funzionava bene prima della pandemia, figuriamoci ora. Confidiamo adesso nelle proposte della ministra Marta Cartabia, ma non c'è dubbio che senza interventi decisi sui meccanismi della giustizia soprattutto civile e amministrativa il Piano nazionale di ripresa e resilienza non si può ritenere al sicuro. Servono per esempio norme capaci di disincentivare i ricorsi pretestuosi, che intasano i tribunali amministrativi e bloccano i cantieri, e misure in grado di far pronunciare i Tar e il Consiglio di Stato in tempi rapidissimi. Anche la giustizia ha bisogno di una profonda riforma di tutto il sistema. Lo diciamo da troppi anni, inutilmente. E come per gli appalti non ci illudiamo che il poco tempo a disposizione basterà per farla, ma arrivati a questo punto qualche toppa sulle falle più pericolose è necessaria subito.