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24/07/2018

Salvini: «Alzare le pensioni minime tagliando quelle facili agli immigrati»

La Verita' - ANTONIO GRIZZUTI

• LOTTA ALL'INVASIONE
L'Inps riconosce agli extraeomunitari l'assegno di previdenza dopo 5 soli anni di contributi. D governo punta a dare un giro di vite per sbloccare risorse da destinare a italiani indigenti e reddito di cittadinanza
• È un Matteo Salvini a tutto tondo e probabilmente galvanizzato dai sondaggi degli ultimi giorni che danno la Lega al 30%, quello che sveste con disinvoltura i panni del ministro dell'Interno per rilasciare dichiarazioni sui temi più disparati. Nell'intervista concessa ieri al Corriere della Sera gli argomenti toccati sono tanti. Si va dalle nomine Rai, alla fusione tra Ferrovie e Anas passando perla situazione dell'Uva. Non manca un accenno ai rapporti con il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, con il quale l'unico antagonismo che esiste a suo dire è quello «inventato dai giornali». La parola d'ordine è, come è lecito aspettarsi, cambiamento. «Ci hanno eletti per cambiare. Se gli italiani avessero voluto proseguire sulla linea di Monti, Letta, Padoan, Renzi e Gentiloni avrebbero votato in modo diverso. Cercheremo», ha aggiunto il titolare del Viminale, «di cambiare anche alcuni numeri scelti a tavolino a Bruxelles, che molti paesi Ue ignorano bellamente». Ieri il leghista ha anche chiesto all'Anac, guidata da Raffaele Cantone, supporto nel controllo dei bandi per la fornitura di beni e servizi per l'accoglienza dei migranti: «Un uso corretto delle risorse non è interesse solo dei contribuenti ma dei migranti stessi, che sono le prime vittime di una gestione illecita e spregiudicata dei centri», ha commentato Cantone. Matteo Saivini si concentra sulle pensioni. Secondo il ministro dell'Interno serve una riforma «a prescindere dai numeri di Bruxelles. Conto di avere entro la fine di agosto i risultati dei gruppi di lavoro che abbiamo istituito, compreso ovviamente anche il capitolo sul reddito di cittadinanza». Sul piatto, si capisce, non c'è solo la cancellazione dell'odiatissima legge Fornero, ma anche e sopratutto la riforma dell'intero impianto del welfare. «A noi l'onere di trovare le risorse» per aumentare le pensioni minime a 780 euro, ha annunciato lo scorso 4 luglio intervenendo alla presentazione del rapporto annuale dell'Inps il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Già, le coperture. Un nodo fondamentale per questo governo. L'idea è quella di mettere in campo una spending review «sui generis», non alla Cottarelli o alla Mario Monti, tanto per capirci. Per realizzare l'obiettivo delle «pensioni di cittadinanza» l'idea è quella di aggredire «alcuni sprechi», come ha detto ieri mattina Salvini nel corso della trasmissione Aria Pulita su Italia 7 Gold. Uno di questi potrebbe essere il capitolo che riguarda le pensioni agli immigrati, un tema ormai da diversi anni nel mirino e del quale La Verità ha dato conto ai propri lettori a più riprese. Secondo la normativa attuale, i cittadini extracomunitari che decidono di rimpatriare definitivamente «conservano i diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati in Italia», e possono «usufruire di tali diritti anche se non sussistono accordi di reciprocità con il Paese di origine», come si legge sul sito dell'Inps. Nella pratica, il lavoratore straniero può accedere sia alla pensione di vecchiaia sia alla reversibilità. Per quanto riguarda il trattamento di vecchiaia, se la pensione è calcolata con il metodo retributivo è necessario aver compiuto 66 anni e maturato 20 anni di contribuzione, mentre con il sistema contributivo è sufficiente raggiungere il requisito anagrafico. La pensione, perciò, verrà corrisposta anche in assenza dell'anzianità minima di 20 anni prevista dalla legge. Un vantaggio non da poco, se si considera che per un cittadino italiano il requisito contributivo è tassativo. Chi non ha maturato i due decenni canonici, infatti, deve attendere i 70 anni d'età e avere comunque maturato 5 anni di contributi. Riassumendo, un lavoratore extracomunitario che decida di rimpatriare, al compimento dei 66 anni potrà fare domanda di pensione italiana anche avendo versato pochi anni di contributi (cinque, secondo verifiche effettuate dalla Verità col contact center Inps) e godere tranquillamente e da casa propria dei privilegi che gli concede la normativa italiana. Ma la generosità del nostro ente previdenziale non si ferma qui. I cittadini extracomunitari hanno diritto, infatti, anche all'assegno sociale, quella «prestazione economica, erogata a domanda, dedicata ai cittadini italiani e stranieri in condizioni economiche disagiate e con redditi inferiori alle soglie previste annualmente dalla legge». Nel caso non sussista il requisito della cittadinanza italiana è sufficiente fornire un permesso di soggiorno di lungo periodo per ricevere, al compimento di 66 anni e 7 mesi (dall'anno prossimo 67 anni), 13 mensilità da 453 euro ciascuna. A differenza della pensione di vecchiaia, l'assegno sociale richiede che il titolare goda del diritto di soggiorno, ragion per cui decine di immigrati sono stati denunciati negli ultimi anni per averlo incassato pur essendo ritornati in patria. Secondo un'analisi del sito del sito di data journalism Truenumbers.it basata sugli ultimi dati messi a disposizione dall'Inps, gli immigrati titolari di una pensione nel 2015 sono stati 81.619, in crescita rispetto ai 74.429 dell'anno precedente. Di questi, ben 49.852 figuravano beneficiari dell'assegno sociale. Una prestazione, è bene ricordarlo, di natura assistenziale e totalmente slegata dal versamento dei contributi. I trattamenti di invalidità, vecchiaia e superstiti risultavano invece 17.277, al terzo posto infine quelle i n d e n n i t a r i e (9.071). L'assegno medio corrisposto per tutte le categorie è stato pari a 6.966 euro, con un spesa complessiva che si aggira intorno ai 60 milioni di euro. Tutte cifre sulle quali da domani il governo potrebbe mettere le mani.

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