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30/06/2020

Se la riforma diventa un vizio

La Repubblica - Michele Ainis

Una pioggia di iniziative
C'è un che di stucchevole nell'apologia delle riforme che intona ogni governo. Un vecchio film, proiettato già in tutte le sale; non a caso, digitando "riforme" su Google, saltano fuori 6 milioni e mezzo di risultati. Ora è la volta del fisco, degli appalti, della giustizia, della semplificazione burocratica, e via riformando. Ma in tempo di crisi questa retorica delle riforme non è soltanto sterile. Di più: aggiunge un pericolo a sua volta, se non anche un danno. Perché sovraccarica il nostro ordinamento di impegni da smaltire. Distoglie dall'attuazione delle norme vigenti. E in conclusione getta la palla in tribuna, sollevando l'esecutivo dalle proprie responsabilità nella gestione della crisi. Difatti se la riforma fa cilecca - com'è probabile, stando all'esperienza - ce ne accorgeremo al prossimo governo, quando il governo in carica verrà a sua volta riformato (è successo 66 volte in 74 anni).
Esempio: la giustizia. Nuove regole sul Csm, dice il ministro Bonafede. Dopo lo scandalo Palamara, la riforma è urgente, indifferibile, impellente. Sennonché la legge istitutiva del Consiglio superiore della magistratura è stata fin qui modificata da 19 leggi; il numero dei suoi membri elettivi è passato da 21 a 30 a 24 (ora il ministro vuole riportarlo a 30); solo a contare dagli anni Duemila, il Parlamento è intervenuto sette volte, con 29 correzioni a questo o a quell'altro comma della legge; ma nessuna riforma ha mai arginato il potere delle correnti giudiziarie. Semmai l'ha rafforzato, i fatti sono quantomai eloquenti. Per forza: servirebbe una rivoluzione, come l'uso del sorteggio. Ma l'Italia non è la Francia, né l'Inghilterra, né la Russia. Loro hanno avuto le rivoluzioni, noi la Controriforma.
Esempio bis: la scuola. Anzi la Buona Scuola, come Renzi definì - modestamente - la sua legge di riforma del 2015. Peraltro preceduta, sempre a contare dagli anni Duemila, dalle riforme Moratti, Fioroni, Gelmini. E successivamente emendata da 6 leggi e 14 decreti legge (l'ultimo in aprile).
Insomma, l'unica regola perenne del nostro ordinamento ballerino è che ogni riforma verrà immediatamente riformata. Ne è prova - per fare un altro esempio - il codice degli appalti: licenziato nel 2016, ha ricevuto 608 modifiche nel giro d'un anno. Sarà per questo che adesso se ne invoca a gran voce la riforma, dopotutto l'appetito vien mangiando. O altrimenti possiamo enumerare le leggi di riforma fiscale, benché in questo caso non basterà un pallottoliere. Però ci aiuta Normattiva, la banca dati dello Stato italiano: la parola "tassa" figura in 9512 atti normativi, tutti vigenti e cogenti.
C'è modo di difendersi da questa emorragia semantica e giuridica? Sarebbe sufficiente osservare due comandamenti. Primo: risparmio di parole. Mettendo a frutto la lezione di cui siamo debitori al governo D'Alema. Nel 1999 riscrisse l'articolo 111 della Costituzione, gonfiandolo da 3 commi a 8, per garantire la "ragionevole durata" dei processi. Risultato: l'anno dopo la durata media dei giudizi penali passò da 1451 a 1490 giorni. Secondo: risparmio di riforme. Pio desiderio, a giudicare dai litri d'acqua che bollono in pentola. Il piano Colao somma 121 pagine. Il Recovery Plan avanzato da Conte agli Stati generali sciorina 9 punti e 137 progetti. C'è allora un terzo comandamento per i nostri eroi: cercate di congegnare un paio di riforme che funzionano, soltanto un paio.
Altrimenti meglio star fermi, si fanno meno danni.