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10/03/2020

Se il potere giudiziario diventa freno

Formiche - Giuliano Cazzola*

ECONOMIA
La vicenda dell'ex Ilva grida vendetta: una grande acciaieria che faceva profitto, dava occupazione e forniva gran parte dell'acciaio occorrente al sistema produttivo italiano ha corso il rischio (non ancora sventato) di essere smantellata per via giudiziaria. E comunque è stata oggetto di oltre sette anni di persecuzioni. Si è arrivati persino alla beffa di una Procura che ordina lo spegnimento di un altoforno, mentre un'altra Procura intima di non farlo, con la minaccia di aprire un'indagine per attentato all'economia nazionale In qualsiasi rapporto, in ogni pubblicazione che tracci il profilo dell'Italia con tutti i suoi handicap, un posto di (dis)onore è riservato alla giustizia civile, i cui tempi sono incompatibili con un corretto funzionamento dell'economia. Quasi il 40% degli investitori esteri considera la lentezza della giustizia uno dei principali deterrenti per investire nel nostro Paese. Secondo stime citate nel saggio di Carlo Cottarelli ( I sette peccati capitali dell'economia italiana , Feltrinelli, 2018), i procedimenti civili, nei tre gradi di giudizio, duravano - i dati risalgono al 2014 - in Italia 2.807 giorni contro i 1.250 della Francia e i 783 della Germania. La durata media nel primo grado di giudizio era da noi di 532 giorni contro i 266 nel resto d'Europa. Per quanto riguarda, invece, gli effetti della giustizia penale, sembra che prevalga un timore reverenziale nei confronti della magistratura, specie di quella inquirente. È aperto da tempo con punte di polemiche incandescenti - come sta avvenendo in questi giorni sul tema della prescrizione - un dibattito relativo ai rapporti tra giustizia e politica e, più in generale, sui diritti di libertà dei cittadini. La sinergia, ricercata e coltivata, tra procure e media ha creato un costume, divenuto ormai sistema, di processi sommari per mezzi dei quali un cittadino - che per la Costituzione deve essere ritenuto innocente fino a una sentenza definitiva - diventa vittima di una condanna preventiva che si porta appresso per il resto della sua vita. Una gogna pubblica che magari si conclude anni (spesso decenni) dopo con un'assoluzione che rimane, però, confinata spesso nel privato. In proposito, invito a leggere il lepidus libellus di Filippo Sgubbi Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi . Già il titolo è eloquente, ma nelle 88 pagine del saggio, Sgubbi, ex docente di diritto penale e autore di pubblicazioni fondamentali nella materia, mette in evidenza la trasformazione intervenuta nel diritto e nella procedura penale tanto da alterare le funzioni che non solo la Costituzione, ma prima ancora gli ordinamenti liberali, ripartiscono tra i diversi poteri dello Stato. Il diritto penale è divenuto totale "perché ogni spazio della vita individuale e sociale è penetrato dall'intervento punitivo che vi si insinua". La giurisprudenza - che dovrebbe limitarsi a decidere sul caso concreto - è divenuta, impropriamente, non solo fonte del diritto, ma persino creatrice della norma, al posto e in sostituzione del potere legislativo. "L'apparato penale - spiega Sgubbi - costruito per definire l'area dell'illecito e per legittimare l'applicazione delle sanzioni, diventa il supporto per l'adozione di scelte decisionali economico-sociali di governo". "Il sequestro di aree, di immobili, di un'azienda o di un suo ramo, il sequestro di un impianto industriale e simili incide direttamente sui diritti dei terzi. Con tali provvedimenti cautelari reali - prosegue Sgubbi - la magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della Pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari". L'azione delle Procure è divenuta, sovente, un ostacolo per lo sviluppo, la crescita economica, gli investimenti. Perché l'Italia è un Paese sottodimensionato per quanto riguarda le opere e le infrastrutture pubbliche, benché, in tanti, suonino la grancassa per rivendicare investimenti, peraltro finanziati, in questi settori? Mi sono domandato spesso quali siano i motivi che inducono gli imprenditori nel campo delle costruzioni a fare il loro ingrato mestiere. A parte le difficoltà per vincere gli appalti, ottenere le commesse e i pagamenti con frequenza regolare, costoro (certo, non sono tutti stinchi di santo) devono mettere in conto di essere intercettati fin dal primo minuto, di ritrovare, pubblicate sui quotidiani, le registrazioni delle loro conversazioni (magari con l'amante e, ancora meglio, se dicono qualche parolaccia), di ricevere una sequela di avvisi di garanzia e, magari, anche di visitare per qualche mese le patrie galere, assistiti da una campagna mediatica diffamatoria. Tutto ciò, anche in assenza di eventuali malversazioni. Ormai questi eventi sono parte integrante del rischio d'impresa. Vi è poi la generica critica alla burocrazia che bloccherebbe le iniziative. Nessuno se la prende con un codice degli appalti regolato sulla presunzione di corruzione. E nessuno ha il coraggio di riconoscere che il mettere una firma da parte di un funzionario potrebbe comportare quanto meno un avviso di garanzia, un atto che ormai è divenuto un preavviso di colpevolezza. La vicenda dell'ex Ilva, poi, sta ancora lì a gridare vendetta: una grande acciaieria che faceva profitto, dava occupazione e forniva gran parte dell'acciaio occorrente al sistema produttivo italiano ha corso il rischio (non ancora sventato) di essere smantellata per via giudiziaria. E comunque è stata oggetto di oltre sette anni di persecuzioni. Si è arrivati persino alla beffa di una Procura che ordina lo spegnimento di un altoforno cruciale per la sopravvivenza dello stabilimento di Taranto, mentre un'altra Procura intima di non farlo, con la minaccia di aprire un'indagine per attentato all'economia nazionale. In altre epoche un'opera come l'Autostrada del Sole venne conclusa in otto anni, il tempo che oggi occorre per imbiancare le pareti di un ministero. Si parla con orgoglio della ricostruzione del Ponte Morandi, a Genova. Il miracolo è stato possibile a una sola condizione: i commissari hanno potuto agire extra legem e in un regime di scudo penale. *Saggista, giuslavorista, già vice presidente della commissione Lavoro della Camera
_"L'azione delle Procure è divenuta, sovente, un ostacolo per lo sviluppo, la crescita economica, gli investimenti. La magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della Pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari"_