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24/06/2020

SE SALVINI FA PASSERELLA SUL PONTE

La Stampa - FLAVIA PERINA

LA POLEMICA SELFIE SUL MORANDI
Due anni dopo il crollo del viadotto Morandi, il Ponte sul Polcevera a Genova non è più il luogo del disastro, dei morti, l'epicentro di un dramma nazionale fatto di corpi straziati e di tutto l'orrore che abbiamo scoperto dopo - le ambiguità sulle verifiche, il rimpallo di responsabilità, le bugie. Due anni dopo è un elegante balzo di cemento, quasi pronto all'uso, che in un Paese normale sarebbe simbolo della rivincita del saper fare collettivo, ma da noi no. Da noi questo non è possibile. D PAGINA a noi pure quell'opera nata dalle lacrime e dal lutto diventa bandiera di fazione. La bandiera di Matteo Salvini, che con gilet giallo e mascherina crociata (una croce rossa è il simbolo araldico di Genova) usa il ponte per aprire la campagna elettorale ligure, dichiarare guerra al codice degli appalti, picconare la Cgil che secondo lui fa scudo alla burocrazia dei cantieri, attaccare il governo per la mancata realizzazione di altre grandi opere. I parenti delle 43 vittime ancora devono decidere se partecipare o meno al taglio del nastro, che forse sarà fissato per il primo agosto ma forse dovrà aspettare i collaudi. Giovedì si riuniranno in assemblea, fanno fatica a immaginarsi camminare sul vuoto che ha inghiottito i loro cari. Le istituzioni cittadine da giorni aspettano il loro placet per capire come organizzare al meglio le cerimonie. Il Capitano non ha questo tipo di dubbi, soprattutto adesso che deve rimettersi al centro della scena dopo la sconfitta sulle candidature in Campania e Puglia, dove gli alleati gli hanno imposto Stefano Caldoro e Raffaele Fitto. Sa lui il come e il quando e il perché, e quindi cerca la photo opportunity in mezzo agli operai, caschetto in testa, come se suo fosse il progetto, sue le braccia che lo hanno costruito, sua la memoria e il diritto a indicare che cosa significa il completamento dei lavori a tempo record (ovviamente significa: "votate me"). E' il ritorno della politica del "cogli l'attimo", che certo non ha Salvini come unico interprete ma lo vede apripista e mattatore assoluto. Lo schema è semplice. Atto di forza, di esibizionismo o esagerata provocazione. Proteste: "Non ha rispetto", "Non ha cuore". Controreplica: "Adesso non si può più nemmeno esaltare un'opera italiana" (o mangiare ciliegie, o togliersi la mascherina, o citofonare a uno per chiedergli se spaccia). Due giorni e ogni cosa - il ponte come le ciliegie, come la mascherina, come le citofonate, come le repliche degli avversari a ognuna di queste cose - sarà chiacchiericcio lontano, aneddotica, coriandolo politico, e ci si chiede se davvero il dibattito del Paese possa costruire valore così, trasformando in gag tutto ciò che dovrebbe suscitare ragionamento e riflessione. All'epoca della catastrofe del Morandi, nelle esequie solenni celebrate alla Fiera di Genova, stupirono gli applausi riservati alla delegazione di governo e specialmente alle due super-star della coalizione appena arrivata a Palazzo Chigi, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Fu una scena inedita in un'Italia che spesso aveva visto i potenti entrare ai funerali dalle porte laterali per non essere insultati o addirittura aggrediti. Fu, soprattutto, la testimonianza di un dolore che travalicava gli schieramenti, le scelte, le simpatie, la casta e la non casta, per farsi abbraccio sincero a chiunque portasse solidarietà. Un autentico momento di dolore collettivo. Chissà cosa ne pensa, adesso, la città delle sue lacrime, del suo lutto, trasformati in quinta teatrale per la solita zuffa su chi è il più bravo, il più buono (o il più cattivo) del reame. -