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08/06/2021

Semplificazione fa rima con infiltrazione

Left - Giulio Cavalli

IN COPERTINA ECONOMIA
Sin dai tempi di Giovanni Falcone è noto che gli appalti ad affidamento diretto siano la grande mangiatoia di clan mafiosi e faccendieri. Eppure è proprio su questo che si fonda il "nuovo" codice che emerge dal testo del decreto Semplificazioni
Che la mafia sia sostanzialmente scomparsa dall'agenda politica nazionale ormai è una storia che ci trasciniamo da qualche anno. Ci si riserva al massimo di commemorare qualche buon antimafioso del passato con un tweet o un post su Facebook in ogni ricorrenza, si ripete nelle interviste che il rischio c'è, che bisogna stare attenti, che le mafie stanno dove sono i soldi e di soldi, si sa, ne arriveranno tantissimi, una montagna di soldi come non si vedeva da tempo dalle nostre parti. Ci si aspetterebbe quindi che il governo dei migliori, ancora di più proprio perché questi sono quelli che si sono rivenduti come migliori per competenze tecniche, economiche e amministrative, ci stupisca con norme efficienti ma giuste, veloci ma che non lasciano spazio alle infiltrazioni, preparate di concerto con quel mondo di associazionismo e d'impresa che l'antimafia invece la fa per davvero, senza perdere troppo tempo nell'elegia ma concentrandosi sui metodi per combatterla. 11 miracolo di Draghi, per ora, è stato quello di avere deluso sostanzialmente tutto il mondo dell'antimafia e dell'anticorruzione semplicemente presentando il testo del decreto Semplificazioni che dovrebbe fare ripartire l'economia. Il titolo, diciamolo, è già esemplificativo: "Semplificare'' per aumentare il fatturato è un mantra vecchio come il mondo che taluni liberisti ripetono ossessivamente proiettando le regole come fastidiosa burocrazia che ammorba i poveri imprenditori disperati dimenticandosi che proprio le regole servirebbero per salvare i morti sul lavoro, per limitare le possibilità di corruzione e per lasciare le mafie fuori dalla porta. Per farsi un'idea di cosa rappresenti questo decreto conviene partire dalle considerazioni di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che sembra avere pochi dubbi: «I contenuti del decreto Semplificazioni sul codice degli appalti - scrive Libera in una nota - suscitano grande preoccupazione. Nel provvedimento licenziato dal Consiglio dei ministri si prevede una proroga fino al 2023 delle deroghe al Codice degli appalti, con un ulteriore innalzamento delle soglie per affidamenti diretti senza gara. La pericolosa logica emergenziale della "fuga dalle regole" allarga cosi il suo raggio di applicazione e si estende all'intero arco temporale di gestione dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza». E ancora: «Torna nel testo il cosiddetto "appalto integrato", in cui progettazione ed esecuzione dei lavori sono oggetto della stessa gara e quindi affidati allo stesso aggiudicatario, con una pericolosa commistione di ruoli che depotenzia la funzione pubblica di programmazione e controllo. Per le opere del Recovery viene infatti abrogato il divieto di affidamento congiunto previsto dal Codice degli appalti». Un meccanismo dagli effetti negativi ben noti, ricorda Libera: «Deresponsabilizzazione delle stazioni appaltanti da un lato, dall'altro gli incentivi per le imprese a recuperare sui costi con accordi collusivi, perizie suppletive e varianti d'opera, oppure allentando le tutele alla sicurezza dei lavoratori. Illudersi di velocizzare le procedure per questa via è una strategia miope e rischiosa, che apre la strada ad una liberalizzazione di fatto potenzialmente criminogena delle gare d'appalto, un vero e proprio "liberi tutti" per mafie e corruzione». Del resto in Italia da sempre le infiltrazioni di consorterie mafiose e corruttive hanno trovato terreno fertile nella gestione emergenziale degli appalti. Proprio in questa fase cruciale di rilancio degli investimenti pubblici, con l'attuazione dei progetti inseriti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, gli strumenti di contrasto e prevenzione di mafie e corruzione vanno rafforzati e resi più efficienti, non aggirati e indeboliti, osserva Libera e aggiunge: «Riteniamo che il generico richiamo all'applicazione di presunti ^ ^ ^ ^ - e condivisibili - principi di semplificazione e velocizzazione nasconda in realtà la sostanziale e pericolosa deregolazione e liberalizzazione del sistema-appalti. Siamo davanti ad un'involuzione normativa che sottoporrà a un vero e proprio stress-test un'amministrazione pubblica chiamata a sostenere l'impatto della gestione straordinaria dell'ingente ammontare di risorse del Recovery fund spogliata di cruciali presidi di legalità». Quello che giunge dal decreto Semplificazioni è dunque «un segnale sbagliato, perché un'applicazione mirata delle complesse disposizioni del codice degli appalti potrebbe rappresentare una salvaguardia di fondamentali principi di correttezza, concorrenza ed efficienza nella gestione delle risorse e per una buona realizzazione delle opere pubbliche». Del resto proprio Giovanni Falcone (che tutti hanno ricordato in posa contrita qualche giorno fa) ci ha insegnato come gli appalti ad affidamento diretto siano la grande mangiatoia di clan mafiosi e faccendieri. Le indagini hanno sempre raccontato di come questi lavori spesso siano affidati agli "amici degli amici" di quel settore grigio in cui operano le cosche mafiose appoggiandosi a colletti bianchi comprati con tangenti o in intimidazioni. La presenza di numerose stazioni appaltanti e la parcellizzazioni dei contratti hanno da sempre reso molto più difficile i controlli da parte della magistratura e delle forze dell'ordine. «Purtroppo - rileva Santo Cutrone, presidente di Ance Sicilia, il Collegio regionale dei costruttori edili - i criteri imposti dal decreto Semplificazioni, se a livello nazionale favoriscono i soliti noti che si stanno aggregando in mega gruppi rendendo più difficili i controlli, in Sicilia rischiano anche di riportarci indietro di quarantanni, quando a decidere a tavolino le gare erano i boss mafiosi, anche al di fuori delle stazioni appaltanti». Per avere un'idea di dove si sia spinto Draghi basti pensare che perfino Salvini è stato costretto dai suoi amministratori eletti sul territorio a chiedere una revisione del massimo ribasso, poi stralciato dal testo finale approvato s dall'esecutivo. Insomma, il governo dei migliori per fare ripartire il Paese non ha trovato meglio che liberalizzare il settore togliendosi l'impiccio delle re1 gole. Non ci voleva molto, sarebbe bastato chiedere | a Berlusconi o a Confindustria. Oppure basterebbe ® ascoltare le risate grasse dei clan.

Foto: Sicurezza sul lavoro. Illustrazione di Laura Martinuzzi, Officina B5 L'amministrazione pubblica dovrà gestire i miliardi del Recovery fund spogliata di cruciali presidi di legalità


Foto: A destra, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi «In Sicilia rischiano di riportarci indietro di quarant'anni, quando a decidere a tavolino le gare erano i boss»