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25/06/2021

«Sblocco esuberi: 150mila a rischio nel tessile»

Gazzetta di Mantova - Monica Viviani

Il segretario nazionale della Filctem Cgil a Mantova all'indomani della manifestazione per il contratto: pronti ad alzare il tiro intervista a sonia paoloni
Monica VivianiUn settore composto per l'80% da piccole e medie imprese che già faticavano nel 2019 e oggi arrancano, circa 450mila addetti in gran parte donne in lotta per un contratto nazionale senza deroghe ai loro diritti, fra meno di una settimana l'apertura di quella voragine chiamata sblocco dei licenziamenti che da qui a fine anno rischia di vedere ben 150mila posti a rischio quando basterebbe ancora qualche mese per arrivare pronti a cavalcare l'onda della ripresa attesa per il 2022. All'indomani della manifestazione di Milano per il rinnovo del contratto tessile-abbigliamento, a tracciare i contorni di sfide e nervi scoperti del comparto è la segretaria nazionale della Filctem Cgil Sonia Paoloni da ieri a Mantova per partecipare al direttivo della Filctem provinciale che con i suoi 105 delegati si riunisce questa mattina alle 9.30 all'Arci Tom.Dopo la rottura delle trattive con Smi per il rinnovo del contratto avete proclamato lo stato di agitazione, martedì le manifestazioni con quella centrale a Milano...prossimi passi? «Ora ci aspettiamo che Smi ci convochi nelle prossime settimane e si ravveda. Altrimenti andremo avanti con la mobilitazione che già si fa sentire con il blocco della flessibilità e degli straordinari e si farebbe sentire ancora di più se fermassimo il lavoro. È l'unica associazione di categoria all'interno di Confindustria moda che non ha ancora chiuso il contratto e parliamo del primo comparto per numero di occupati. Lunedì abbiamo firmato con Assocalzaturifici che con i suoi 80mila addetti è il secondo, prima ancora abbiamo chiuso i contratti per la pelletteria, la concia, l'occhialeria. Smi si è arroccata su posizioni che non corrispondono con quanto sottoscritto con Confindustria moda a settembre». Quali i nodi che hanno arenato la trattativa? E quali le possibilità di una ripresa del dialogo?«Smi ha tentato di approfittare della situazione: c'è la crisi quindi se volete il contratto dovete accettare condizioni di rinnovo a favore delle aziende e che soddisfino il mercato. Questo si traduce della volontà di gestire unilateralmente cambi di orario di lavoro, lavoro domenicale, ferie, senza contrattazione perché appunto "serve al mercato". Abbiamo provato a discutere, ma la gestione unilaterale degli orari di lavoro significa gestire la vita delle persone e in questo caso è ancora più grave perché per l'85% si tratta di donne. Sia chiaro, non abbiamo detto che gli orari devono restare fissi ma vanno contrattati. Invece c'è stata chiusura totale. Per sbloccare la situazione secondo noi il pressing deve arrivare dal loro interno e sappiamo che alcuni gruppi premono per la chiusura del contratto, ma la questione è come lo si chiude e a quali condizioni. Come ho detto anche sul palco a Milano non c'è stile ed eleganza senza il rispetto dei diritti dei lavoratori».Intanto è in arrivo lo sblocco dei licenziamenti, c'è chi ha proposto un blocco selettivo per i settori in crisi come appunto il tessile ma la discussione in Parlamento è ancora in corso: sarebbe una soluzione?«Si sta cercando di trovare un punto di convergenza tra i partiti che al momento non c'è, per questo sabato manifestiamo a Torino, Firenze e Bari: per chiedere la proroga per tutta l'industria fino al 31 ottobre altrimenti si va incontro a una disparità di trattamento. Ci sono aziende con 15 o 20 dipendenti che fanno parte dell'industria per le quali il blocco scade a fine giugno e altre con lo stesso numero di addetti ma artigiane per le quali proseguirà sino a fine ottobre: è una disparità per le imprese e non solo con i lavoratori. Sappiamo che i ministri sono favorevoli al blocco selettivo ma per noi va prorogato per tutti: che difficoltà potrebbe creare un ulteriore blocco ai comparti che vanno bene?».I lavoratori del tessile cosa rischiano con lo sblocco dalla prossima settimana?«Dopo un primo periodo di cassa integrazione e al netto dei tempi necessari per l'apertura delle procedure da qui a fine anno rischiamo di avere circa 150mila licenziamenti, il 20% della forza lavoro del comparto. La questione è che una proroga sino all'autunno consentirebbe al settore di recuperare un minimo di normalità per affrontare la ripresa attesa a inizio 2022 senza perdere professionalità che poi non troverebbero più disponibile. Il problema è che la ripartenza del mercato dell'abbigliamento dipende dalla ripresa della vita sociale, pensi a Corneliani: finché non ripartono la presenza negli uffici, le cerimonie, gli eventi, chi acquista abiti formali da uomo? Il mercato della moda è stagionale: la calza ad esempio ha già perso la prima stagione, quella invernale, del 2021 e se la Fiera di settembre andrà male (quella per le collezioni estive 2022) chiuderà il 2021 peggio del 2020 e si salveranno solo i grandi marchi. Ma il paradosso è che alcune aziende non hanno neppure i soldi per licenziare, soprattutto le piccole e medie che sono l'80% non hanno la liquidità necessaria per aprire le procedure, versare le mensilità all'Inps, per il Tfr...».Ha citato Corneliani: lei oltre ad essere stata più voltee al presidio dei lavoratori è stata tra i protagonisti ai tavoli ministeriali. Lo Stato che si fa imprenditore per salvare aziende in difficoltà ma con mercato: è davvero un modello replicabile o Corneliani resta un caso isolato? Qualcuno ancora storce il naso parlando di assistenzialismo... «È già replicabile. Siamo in attesa di chiudere un accordo simile per Canepa, azienda del comasco e la soluzione è allo studio anche per la Forall Pal Zileri nel vicentino. Questo settore era già in crisi prima del Covid e ha bisogno di immissione di liquidità e il fatto che il governo sia garante per un periodo di tempo sufficiente a far sì che l'azienda si riprenda non significa che lo Stato si sostituisce al privato ma garantisce la tenuta economica e l'occupazione del settore».Non è però solo il tessile che vede la sua categoria mobilitata in questo periodo: c'è anche lo stato di agitazione in Eni che parte dal no allo stop al cracking di Marghera e lo sciopero del 30 per l'articolo 177 del codice degli appalti...«Per quanto riguarda Eni abbiamo già esempi precedenti di chiusure di siti con accordi di riconversione che poi non si sono mai concretizzati. In questi siti hai addetti con livelli di professionalità alta come ingegneri e tecnici di laboratorio: cosa puoi offrire loro se la tua scelta di domani è per lo stoccaggio? Il rischio di una riconversione fatta così è la perdita di professionalità, competenze e redditività. È un problema di impoverimento del lavoro di qualità e poi però si lamentano se molti se ne vanno all'estero. La chimica di base vede in Italia esempi illuminati di ricerca, è un settore che potrebbe darci lustro».Infine: quale il rischio se non verrà stralciato l'articolo 177 del codice degli appalti come chiedete?«Quell'articolo mette a rischio tutto il comparto elettrico, gas, acqua. Produrrà una serie di esternalizzazioni anche delle attività intermedie e questo significa destrutturare un settore, tutele minori per i lavoratori e aumento del lavoro precario». --